La città del sole
di Autori Vari
Introduzione (R.1)
Questa è la narrazione degli eventi occorsi durante la prima quest in R4 nella storia di Pathos (YUK !).
Con l’eccezionedel primo e del terzo paragrafo dell’ ”Antefatto”, il tutto è riportato nella forma originale,
salvo correzioni e revisioni di forma, e modifiche per tutelare “informazioni riservate”.Il Primo Narratore della quest è stato Angelo Americo (Franco Malatesta)
Hanno partecipato in ordine di apparizione (R1/R3):
Angelo Americo (Franco Malatesta)
Laura Spinsanti (Laura Faeri)
Elio “Digio” Di Giovanni (Leonardo Di Giovanni)
Alfredo Paduano (Alfredo Monaco)
Andrea Nicosia (Andrea Nicosia)
Lorenzo Trenti (Lorenzo Kolosimo)
Stefano Zanero (Stefano Spock)
Lord Raphael von Matsch (Raffaele Venosta)
Nella Picco (Nella Portieri)
Elio Amicarelli (Leo Dari)Introduzione a cura di Nella. Redazione di Digio. Stesura finale di Angelo.
Il Primo Luglio (R.3)
Dal Diario di Nella Portieri:Oggi è il primo luglio.
C’è un bel caldo, ormai l’estate avanza rapidamente. È quasi tempo di vacanze. Nel Gruppo 911 le discussioni, come sempre, abbondano e gli argomenti non mancano.
Si discute del caso “Lucifero”, della riunione di Firenze, dell’ingresso di Stefano nel gruppo. Le discussioni hanno sempre il tono dell’amicizia e della reciproca fiducia. Ma....
Ma... da un paio di giorni, il comportamento di Franco è molto strano.
Prima afferma qualcosa, poi la nega e dice di non essere stato lui a scrivere quelle parole, poi le riafferma e garantisce che erano sue.
Prima ci tratta tutti come pezzenti, e nella mail successiva nega di aver mai fatto una cosa del genere.... Mette in dubbio la nostra amicizia e la ribadisce con veemenza subito dopo.
Accusa Andrea di falsificare i suoi messaggi e tutti noi di avercela con lui...
Siamo preoccupati... Alle nostre richieste di spiegazione, Franco non sa che dire. Non sa neppure lui come sia possibile e non riconosce per suoi alcuni messaggi che pure sono firmati da lui. Ci dice di ignorarli.
La nostra prima ipotesi è stata che qualcuno doveva essersi intrufolato nel gruppo usando il suo nome ed il suo account.
Ma lui stesso, prendendoci in giro, ci ha detto che non è possibile... ricordo le parole esatte che lui ha scritto ad Andrea:
“Questo è impossibile, amico mio. Credi forse che qualcuno possa infilarsi in camera mia e usare il MIO computer senza che io lo sappia? O pensi che io stia diventando schizofrenico?”
Le mail rimbalzano dall’uno all’altro dei componenti il nostro gruppo con un ritmo frenetico, delineando ipotesi su questo comportamento. La preoccupazione per il nostro amico si fa via via più pressante.Mail di Giovanni Marsili, 1 luglio 1998, ore 19.30
“Fratelli,
ritengo molto improbabile che qualche esterno o pirata abbia mandato i messaggi che Solone non riconosce come suoi. Non vorrei che anche in Solone stesse avvenendo un mutamento simile a quello che ha trasformato La Spada in Lucifero. Anche il suo dubbio circa l'opportunità di far entrare Stefano nel gruppo mi fa sospettare. Comunque fino a chiarimento manteniamo questa discussione fra di noi: come vedete HO TOLTO L'INDIRIZZO DI SOLONE DA QUESTA MAIL e solo gli Eterni sanno quanto mi dispiaccia... “Mail di Andrea Nicosia, 1 luglio 1998, ore 19.48
“Per quanto mi riguarda, non dimentichiamoci che un aspetto di Psiche è Follia. Può essere che sia... normale per i figli di Psiche essere preda anche di questo aspetto, ogni tanto. Non so, sono perplesso.”
Mail di Giovanni Marsili, 1 luglio 1998, ore 20.45
“Fratelli,
Non so se tutto questo stia accadendo per cause "naturali" o interventi esterni, in ogni caso è chiaro che Solone ha bisogno di aiuto e subito: la Legge del Pathos stessa è in pericolo. Laura ha detto che vuole andare da Franco, a Pisa...”Sera del 1° Luglio, Pisa
Poco dopo le nove Laura si è messa in macchina, e in breve ha raggiunto casa Malatesta.
Franco è chiaramente stupito del suo arrivo, ma la saluta calorosamente. Il tempo di infilarsi un paio di scarpe (anfibi, come sempre), ed è pronto. Dice che preferisce non stare in casa. Fa troppo caldo.
- Ciao! Come mai da queste parti?
- Passavo di qua... - risponde Laura, ma è chiaro che è una dolce bugia...
- Facciamo due passi, vuoi?
Franco è allegro e rilassato. Si guarda intorno come un bambino di dieci anni, interessato a tutto, sorpreso da tutto.- Guarda che notte! È così bello essere vivi! Pensa a come siamo fortunati. Certo, abbiamo un grave compito sulle spalle, ma anche questo è una gioia.
- È così bello vederti sorridere di nuovo! Mi piace il tuo sorriso.
Anche gli occhi di Laura sono luminosi e mentre camminano prende Franco per mano.
Camminando, passano vicino ad un cespuglio di gelsomini, e Laura ne coglie alcuni, il dolce profumo si spande nell’aria.
- Vedi, non so come spiegartelo, ma adesso comprendo tante cose che prima non capivo. Gli uccelli che volano racchiusi in formazioni geometriche e perfette, senza che la loro libertà ne sia scalfita. Questo è il mio compito, Morgana, carissima amica. Scoprire quella Legge che porti armonia a tutti gli uomini e le donne e al mondo intero!
Franco sta cominciando ad esaltarsi: parla in fretta, a volte si mangia le parole.
- Sì, a tutti! In tutti risplende la luce di Pathos e di Psiche. E a tutti riserverò un posto nella mia polis. Questo è stato l'errore del mio passato, adesso l'ho finalmente compreso. Voler dividere il giusto e l'ingiusto, che infantile sciocchezza! Non è questo il mio compito. Io....
Franco si blocca, apre e chiude la bocca un paio di volte, sbatte gli occhi. La sua espressione lentamente comincia a mutare.
- Io....
Adesso Franco guarda Laura dritto negli occhi, ma sul suo volto non c'è più traccia di amicizia. Laura gli lascia andare la mano, stupita.
- Che razza di idiozie vuoi farmi dire? Quindi, secondo te, cara la mia Morgana, la Legge sarebbe una specie di "volemose bene"! Puah!
- Io non ho neanche parlato Solone, modera le tue parole! - risponde Laura, e un lampo di rabbia le attraversa lo sguardo, - Tu l'hai detto, non io.
La sua voce è un po’ alterata, come se non sapesse cosa fare, cosa dire, come se avesse anche un po’ paura.
- Sappi questo, allora: io sono Solone, il Padre della Legge. Mio compito è dividere i giusti dai malvagi, per premiare i primi e punire i secondi. Tutto il resto sono solo sciocche utopie, che ho abbandonato da secoli, ormai.
Franco parla a voce alta, quasi urlando. Getta le sue parole come fossero macigni, pesanti, immobili, ogni parola una verità immutabile, scolpita nel sangue e nel suo cuore.
- Cosa credi? Anche a me piacerebbe che fosse diverso, ma non è, né mai sarà, possibile. Senza una Legge che assolve e punisce, non c'è possibilità di armonia. C'è solo il caos! Essere forti è necessario, e io lo sarò. Fino in fondo. Altrimenti, come potrei mai affrontare chi vuole disgregare Pathos, che già adesso è così paurosamente debole? Cosa vuoi che faccia, che vada dal Serpente a stringergli amichevolmente la mano, e a chiedergli per favore se la vuole smettere di infangare chi ha il torto di avere ragione? È una follia! C'è solo una soluzione: dividere, assolvere e condannare. Per sempre. Questo è il mio compito, e lo posso assolvere solo io. Solo io posso DETTARE la Legge! Prenderla in mano come una pietra grezza, e sapientemente lavorarla, con esperti colpi di scalpello, fino a darle una forma che le permetta di assolvere un unico scopo: la Giustizia! E non ci può essere Giustizia senza punizione per i colpevoli. Altrimenti, chi difenderà gli innocenti?”
- Sicuramente non un Arrogante! - Adesso anche Laura sta urlando, sicuramente per la tensione.
- E voi... Voi... - Franco fa un passo avanti, quasi minaccioso. Ha i pugni chiusi, e sembra guardare attraverso Laura come se non esistesse.
Poi si blocca, allarga le mani, spalanca la bocca. Sembra spaventato. Guarda Laura fisso negli occhi.
- Il profumo dei bianchi gelsomini... Un piccolo albero appena nato, che deve ancora lottare... La tua presenza come una benedizione.... Laura, ti prego, aiutami... Aiutatemi.... Io....
Con queste parole, Franco sviene.
Laura lo abbraccia appena in tempo per non farlo cadere a terra. Poi cerca di rianimarlo, ma i suoi sforzi non sortiscono alcun effetto, quindi va a recuperare la macchina e porta Franco a casa, dove per fortuna non trova il padre del ragazzo. Da lì telefona a casa di Nella e a Leonardo.
Poi mette Franco a letto, si siede lì accanto, e lo veglia.
Il volto del ragazzo sembra di gomma: un minuto sorride, quello dopo è duro e severo, quello dopo ancora, ma solo per un istante, sembra soffrire atrocemente.
Soltanto, a volte, Laura sente alcune parole echeggiare nella sua mente: “Aiuto.... aiutatemi...”
E mentre lo guarda, Morgana comincia a parlare. La sua voce è dolce e suadente. Parla di mondi che sembrano fantastici, ma le sue parole li rendono reali. E poi, comincia a cantare in gaelico. Le parole della canzone suonano un po' dure e un po' dolci, una lingua suggestiva, musicale per natura. I suoi occhi sono persi in ricordi lontani, non guarda più Franco, ma ha preso la sua mano e se l’è poggiata sul petto come a trasmettergli le vibrazioni di quella terra.
Franco non sembra reagire né alle sue parole né alla canzone. Continua ad agitarsi imprigionato in un incubo di spettri e voci imperiose. Quando però Laura gli prende la mano, Franco comincia a calmarsi, lentamente. Il suo battito cardiaco prende il ritmo di quello di Laura, e le cadenze dei due respiri si fondono. Il suo volto si distende un po', come se per qualche minuto avesse trovato un po' di pace. Sembra addirittura che le sue labbra si increspino in un piccolo sorriso, ma forse è solo un riflesso dei Desideri di Laura.
Poi quando si è spento l'eco anche dell'ultima vibrazione, nel silenzio irreale che è sceso Laura mormora:
- Ti giuro, amico mio, che niente potrà fermarmi dal ritrovarti, ovunque tu sia. Ti giuro che un giorno ti porterò nella mia terra a sentire la musica del vento e del mare e ti farò correre a piedi nudi su quella terra benedetta e tu mi guarderai e riderai...
E dentro di sé pensa che forse allora lo bacerà e sulle sue labbra sentirà il sapore della sua terra e il profumo dei gelsomini.
E mentre Laura pronuncia queste parole, Franco si irrigidisce per un attimo, e la sua mano stringe quella della ragazza con più forza, ma senza far male. Poi, una vibrazione che dal Dominio di Psiche raggiunge quello di Desiderio, e da questo a quello di Sogno.
Ed è come una risposta: in un modo o nell'altro le parole di Morgana sono state udite, e non saranno dimenticate.Intanto gli amici che Laura ha chiamato stanno arrivando, uno dopo l’altro, ma lei non li saluta nemmeno.
Si è alzata quando ha sentito il primo campanello squillare, ma adesso ha affidato agli altri il compito, ed è tornata da Franco, a guardarlo in silenzio.
Ora nella stanza ci sono molti occhi che preoccupati osservano il ragazzo che si agita nell’incoscienza. C’è Leonardo, e con lui Alfredo, un amico di Laura. E accanto a loro Andrea, giunto più in fretta che poteva da Roma.
E insieme aspettano, senza neanche sapere che cosa.Notte del 1° Luglio, località imprecisata
L’uomo è seduto alla scrivania, le mani giunte sul tavolo.
Davanti agli occhi ha un libro, ma è come se non lo vedesse: il suo sguardo si spinge più lontano, oltre i limiti di questa realtà. Oltre il libro, oltre la scrivania, i muri, l’edificio, la città...
“Via, via, lontano da qui” pensa l’uomo “la soluzione del problema non è qui, non è in questa realtà, devo andare più a fondo. Ma dove?”
“Calma” si dice, “calmati, non essere impetuoso. Cerca di riesaminare i fatti. Tutto è cominciato con alcune strane e-mail di tuo Fratello, Malatesta. Già, Franco Malatesta, gran bel nome... ‘onesto ma mezzo scemo’”
L’uomo seduto si sforza di sorridere ma non ci riesce... fin da subito ha capito che c’era qualcosa che non andava, in quei messaggi. Un attimo Franco era violento e aggressivo, e il momento dopo non si ricordava ciò che aveva scritto. Si era ripromesso di provare a “entrare nella sua mente”, magari (perché no?) psicanalizzandolo: non era la sua specialità tirar fuori la verità dagli altri, come un ostetrico? Ma lui lo aveva dileggiato bellamente.
“E ora è qui che chiede aiuto, lo sento, come potrei non sentirlo? Le vie di Psiche urlano, stridono, gemono e si contorcono, c’è qualcosa di tremendamente scombussolato. È una vibrazione in Psiche, forte come mai, in passato, ne avevo sentite.”
È come se qualcuno gli urlasse nelle orecchie, disperato. Ogni tanto riesce a cogliere poche parole:“Aiuto....
vi prego, Fratelli....
amici miei, aiutatemi....
io....”Poi il tono cambia:
“Sto bene, Fratelli miei....
benissimo davvero....
la vita è gioia e tutti mi sono amici.....”Poi ancora un cambiamento:
“Silenzio!
Giudicare e obbedire!
Assolvere, condannare, assolvere, condannare, assolv....
La Legge è Forza e Difesa!”E poi, di nuovo, e sempre più forte:
“Aiutatemi....
vi prego.....”Aveva provato più e più volte a contattare suo Fratello tramite queste discordanti vibrazioni, ma ogni volta la sua mente si era scontrata contro una barriera impenetrabile.
L’uomo si massaggia le tempie e gli occhi, affaticati dal lungo cercare un contatto. Ripensa a quel che ha detto a suo Fratello: “entrare nella tua mente”. Forse... forse è giunto il momento di farlo davvero, nessun prezzo sarà troppo alto.
Ma è una cosa che Falasifa non avrebbe fatto da solo.
Il viaggio (R.4)
Ormai da lunghi minuti coloro che avevano risposto all’appello di Laura stavano raccolti attorno a Franco, che nonostante ogni tentativo di fargli riprendere conoscenza sembrava sempre più immerso nei suoi incubi.
Soltanto la vicinanza di Laura pareva, a volte, riuscire a calmarlo un po'.I minuti trascorrevano lenti, mentre nel silenzio tutti si domandavano cosa potessero fare per il loro amico.
All'improvviso, Franco spalancò la bocca e gli occhi e dal suo corpo cominciò a effondersi una luce candida e tiepida. In pochi secondi la stanza scomparve, e davanti ai propri occhi tutti videro manifestarsi un imponente edificio di marmo bianco, che senza difficoltà riconobbero essere il Partenone, riportato a loro nella gloria intatta dei secoli e del mito.
Sui gradini stava salendo un uomo, con passo rapido ma sicuro, come se, pur avendo fretta, non riuscisse a mancare di rispetto a quel luogo sacro con una corsa scomposta.
Lo vedevano chiaramente: Era una persona dai tratti mediterranei, sulla trentina, con la barba ondulata e un po' striata d'argento. Era vestito alla maniera araba, con turbante e vesti abbondanti, ma completamente in bianco. Portava al fianco una sciabola dal pomello d'oro.
Il gruppo di amici lo seguì con lo sguardo mentre si portava all'interno del Partenone, dove si avvicinò ad una bacheca nella quale erano esposti sette strani oggetti. Ne prese uno, una pietra circolare ricoperta di caratteri antichi. Un ostrakon. Si concentrò, e poi un lampo di luce accecante avvolse tutti!
E poi voragini colme di oscurità e di nuovo luce e oscurità e luce e....
E senza che se ne accorgessero, non erano più in una stanza, ma in piedi sul ciglio di un burrone, e davanti a loro si estendevano le terre del Dominio di Solone!
Millenarie foreste ammaestrate dal braccio dell'uomo, un vecchio dai capelli bianchi che guardava il mare color del vino, città sterminate con nervi di metallo e vetro, e piazze colme di folla che urlava, e guerre combattute tra eserciti come scacchi bianchi e neri, e corpi riversi come pesci morti dagli occhi di vetro, e le nuvole trascinate dal vento. E in fondo, lontani, i riflessi dei puri Regni di Psiche e di Desiderio, indescrivibili.I visitatori iniziarono a guardarsi a vicenda: i loro corpi mortali non erano più: adesso ognuno di loro si mostrava come ciò che aveva deciso di essere.
Andrea era adesso un uomo alto e robusto, la sua carnagione praticamente nera, con due piccoli occhi rossi e malvagi che illuminavano il viso, rivelando l’identità del Demone Baphomet. Le sue fattezze avevano un qualcosa di affusolato ed appuntito, il naso, le orecchie, il taglio del viso, le dita, gli occhi. Aveva corte zanne e dita tanto appuntite da sembrare artigliate. Indossava un paio di pantaloni di stoffa pesante, un'ampia camicia bianca e soffici stivali di pelle, il tutto coperto da una sorta di poncho, anch'esso bianco. Al fianco aveva una spada corta e tozza.
Leonardo appariva come un bell'uomo sui trent'anni, e attorno a lui si vedeva una soffice aura luminosa che ne confondeva lievemente le fattezze. I suoi vestiti, fino a pochi minuti prima eleganti ed estrosi, erano adesso strappati in più punti, e fra gli strappi apparivano i muscoli di un'atleta. In mano teneva una lunga Spada. Il suo atteggiamento era quello di Gilgamesh: un combattente in una zona di guerra, attento, cauto, circospetto.
Laura appariva come una donna molto alta, sopra il metro e ottanta, con lunghissimi capelli che le scendevano quasi alle caviglie tenuti legati da fili di cuoio e argento. Il nero dei capelli era così intenso che tendeva a riflessi quasi azzurri. Indossava una lunga tunica blu su cui erano ricamate delle rune gialle e portava al collo una catena con una grossa pietra. Portava una cintura alta cui erano attaccati molti piccoli sacchetti di pelle. I suoi occhi erano dolci e luminosi, ma sembravano covare un fuoco mai estinto, quello degli occhi di Morgana.
Alfredo (un ragazzo che li aveva raggiunti dopo una telefonata di Laura) restava l'abbondante giovanotto sui 20 anni che era, ma il suo abbigliamento adesso era mutato: indossava un paio di pantaloni di pelle "stappata" (ovvero colorata a chiazze), una camicia di cotone grezzo bianco con le maniche a sbuffo (tipo quattrocentesco), un bizzarro gilet di pelle con inserti in lana e un mantello verde militare di lana pesante. Il capo era coperto da una calotta di cuoio ed al suo fianco pendeva una lucida frusta intrecciata in seta. Tutti notarono chiaramente che si teneva accanto a Morgana, nascondendo appena il timore di essere in un luogo tanto strano. Ogni tanto gettava occhiate preoccupate ad Andrea, al quale cercava di non accostarsi mai.
L'uomo vestito di bianco era ancora al loro fianco, e sorrideva dolcemente. I suoi occhi sembravano in grado di scavare nei loro animi per coglierne i frutti più belli e preziosi.
Accanto a lui c’era un ragazzo di circa vent'anni, che si guardava intorno a meta' fra il sorpreso e il preoccupato. Indossava un morbido vestito di stoffa verde scura, e in mano teneva un pesante libro del quale non si riusciva a leggere il titolo.
Con voce lieve ma profonda, l'uomo col turbante si rivolse ai quattro amici: "Amici miei, datemi la mano. Io vi condurrò là dove Nomos ha bisogno di noi. Andiamo, il momento è grave." E in un gesto vi tese le mani.
"Piacere, Andrea, e tu?" Gli disse Baphomet stringendogli decisamente la mano, con un largo sorriso tutte zanne.
Anche Gilgamesh non appariva troppo convinto, sentiva di conoscere i nuovi arrivati, ma voleva essere sicuro che fossero Fratelli: “Qual è il tuo nome, tu che appari un Uomo in questo Arcano Dominio? E il giovane a fianco a te? Io sono Gilgamesh e vengo ad aiutare il mio amico Solone. Se il tuo scopo è aiutarci verrò con te, ma Desidero sapere il nome di coloro cui mi accompagno e il Dominio di Desiderio è così vicino… i Desideri vanno soddisfatti.
L'uomo in bianco fissò un punto verso il Dominio di Desiderio, indefinibile; poi dopo un attimo che parve interminabile rispose. "Ho colto le domande inespresse nei vostri cuori, Gilgamesh, e ho realizzato il Desiderio di aiutare il vostro amico Solone. Per questo ho aperto la via dal mio Dominio a quello di Nomos. Di mio ‘Fratello’ Nomos! In queste vesti potete chiamarmi Falasifa, se vi va. E' arabo, significa ‘principe dei filosofi’. Tu” disse indicando Andrea “dovresti saperlo bene. Credo che tocchi a me farvi da guida nelle terre della Legge. Prestate attenzione: essa è mutevole come il vento che ci sferza in questo istante. La Legge è ciò che tiene assieme i poliedrici aspetti di queste terre; se non fosse stato lo stesso Nomos a volerci qui, anche nello stato in cui si trova, il suo Dominio si sarebbe rivoltato contro di noi. Cionondimeno, temo che potremmo trovare diversi pericoli sulla nostra strada... io so bene come ogni Legge possa rivoltarsi contro l'uomo, quando è mal guidata.” Si fermò meditabondo, guardando il mare. Ricordi lontani, ma troppo dolorosi perché pochi secoli potessero sprofondarli nell'oblio. "Credo conosciate già Stefano. Ci troviamo qui per lo stesso motivo, quindi vediamo di sbrigarci. Troviamo la traccia del Desiderio di Nomos e seguiamola fino alla fonte".
“Ebbene Falasifa,” disse Gilgamesh con un sorriso, avendo finalmente riconosciuto entrambi i Fratelli “Se è così che ora vuoi farti chiamare, io ti chiamerò Fratello nel Pathos e in queste terre così chiamerò colui che morì per mano dei concittadini a cui tanto aveva dato. Salute anche a te... Uomo di Scienza, Ora i miei occhi non sono più ciechi e vedo in Voi pulsare il potere del Pathos. Siate le nostre Guide. Gilgamesh vi segue, e credo anche i miei compagni Baphomet, Morgana e Alfredo. Perdonatemi, ma in questo luogo faccio fatica ad utilizzare i nomi mortali, troppo è pregno di Pathos ciò che ci circonda. Ma mentre andiamo, Vi prego, diteci se sapete già qualcosa di quello che è successo e cosa possono fare i Figli di Desiderio e Distruzione per aiutare l'ottimo nostro compagno di tante avventure.”
Con voce lieve ma profonda, l'uomo col turbante si rivolse nuovamente ai nuovi arrivati:
"Non lo so, ma lo possiamo scoprire assieme.” E tese ancora mani.
Gli diedero la mano, uniti in questa missione forse disperata: Solone aveva bisogno di loro!
L'uomo vestito di bianco li guidò con sicurezza, e veloci come raffiche di vento, sollevati dalle ali del Pathos, sorvolarono le terre del Dominio di Solone, diretti verso il luogo dove la necessita' li chiamava.In brevi minuti, chilometri e secoli passati in un lampo, il viaggio ebbe termine e si posarono al suolo in una squallida radura la cui monotonia era spezzata solo, a tratti, dagli scheletri di cespugli come lapidi senza nome.
Il Sole in alto sembrava una moneta nera, e l'aria era caldissima. La terra sotto ai loro piedi era arida e polverosa, argilla e ocra. Tutt'intorno non c'era nulla, e lo sguardo si perdeva per chilometri e chilometri.
Soltanto, avanti a loro e distante poche centinaia di metri, un paesino si stagliava sull'orizzonte. Era protetto da una possente cinta muraria, ma solo sul lato che restava alla loro sinistra, mentre a destra si riconoscevano i profili di piccole case e degli orti.
Al centro del paese si ergeva un grande arco, alto più di 50 metri e largo altrettanto, la cui mole sembrava schiacciare le case più in basso.
Tra il gruppo e il paesino era stato costruito un palco di legno: un patibolo.
Su di esso si trovavano due figure, anche se la distanza non consentiva di riconoscerne i tratti.
Uno dei due sembrava un uomo veramente possente, alto forse più di due metri, e con la destra reggeva una gigantesca spada a due mani alta quanto lui. Pareva vestito solo di un corto gonnellino e aveva le spalle coperte da un ampio mantello nero.
L'altro era di statura più normale, ma sembrava indossare una specie di calzamaglia giallastra arabescata in nero, ed era calvo.
Ai piedi del palco si fronteggiavano due gruppi di circa dieci persone ciascuno. Il primo inneggiava a qualcosa e agitava i pugni in direzione dei due uomini sul palco, ma non si riusciva a capire cosa stessero dicendo quegli uomini. Il secondo restava in silenzio.
Sforzandosi, i visitatori scorsero, steso su una tavola posta sul palco, e coperto da un drappo nero, forse un corpo umano, immobile.
Il gigante accarezzava intanto la lama della spada come fosse il corpo di una donna.Nei millenni di amicizia con Solone suo Fratello, Falasifa non era mai stato portato in questo angolo del suo Dominio. Anzi, non era mai stato nemmeno vicino a questo luogo. Pareva quasi che Solone avesse sempre voluto tenere nascosto questo frammento della sua anima.
Anche Stefano, nonostante non avesse mai visto, nemmeno nei millenni passati, questo angolo del Dominio di Solone, non ci mise molto a rendersi conto che questo luogo era assolutamente centrale nell'equilibrio di forze e memorie che attraversava tutto il Dominio. Era un fulcro, una cifra di potere, un aleph.
C'era uno strano odore nell'aria, e non ci si metteva molto a coglierne il significato: questo luogo era malato, e se ne sentiva le carni andare in cancrena. Forse pero' sarebbe stato più giusto dire che era instabile, fluttuante, gorgogliante. A meta' tra Sogno e Incubo, in quel pulsare scomposto della materia in decomposizione e del neonato che apprende la difficile arte del respirare da solo.
Si', c'era uno strano odore nell'aria....
Morgana si sentiva a disagio, in questo luogo. La terra prosciugata e morta sotto i suoi piedi sembrava un'offesa voluta, cercata, mirata solo a lei. Come uno schiaffo.
Ma poi qualcosa attirò il suo sguardo, in basso, a pochi centimetri da lei. Una piccola ferita nel terreno compatto, come palpebre che si aprivano lentamente. E poi intravide un timido riflesso di pallido verde, che secondo dopo secondo si fa sempre più intenso, e poi sbocciava in uno stelo, in un gambo, come una mano tesa nel silenzio. Danzando in rapidi istanti il ballo dei giorni e dei mesi, la pianta alzò la testa rigonfia verso il Sole e verso di te, spiegò le foglie delicate e rostrate, armò il suo fragile stelo di piccole ma caparbie spine appuntite.
E poi lentamente, tesa tra timidezza e orgoglio, si aprì ai suoi occhi, un bocciolo di rosa che colorava di se' l'aria e la terra.
Ma il Sole continuò ad essere spietato, e la terra arida, e una rosa solo una rosa....
Pure, mentre guardava quel piccolo miracolo, un pensiero sfiorò l’Antica Incantatrice: forse c'era un messaggio, forse una metafora, forse qualcosa....
Il bocciolo e le spine... e....I visitatori, dopo un rapido consulto fatto di sguardi di intesa, decisero di avvicinarsi. Arrivarono fino a pochi metri dal palco, e nessuno sembrò far caso a loro e man mano che si avvicinavano, le figure dinanzi a loro si fecero sempre più nitide.
Gli uomini ai piedi del patibolo erano vestiti normalmente, con pantaloni di tessuto o cuoio, giacche colorate o bianche, basse scarpe da cittadino o stivali, secondo il mestiere e le possibilità. Apparentemente, la tipica popolazione da borgo medioevale.
Da dove si trovavano, riuscivano ora ad intendere cosa stesse gridando il primo gruppo: "Bocca! Bocca! Sia fatta giustizia! Legge!".
Gli uomini e le donne dell'altro gruppo, invece, restavano in silenzio ad osservare la scena, ma alcuni tra loro si erano lasciati andare alle lacrime come se piangessero la morte di un amico o di un parente.
L'uomo più imponente, sul palco, da vicino sembrava ancora più immenso: spalle larghe, petto proteso in avanti, braccia e gambe sulle quali un solo muscolo in più non avrebbe trovato posto. Sul volto portava una maschera da demone avvolto in fiamme, con le labbra bloccate in un sorriso senza calore. Il gigantesco spadone era sporco di sangue rappreso.
L'altro uomo non indossava, come vi era sembrato, uno strano vestito, ma era anzi completamente nudo, salvo una fascia di lino ai fianchi, e aveva l'intero corpo ricoperto di innumerevoli tatuaggi. Non erano disegni, ma parole, tantissime parole, scritte in lingue vive o morte, che lo ricoprivano completamente, fino al volto e sulle palpebre e dentro le orecchie. L'uomo aveva anche un'orrenda cicatrice sotto il mento che gli attraversava la gola da parte a parte. Difficilmente era ancora in grado di parlare.
La figura sotto il velo nero era ancora immobile. Vista da qui sembrava un uomo (o un donna) piuttosto alto e massiccio, con le braccia tese in avanti, forse legate al tavolo su cui giaceva.
Il gigante si guardava intorno con aria di sfida, e per un attimo i suoi occhi incrociarono quelli degli stranieri. Solo un istante, poi l'uomo decise che erano anche loro indegni della sua attenzione, insignificanti.
Dopo forse un minuto dal loro arrivo, l'uomo nudo si mosse verso la folla e alzò il piede destro, in modo da far leggere a tutti ciò che sotto la pianta era tatuato: "Morte per morte". Il primo gruppo esultò e cominciò a gridare: "Morte! Morte!", mentre il secondo cadde nella disperazione e tutti cominciarono a gemere e a singhiozzare.
L'uomo nudo rivolse il piede verso il gigante, che era rimasto immobile, e questi comprese il messaggio: alzò lo spadone e si preparò a calarlo sul collo di chi giaceva sotto il velo.
Gilgamesh allora si avvicinò al palco accompagnato da Baphomet, che ostentava amabilità e tranquillità.
Com'era intuibile, ben presto gli sguardi di tutti i presenti si voltarono verso Gilgamesh e Baphomet, e sui loro volti si disegnò lo stupore.
Alcuni mormoravano: "Stranieri! E' impossibile! Da dove sono venuti?", e altri: "Guarda quello! Sembra un demone degl'Inferi! Cosa vogliono da noi?", e ancora: "Presto! Qualcuno chiami la Guardia!".
I tentativi di Baphomet di risultare socievole con ampi sorrisi fallirono miseramente, soffocati dall'evidente paura che i presenti provavano nei suoi confronti.
Pero', a farci caso, le reazioni ostili arrivavano solo dal primo gruppo, mentre gli uomini che componevano il secondo li guardavano incuriositi, e addirittura alcuni di loro avevano smesso di piangere.
Allora Baphomet, in assoluta tranquillità, si diresse verso il secondo gruppo e apostrofò un giovane uomo sulla trentina:
“Beh, che si dice di bello?” L'uomo restò interdetto per un attimo, poi rispose:
“Non ho mai visto nessuno come te, ma ti do' il benvenuto nella nostra cittadina. Io mi chiamo Hernando. Guarda, ancora una volta la Legge sta per uccidere. Tra poco Bocca emetterà la sentenza, e La Spada la eseguirà. Amico mio, ti scongiuro, non puoi fare qualcosa? Ti prego...”
Mentre Hernando e Baphomet parlavano, l'uomo nudo sul palco scrutava i due nuovi venuti e sembrò turbato dalla loro presenza. Il suo sguardo era profondo e severo. Dopo un paio di minuti, pero', parve tornare alle proprie silenziose riflessioni, almeno apparentemente.
Il gigante, invece, li osservò a lungo, soprattutto Gilgamesh. Nonostante la maschera, il Guerriero di Desiderio poté scorgere chiaramente un luccichio per niente incoraggiante nei suoi occhi. Per rendere più chiaro il messaggio, l'uomo fece danzare i pettorali e strinse le mani attorno all'impugnatura della spada, mettendo in mostra i possenti muscoli delle braccia. E continuò a fissare Gilgamesh. Si poteva giurare che gli stesse sorridendo. Un sorriso alla Baphomet....
Nel frattempo Falasifa, accompagnato da Stefano, si avvicinò cautamente alla folla. Il suo aspetto già più normale del suo compagno Demone e la presenza di Gilgamesh e Baphomet fecero sì che la gente quasi non si accorgesse della sua presenza.
Dando un'occhiata intorno, Falasifa notò che da nessuna parte era esposto il motivo del processo, ne'era resa nota l'identità dell'imputato.
Osservò anche attentamente l'uomo nudo, quello il cui nome sembrava essere Bocca, ma il suo volto continuava a restargli sconosciuto. Si accorse invece che le parole sul corpo dell'uomo erano massime, comandamenti, frammenti di ordinanze o leggi, scritte apparentemente senza un ordine preciso. Di alcune non riuscì a cogliere il significato (non conosceva la lingua in cui erano scritte, e, in alcuni casi, le parole sembrano non avere nemmeno un senso compiuto), ma l'idea generale era piuttosto chiara ai suoi occhi: quest'uomo era una specie di Codice Vivente, un Uomo-Legge.
Morgana, invece, era rimasta indietro, e aveva chiesto anche ad Alfredo di raggiungere gli altri, come se per qualche minuto volesse restare sola.
Se anche qualcuno si fosse voltato guardando nella sua direzione, avrebbe visto soltanto che si chinava a terra per qualche secondo.
All'improvviso, dal nulla si alzò un forte vento, che sollevò la polvere da terra e scompigliò i capelli degli astanti. Rapidamente, grigie nubi cariche di pioggia si radunarono sulle loro teste, e cominciarono a rovesciare pesanti rovesci di pioggia sul terreno.
La terra, arida e sterile, bevve avidamente, ogni goccia una piccola benedizione, una piccola promessa.
Per un istante, sembrò davvero che fosse possibile ridare vita a queste terre martoriate dal Sole.
Ma fu solo un attimo: dopo una decina di minuti le nubi cominciarono a svanire, colpite alle spalle dall'impietosa potenza dell'astro di fuoco, e in breve scomparvero del tutto.
A testimonianza del piccolo miracolo di cui erano stati testimoni restavano solo piccole pozzanghere, che come tanti occhi riflettevano il Sole nero su un cielo fin troppo azzurro, fino ad esserne prosciugate.
La gente radunata attorno al patibolo era visibilmente sconvolta da questo improvviso acquazzone, e guardava in alto come se la pur momentanea sparizione del Sole fosse un evento incomprensibile.
L'uomo ricoperto di tatuaggi si voltò a guardare intensamente gli stranieri, e stavolta sembrava adirato.
Ma tutto questo passava forse in secondo piano, perché una cosa era stata evidente: le nubi non avevano coperto la parte della città protetta dalle mura, e la pioggia non ne aveva bagnato le case e le vie. Per alcuni minuti era stato come se la mano di un dio avesse spaccato il cielo a metà e protetto una parte della sua città.
Il vento pero'continuava a soffiare."The Heaven and Earth join,
And the sweet rain falls,
Beyond the command of men,
Yet evenly upon all."
(The Book of Tao)Nel frattempo le parole di Hernando avevano colpito profondamente Baphomet, che chiese all'uomo di spiegarsi meglio, di raccontargli cosa stesse succedendo, di parlargli della Legge che governava quelle terre.
“Bocca emette una sentenza? Ma c'è stato un processo?”
“Processo? Cos'è un processo? Bocca è L'Uomo Legge del Difensore, il signore dei Quartieri dell'Ordine. Quando qualcuno viola la Legge, Bocca lo condanna in base alla Legge che porta sempre con se'. Ma questo e' un errore, perché l'Amico dice che nessuno di noi è solo un uomo o una donna, ma una parte del Tutto, e il rifiuto di una parte rende il Tutto più debole. Per questo noi piangiamo, perché La Spada ucciderà anche una parte di noi.
“Dimmi, amico mio, in questo luogo regna la Legge, ma c'è giustizia?”
“Ti sbagli. La Legge regna solo su metà di Bsorgu. Gli abitanti dei Quartieri dell'Amore seguono i Consigli dell'Amico. Forse vorreste, tu e i tuoi amici, venire a parlare con lui? Sono certo che saprebbe rispondere alle tue domande assai meglio di me, e... ma... guarda li', cosa sta facendo il tuo amico?”
E così dicendo indicò la massiccia sagoma di Gilgamesh.
In effetti, mentre ancora la pioggia stava cadendo, Gilgamesh si era fatto avanti, la lama stretta in pugno. Sotto il Sole velato, la soffice aura dorata che gli circondava il corpo era ancora più visibile, e davvero Gilgamesh sembrava il messaggero di una qualche divinità del passato.
Gonfiando i muscoli, domandò: "Qual è la colpa per cui la Legge sta giudicando?"
Per tutta risposta, l'uomo di nome Bocca distese la gamba destra avanti a se', come se volesse dare un calcio a Gilgamesh, ma la distanza era troppo grande, e il movimento troppo lento.
Forse perplesso da quel gesto incomprensibile, Gilgamesh restò immobile, fino a quando non sentì la folla, dietro di se', emettere un boato, e alzarsi grida di "Legge! Legge!".
Allora capì, e osservò i tatuaggi sulla pianta del piede dell'uomo. Non erano molte le parole che riusciva a comprendere, ma una ritornava spesso: morte!
Come obbedendo ad un ordine, il gigante afferrò la spada e tese i muscoli delle braccia, con un movimento assurdamente lento, forse studiato per far eccitare la folla.
Quindi fece due passi in direzione di Gilgamesh, portandosi al fianco di Bocca, e si rivolse al Guerriero Desiante con queste parole:
“Bene, coglione, hai trovato guai. Ti avevo avvertito. Adesso La Spada ti farà male. Tanto male. Argharghargh!”
Anche Stefano si era avvicinato al palco ora e il suo volto aveva un’espressione concentrata, Morgana lo seguì subito dopo, accompagnata da Alfredo, mentre Falasifa osservava in silenzio il dipanarsi degli eventi.
Gilgamesh osservò La Spada avvicinarsi, e le sue memorie di grande guerriero tornarono alla luce. In pochi istanti aveva analizzato i movimenti del suo avversario, il modo in cui impugnava l'arma, come si muovevano i suoi piedi, come respirava.
Apparentemente, sembrava un combattente abbastanza esperto, ma non suo pari. Era certamente forte, ma non agile, e i suoi movimenti sembravano goffi, pesanti. Forse però era solo una finta per coglierlo di sorpresa con un attacco rapido e ben mirato. Gilgamesh decise che non avrebbe sottovalutato l’avversario. Nel contempo lo sguardo del Guerriero, più acuto di quello di molti e, nonostante al momento la sua attenzione fosse concentrata su La Spada, notò un'ombra muoversi sul palco e tirare via il velo nero che ricopriva il condannato. No, non era stato un colpo di vento.
Eppure, il Guerriero di Uruk non riuscì a riconoscere quell'ombra sebbene avrebbe potuto giurare che fosse quella di uno dei suoi compagni.
Così, mentre Gilgamesh e La Spada si squadravano, quella che apparentemente era un’innaturale folata di vento smosse il panno nero che nascondeva agli occhi l'identità dell'imputato.
Con grande stupore, i figli del Pathos presenti si accorsero che si trattava non di una persona, ma di una statua!
Era, in effetti, proprio una statua di marmo bianco, e rappresentava un uomo di mezza età, con il mento ornato da una barba ricciuta e quasi completamente calvo. L'uomo aveva le mani tese verso l'alto, e nella sinistra portava una piccola fiammella, mentre nella destra teneva uno strano simbolo, del quale non si riusciva a capire il significato. Il volto dell'uomo era chinato verso il basso, e le sue labbra erano piegate in un sorriso malizioso, divertito. Sembrava che stesse tenendo i due oggetti fuori della portata di qualcuno più basso di lui, e che la cosa gli desse una specie di strano piacere. Ma dai suoi occhi scendevano lacrime.
Un particolare apparentemente assurdo attirava l’attenzione: la sua mano destra era sporca di sangue secco.
Falasifa esaminò affascinato la figura di marmo: l'uomo raffigurato nella statua era certamente Filippo Buonarroti, Volto dell’Eterno Psiche. Non aveva dubbi, anche se il piedistallo non recava alcun nome, ma solo una pergamena che recitava:"Condanna: Juan Entreda, scapolo come deciso e lavoratore come deciso, provocatosi stato di ubriachezza cercava di abbattere la statua del Volto in Piazza Saturno. La statua crollava su Entreda, causandone la morte.
Per punire la statua per questo suo gesto criminale, noi, L. C., ne decretiamo la decapitazione, affinché le Erinni non si vendichino sull'intera città.
Cosi' sia fatto."L’attenzione di Stefano era invece diretta al simbolo che l'uomo portava nella destra: gli ricordava vagamente uno dei molti emblemi che furono associati alla Confraternita dei Rosa-Croce. Anzi, questo era probabilmente uno dei più antichi, e di certo oggigiorno noto solo a pochi.
Dietro a tutti, Alfredo si sentiva molto fuori posto e spaventato per la piega che gli eventi parevano prendere. Pensando di poter uscire da qui come era venuto, chiuse gli occhi e cominciò a correre dentro la propria mente, allontanandosi velocemente da tutto e da tutti, solo. Ormai si aspettava di sentire da un momento all'altro il ticchettio della sveglia, o il cuscino sotto la testa, o il lenzuolo, o.... Ma non accade niente di tutto questo.
L'orizzonte restava uguale, immobile, piatto, spietato. Il Sole lo colpiva con la stessa forza sulla testa.
Laura era avanti, insieme agli altri e lo sguardo del giovane si posò su di lei. E solo ora si avvide che in alto nel cielo c’era il profilo di tre strane creature: forse Solone non si limitava a volerli lì, forse non voleva che ve ne andaste, forse...
Morgana stava parlando alle donne della fazione che piangeva, chiedendo loro se erano felici di vivere nel modo in cui vivevano, e chiese poi quale fosse il tipo di governo vigente per l'altra fazione e per loro;
La donna interpellata, che disse di chiamarsi Elena, scrutò Morgana negli occhi per alcuni secondi, poi rispose alle sue domande:
“Amica mia, la felicita' non e' forse lo scopo di tutto quello che facciamo? Forse solo i morti sono davvero felici.... Questa e' la mia città, e si chiama Bsorgu. E' una bella città, ma maledetta. Da tempi che nessuno più sa ricordare, qui si affrontano il Difensore e l'Amico. Non ricordiamo più quando tutto questo ebbe inizio, se con la città stessa, o prima, o dopo. Guarda, la via che porta al Palazzo Arcod-Isma-Ria, quella costruzione che assomiglia a un ferro di cavallo, divide la città in due. Io e la mia famiglia seguiamo gli insegnamenti dell'Amico. Lui ci ama, e ci ha spiegato che tutto il mondo è Amore e Armonia. Anche il gesto più crudele, il più efferato può essere ricondotto nell'Armonia, e trasformato in qualcosa di bello, in qualcosa che accresce tutti, che mostra ai nostri occhi il cuore dei nostri compagni. Gli altri, invece, obbediscono al Difensore, e la loro vita e' vuota, perché essi non sanno amare se non ciò che e' uguale a loro, e odiano ciò che e' diverso. Hanno un tale bisogno di essere puri e giusti che questo li trasforma in esseri senza cuore, solo cervello.”
E con queste parole Elena si zittì improvvisamente, perché La Spada si era' mosso e il duello stava per iniziare.
La Spada si avvicinò minacciosamente a Gilgamesh, ma Baphomet con un agile balzo si portò al fianco dell'amico, pronto a offrirgli il suo aiuto:
“Amico mio” disse con un sorriso dei suoi “vogliamo vedere di che colore e' il sangue dei nostri ospiti?”
Ma Gilgamesh gli replicò di non intervenire, e piuttosto di tenere d'occhio Bocca, che era sempre immobile e con un'espressione severa sul volto:
“Grazie, ma questo e' il mio avversario...” Aggiunse “ma non credo che sia l'unico pericolo qui.... “
Nel frattempo, Falasifa, con una scaltrezza della quale forse non gli si sarebbe fatto credito era salito sul palco e, non visto, si era portato alle spalle di Bocca, scambiando un'occhiata d'intesa con Baphomet.
Poi La Spada attaccò Gilgamesh.
Il movimento era incredibilmente rapido per un uomo di quella stazza e per un'arma ingombrante come una spada a due mani. La folla lanciò un urlo, convinta che presto avrebbe visto cadere a terra, mozzata, la testa di Gilgamesh. Ma il Guerriero Desiante era già lontano dall'arco della lama prima ancora che La Spada desse inizio al movimento.
Adesso di nuovo immobile, Gilgamesh valutò il suo nemico e sembrò illuminarsi ancor più di luce.... la sua spada parve danzare nelle sue mani e si abbatté ripetutamente sull'Avversario, costringendolo alla difesa. La Spada fu chiaramente sorpreso di tanta abilita' nell'uso dell'arma, e indietreggiò confuso.
La folla si zittì, attonita, mentre esclamazioni di stupore venivano dal secondo gruppo, quello di cui faceva parte Hernando, che come gli altri aveva gli occhi incollati alla battaglia che si svolgeva sul palco.
Mentre attaccava, Gilgamesh cantava, e il suo canto era in una lingua morta da tempo, ma il senso era chiaro: parlava di battaglie e di cadaveri abbandonati sulla sponda dell'Eufrate, e rievocava le fasi di un antico conflitto dove Ishtar, Desiderio Incarnato danzava sulla rena, godendo del massacro attorno a Lei, in un terribile Desiderio di Morte e di Disperazione. Il canto diventava sempre più forte, e l'aria vibrò attorno al Guardiano del Sacro Volto, portando immagini della migliore gioventù sumera che si accasciava al suolo nell'orrore del compiacimento divino.
Adesso Gilgamesh non assomigliava più un uomo, per quanto affascinante e muscoloso, ma alla vera rappresentazione del Guerriero, dell'Uomo che Ama e Dispera, di chi sa tessere insieme Vita e Morte sul filo di una spada, di un mito reale e immortale.
Calò il silenzio, e il vento portò alle vostre orecchie solo il suono delle lame che si incontravano e le parole del canto di Gilgamesh.
Nell'attimo culminante, nel parossismo del canto, la Spada di Gilgamesh affondò nella mano del gigante. L'enorme arma cadde al suolo con fragore e la spada era già pronta a colpire di nuovo. Ma Gilgamesh rimaneva immobile, il filo della sua spada sopra il capo del nemico sconfitto.
La folla che fino ad un attimo prima aveva gridato il nome di La Spada adesso taceva, sgomenta: il campione della Legge era stato sconfitto!
Gilgamesh invece si rivolse a Morgana:
“A te, Sorella, che sei Madre della Vita, la decisione sulla sorte del mio avversario.”
Prima però che Morgana potesse esprimersi, Bocca sollevò il braccio sinistro con il palmo proteso in direzione di Baphomet, e i suoi occhi erano in fiamme.
Ma Baphomet era pronto, e con uno scatto felino raggiunse Bocca, e gli bloccò le braccia. L'uomo era piuttosto debole, e Baphomet non ebbe difficoltà a trattenerlo. Falasifa, in ogni caso, era pronto ad intervenire in aiuto dell'amico.
Insieme lessero i tatuaggi sul palmo sinistro di Bocca, e scoprirono che più o meno dicevano: "La punizione è giustizia". Forse Bocca cercava di convincerli a stare lontani da questa esecuzione?
Comunque fosse, al gesto di Baphomet contro Bocca il primo gruppo esplose in urla di "Sacrilegio! Crimine! Chiamate le Guardie! Guardie!" e, in effetti, due o tre uomini cominciarono a correre rapidamente verso la cittadina.
Prima che i Guerrieri del Pathos potessero decidere cosa fare, una figura si mosse verso il palco: Alfredo! Da quanto tempo non si erano accorti della sua assenza?
Mentre si avvicinava si potevano vedere piccoli particolari: i pantaloni e le mani sporche di terra e sabbia, il passo quasi da sonnambulo, gli occhi rossi e le tracce delle lacrime.
Cosa gli era successo?
Chi di loro si era preoccupato di vegliare su di lui, da quando erano arrivati nel Dominio di Solone?
Loro stessi che erano Immortali Note del Pathos temevano i pericoli di queste lande, e avevano lasciato da solo Alfredo, e lui era solo un giovane uomo: come poteva capire cosa stava accadendo davanti ai suoi occhi?
Questi sono i pensieri che attraversarono le menti dei Figli degli Eterni, mentre osservavano Alfredo trascinarsi verso Morgana, alzare gli occhi fino ad incontrare quelli tanto più antichi di lei, dicendo: “Ti prego, riportami a casa.... Per favore....”
La Spada era sconfitto e chino a terra, Bocca prigioniero, la Guardia forse già in arrivo, Alfredo volva essere ricondotto a casa, eppure non era ancora tutto:
All'improvviso, inspiegabilmente, avvertirono una strana VIBRAZIONE. Un SUONO. Forse un lungo SIBILO. Risuonava nelle loro teste tormentandoli con fitte di acuto dolore.
E poi, gradualmente, il dolore diminuì, e il suono si fece più... ARTICOLATO... C’erano dei FLAUTI, flauti stonati, CACOFONICI. Risuonavano nella loro mente e danzavano in cerchio tutto intorno a loro. Danzavano, danzavano, danzavano. Suonavano, suonavano, SUONAVANO!! Sempre più forti, sempre più veloci! Veloci. Veloci. Veloci. VELOCI!!!
Il suono si fece intollerabile, mentre i visitatori si guardavano intorno cercandone l'origine. Per farlo cessare. Subito! Con gli occhi chiusi, il suono dei flauti... la MUSICA dei flauti... MUSICA?!
AAAAAARRRRRHHHHH!!!! PERCUSSIONI!! Suono di teste sfondate e metallo! Il battito di un enorme cuore...
E poi.... Il suono si fa più sopportabile...
Riaprirono gli occhi... Non erano più flauti... Sembravano...COSA??!! CHITARRE ELETTRICHE?
Tutto il mondo attorno risuonò di accordi di chitarra! Due chitarre e un basso, che suonavano furiose! E poi cominciarono a sentire VOCI... Un coro di voci indistinte... urla, gemiti, versi, ruggiti... pianto di bambini... Respiro di amanti... Voci voci voci voci…
Infine ne emerse una sola, più chiara. Una voce maschile, dal timbro alto. Ma... QUALCOSA, videro qualcosa all'orizzonte. Non ne potevano dire la distanza. C’erano linee di luce e di oscurità che si incrociavano in prospettive sbagliate e impossibili, come in un quadro di Escher.
C’erano delle OMBRE... SAGOME UMANE... Erano OTTO... uscivano DALLA PROSPETTIVA SBAGLIATA. Tutti camminavano. Alcuni a testa in giù, altri paralleli al terreno. Sospesi nell'aria. Erano otto...... No, era UNO SOLO.
Una sagoma avvolta in un mantello nero camminò lentamente verso di voi... e quella voce continuò a CANTARE... Il Cielo e la Terra di questo Dominio parvero PIENI di MUSICA... ESPLODERE delle vibrazioni delle chitarre e degli acuti di quella voce...
Quella voce... STAVA CANTANDO IN INGLESE???!!!!!!I hear the sound
In a metal way
I feel the power
Rolling on the stage
'Cause only one thing
Really sets me free
Heavy metal
Loud as it can beBaby I was born to play music
I am a man with a screaming guitar
There's a light in a middle of the stage
In a minute I'll be wearing it all
I don't know another way of living
Baby I don't really care
Give me a pair of chains, aim the whiplash at me
The girls I'd love to shareASSURDO!I visitatori si guardarono attorno confusi, mentre un coro intonava:
HEEEEEEEEEEEEAAAAAAAAAAVY MEEEEEEEEEEEEETAL!!!!!!
HEAVY METAL DAAAAAAAAZE!!!!!!!!!!!Questa la musica che risuonava tutto attorno a loro, nel Cielo del Domino di Solone! E si accorsero che la figura in nero si stava avvicinando sempre più.
Improvvisamente la musica si interruppe. La voce del cantante lanciò un ultimo grido:LADIES AND GENTLEMAN... LORD RAPHAEL VON MATSCH!!!!!!
E poi tacque.
La figura in nero era ora a pochi passi da loro, immobile. Era un uomo molto giovane, forse ventenne. Alto quanto Morgana, sembrava molto magro. Un grande mantello nero era drappeggiato attorno al suo corpo.
Il suo volto era pallido, mortalmente pallido, ma la sua bocca sorrideva. I suoi occhi erano scuri, ma sembravano illuminati dall'interno da una luce verde, e i suoi capelli neri e molto lunghi scendevano lungo le spalle confondendosi con i drappeggi del mantello.
Sollevò una mano (la destra), nel gesto di pettinarsi, scostando una ciocca dal viso. Il suo braccio apparve rivestito di quella che sembrava un'armatura metallica, complessa e piena di snodi e giunture. Il dorso della mano era coperto di metallo, ma le dita erano nude: lunghe e bianche, terminavano in lunghissime unghie appuntite, dipinte di nero.
"WOW! Che assembramento di Immortali!" disse con un sorriso "State andando ad una festa? Spero che sia come quella del Solstizio! Mi sono appena auto-invitato!"
Ancora storditi dal FRASTUONO di un attimo fa, i membri del gruppo di salvataggio riuscirono solo a spalancare gli occhi per lo stupore. Si faceva fatica a riconoscere Raffaele Venosta, così come molti lo avevano visto a Lucca o durante la festa del Solstizio.. Appariva più alto e magro di quanto già non fosse, con i capelli e le unghie più lunghi, il viso ancora più pallido. E i lineamenti sembravano più belli. Con gli occhi molto più verdi e i capelli più neri - e forse le spalle più larghe - sembrava... una specie di VERSIONE DIPINTA di Raffaele Venosta! Il suo alter-ego a fumetti, o qualcosa del genere.
Morgana lo osservò con sguardo critico: Raffaele Venosta era certamente potente nelle vie del Sogno, ma lei non era da meno. Anzi. Si era accorta subito che il suo spettacolino era una complicata specie di illusione a loro uso e consumo. Quelli che la circondavano stavano semplicemente vedendo un uomo avvicinarsi. Con un semplice gesto della volontà Morgana aveva zittito i rumori che le si agitavano in testa e ora rimaneva ad osservare con prudenza il nuovo venuto, una delle più misteriose Note del Pathos.
I sei amici tentarono di ignorare l’arrivo dello stregone: le parole di Alfredo a Morgana li avevano colpiti profondamente e meritavano una risposta.
Gilgamesh distolse lo sguardo dal suo avversario ormai sconfitto, guardando Alfredo con stupore, e sul suo Volto Immortale la luce si attenuò, la sua espressione diventò sempre più simile a quella di Leonardo Di Giovanni, l'uomo che Gilgamesh era fuori da questo Dominio e quasi con colpevole vergogna abbassò la spada e si avvicinò ad Alfredo, chinando il capo e chiese: “Perdonaci... ancora non siamo degni dell'Uomo. Col permesso di Morgana, io ti starò accanto e ti proteggerò con la mia Spada, tu mi darai forza con la tua presenza.”
Anche Stefano si era avvicinato ad Alfredo, prendendogli delicatamente il viso tra le mani, lo costrinse con dolcezza a guardare verso di sé, cercando di tranquillizzarlo e di spiegargli dove erano e perché. Le sue parole sembravano rivolte non solo ad Alfredo, ma a tutti loro. Con semplicità eppure con forza, Stefano parlò loro della lotta incessante tra Oblio e Conoscenza, del coraggio che in ogni tempo ha sempre richiesto il liberarsi delle piccole e grandi menzogne che ci impediscono di vedere e di capire, del prezzo che a volte questa lotta porta a pagare, e poi di altre cose, più piccole, forse, ma anche più vicine.
Quando Stefano alla fine lasciò il volto di Alfredo erano passati forse alcune decine di secondi, ma erano sembrati minuti.La folla era ancora divisa in due. Da una parte Hernando, Elena e quelli che apparentemente seguivano le parole dell'Amico, guardavano in silenzio chi aveva compiuto l’impossibile, stupiti e forse affascinati dal duello tra Gilgamesh e La Spada; dall'altra coloro che fino a poco tempo prima avevano inneggiato al gigantesco guerriero, e che ora sussurravano tra le labbra parole come Legge e Guardia, e spesso si voltavano verso la cittadina, come se da lì si aspettassero di vedere giungere qualcuno che li salvasse da questa follia. La situazione non era certo migliorata dall'arrivo di Lord Raphael, il cui ingresso in scena aveva suscitato nei suoi stessi compagni reazioni diverse.
Gilgamesh lo guardò di sbieco e sul suo volto si disegnò un'amara smorfia:
“Benvenuto Fratello. Un'entrata davvero indimenticabile. Non posso dire che mi tranquillizzi averti al nostro fianco, ma di certo sono lieto di avere l'aiuto di un altro Fratello..."
Stefano, che si era lasciato prendere dal ritmo delle note che accompagnavano lo show di Lord Rapahael, scosse leggermente la testa e si voltò verso Alfredo, come a volersi accertare dell'effetto che tutto questo stava avendo sul giovane.
Andrea invece si era avvicinato sorridendo a Raffaele e subito si informò sulle intenzioni del neo-arrivato Domatore di Ombre:
“Bravo, sei qui per combattere contro di me, o al mio fianco? Se la risposta giusta è la prima, non mi pare il momento. Se la risposta giusta è la seconda... Oh! Come mi dispiace, per questo povero mondo... “ E nel dire questo Baphomet continuò a sorridere. Ed il suo sorriso ricordava a tutti che, in fondo, Baphomet ERA VERAMENTE un Demone.
Raffaele Venosta sorrise a sua volta, gli posò una mano sulla spalla ed esclamò:
“Che piacere incontrarti di persona, vecchio Demone Otaku! Qualsiasi cosa tu abbia intenzione di combattere, sarà una vera gioia per me darti una mano!” Poi si voltò a fare un cenno di saluto a Stefano, e a stringergli la mano: “Finalmente ci incontriamo faccia a faccia!” e, gettando uno sguardo ad Alfredo mormorò “Il ragazzo sembra un po' confuso... gli stai facendo tu da balia?”
Ma senza attendere una risposta si avvicinò a Laura, esibendosi in un inchino con baciamano: “Signora di Avalon...”
Falasifa intanto osservava la scena dall'alto del palco, in silenzio, e con lo sguardo sembrò abbracciare l'intero Dominio... Poi l'uomo vestito di bianco si rivolse a Baphomet e a Gilgamesh, che gli erano i più vicini sul palco:
“Credo sia giunto il momento di ragionare su questa storia, gente. E' necessario che facciamo il punto della situazione... andiamo via da qui e organizziamoci.” E detto questo scese dal patibolo. Gilgamesh annuì, e Baphomet digrignò i denti:
“Massi', andiamo. Cosa preferite? La zona controllata dall'Amico o la zona del Difensore? Io voto per la prima!” Quindi lanciando intorno il suo solito sorriso a 36 zanne, bianche e scintillanti, iniziò a frugarsi per un momento sotto il suo poncho, estraendo un paio di occhiali da sole e inforcandoli. “Vamos?”
A queste parole Falasifa si voltò verso Baphomet, e osservandolo un attimo con aria sprezzante. Quindi propose: “Proviamo dal Difensore. Però togliti questi cosi!” E così dicendo afferrò spazientito gli occhiali da sole di Andrea rimproverandolo: “Questo non è un gioco. Non più. C'è in ballo l'equilibrio del Pathos. Capito? Smettiamola di fare i buffoni!” Poi, con un gesto secco glieli restituì e scese. Baphomet restò impassibile, il suo inquietante sorriso ancora stampato sulle labbra.
Fu invece Raffaele Venosta a rivolgersi verso Falasifa, sempre sorridente: “Stentavo a riconoscerti così abbigliato! Come devo chiamarti, forse Averroè?
Rise profondamente, poi aggiunse “Comunque il turbante ti dona! Non c'è ragione di essere così tesi: non vedo proprio che paura ci dovrebbero fare le guardie di questa città.” Sorrise in modo strano “Comunque, io vengo dove andate voi! Se mi volete, e' ovvio...” Poi, indicando a Falasifa la statua: "Ehi, non ti ricorda qualcuno?"
Nel frattempo Gilgamesh fece per seguire Falasifa giù dal palco, ma prima raccolse l'arma di La Spada e chiese gentilmente ad Alfredo di portarla.
Ancora una volta però fu Lord Raphael a rispondere:
“E' un piacere incontrarti, Lord Gilgamesh. Vedo che hai trovato una splendida lama” aggiunse gettando alla spada un'occhiata esperta, “anche se non raffinata quando quella che porti tu stesso. Se a nessuno interessa, sarei onorato di poterla aggiungere alla mia piccola collezione.”
Gilgamesh pero' non fece in tempo a rispondere, perché Morgana, fino a quel momento rimasta in silenzio, con pochi, rapidi ed eleganti passi in un attimo fu sul palco. In mano teneva una rosa. I suoi movimenti erano calcolati, come se una grande lotta richiedesse energie altrove. Strinse i pugni, incurante delle spine che si conficcavano nel suo palmo. La sua voce era profonda, ma tutti indistintamente potevano udirla e i suoi occhi erano così ardenti che sembravano scrutare ognuno nell'anima.
“Adesso basta, Lord Raphael!” disse guardandolo la sacerdotessa “E tu togliti quel sorriso idiota dalla faccia, Baphomet. Credete di essere venuti qui in gita? Avete già dimenticato il nostro amico?”
Alcune gocce del suo sangue colavano dal pugno chiuso sul palco e sopra di esse cadde la rosa. In silenzio Morgana si avvicinò a La Spada e prese la sua mano ferita tra le sue. La accarezzò lentamente per vincere la resistenza dei muscoli contratti dal dolore. Il volto del gigantesco guerriero era ancora nascosto dalla maschera, ma quando Morgana lentamente aprì le dita La Spada sospirò, come se il dolore fosse cessato.
Lo sguardo della donna era ora quasi dolce: “Vai, e non temere di essere te stesso. Io ti perdono perché questa terra ha bisogno dell'Amore di ognuno di voi per tornare a vivere. Ti affido però un compito: quando l'erica crescerà su questo deserto tu ne sarai 'il Custode'” cosi' detto estrasse da un sacchetto legato alla sua cintura una ghianda di colore d'oro e la pose nell'immenso palmo del gigante. L'uomo sembrò incapace di reagire. Respirava affannosamente, come se dentro il suo cuore si stesse combattendo una dura battaglia, e la sua mano restava aperta, tesa e immobile.
Le dure parole di Morgana sembravano intanto avere in qualche maniera scosso Baphomet, che dopo averle risposto di "smetterla di fare l'eroina drammatica" le si era avvicinato calandosi gli occhiali sul naso. Non aveva più gli occhi rossi e luminosi di un momento prima: ora nel suo volto demoniaco c’erano gli occhi di Andrea. “Morgana. Non ho dimenticato che siamo qui per Angelo. Forse però farete bene voi a ricordare, adesso e in futuro, che sono qui non per il bene del Pathos, ma per il bene di qualcuno che considero un amico. E basta. E dovreste ricordarvi anche che, in questo luogo più che in altri, io sono Baphomet, Angelo Ribelle e caduto. Ma non sconfitto. Demone dell'Enigmatica Distruzione. E vado in giro con gli occhiali da sole." Detto questo, si rimise a posto gli occhiali con studiata ostentazione Abbiamo due inviti,” aggiunse poi “dall'Amico o dal Difensore. Ne accettiamo uno o rimaniamo ad aspettare le guardie?”
La stessa domanda la ripose subito dopo Alfredo, che, dopo l'insolito ingresso di Lord Raphael e le parole di Stefano sembrava stare riacquistando il controllo delle proprie emozioni. Il ragazzo si guardò intorno, rassicurando Stefano ("no, no, sto bene grazie...") e spostò la sua attenzione sulla folla prima urlante o piangente ed ora rapita dalla scena surreale che gli si presentava davanti.
Addirittura iniziò a ridere quando, incuranti di tutto quello che accadeva loro intorno, Falasifa e Baphomet iniziarono a litigare sul da farsi "come due ragazzini".
Stefano, che era vicino a lui, lo sentiva mormorare, mentre ripensava allo spettacolo offerto da Raffaele al suo ingresso, "Già, che scemo, un sogno... solo un sogno misto ad un pizzico di autoipnosi...". Si girò quindi verso Morgana ed esclamò: “Quattro anni in facoltà di Psicologia buttati nel cesso!” Poi, risistemandosi i vestiti, spolverò via la sabbia, si asciugò la faccia, riaccomodò la frusta (con una flemma da vero inglese) e si girò infastidito verso la folla silenziosa e ancora stupefatta “Cazzo guardate?” Infine, avvicinandosi a Morgana concluse : “OK capo! E adesso cosa si fa?”
Falasifa rispose alla domanda di Alfredo ribadendo la sua idea di fermarsi un attimo a fare il punto della situazione in un posto relativamente sicuro come la casa di Hernando, in modo da essere preparati alla discussione col Difensore.
Morgana, che era chinata su La Spada, si alzò, guardando Alfredo con tristezza: “Mi dispiace, non possiamo ancora andare a casa, ma anche tu hai un compito qui anche se ancora ti e' ignoto.” Quindi allungò la mano verso l'arma in mano a Gilgamesh e quell'arma in mano alla donna sembrò altrettanto assurda quanto quella rosa sul palco. E poi, ancora, scrutando uno ad uno negli occhi i cittadini di Bsorgu chiese guardando Bocca, ma rivolgendosi a tutti:
“Chi e' responsabile di tutta questa desolazione?”
Dopo alcuni secondi Hernando fece un passo avanti: “Mia signora, ti prego, dimmi, chi siete? Ormai ho capito che non siete semplici stranieri. In voi risplende qualcosa che non ho mai visto in nessuno al di fuori dell'Amico. Cosa vi ha portato a Bsorgu? Io non so chi siete, ma so quello che avete fatto: anche voi non accettate la violenza della Legge, e io cosi' vi sento ancora più vicini a me. Ma restare qui potrebbe essere pericoloso, perché certo tra poco giungerà la Guardia, e forse neanche voi vorreste affrontarla. Vi invito nella mia piccola casa. Lì avrete da mangiare, e un letto se vorrete riposare, e io farò del mio meglio per rispondere alle vostre domande. E, se vorrete, potrò condurvi al Palazzo Arcod-Isma-Ria, dove potrete parlare con l'Amico.”
Ma, prima che qualcuno potesse dare una risposta, una voce chiamò dalle loro spalle: “Aspetta, non andartene!” Con stupore il gruppo si accorse che era la voce di La Spada, e che stava parlando a Morgana. “Non capisco chi sei, ma non sei cattiva. Forse c'è un errore. Certamente c'è un errore.”
Nelle sue parole mancava il tono arrogante di solo pochi minuti prima e il gigante sembrava impacciato, imbarazzato, come se non fosse abituato a parlare al di la' del suo ruolo di boia, o come se con le sue parole stesse violando una qualche regola.
“Forse Bocca ha sbagliato. Il Custode capirà. Venite con me. Io vi porterò da lui al palazzo. Nessuno vi farà del male.” Poi La Spada si alzò e vi guardò intensamente. In mano teneva con delicatezza la piccola ghianda dorata.
Intanto, Bocca era rimasto immobile. Alle parole d Hernando aveva risposto con un ghigno schifato, ma quando sentì La Spada parlare in quel modo sul suo volto si era disegnato un profondo stupore misto a incredulità e paura.
E mentre i visitatori rimangono in silenzio per decidere cosa fare, Baphomet rimuginava ad alta voce su alcune cose che gli erano rimaste nelle orecchie: “Bsorgu, Bsorgu... Eppure mi ricorda qualcosa... Si' ecco! E' un anagramma! E anche il nome del palazzo... Sì! Ma... perché?! Beh, almeno quest'anno so dove andare in vacanza!” Poi venne coinvolto da Raffaele in una delirante tavola rotonda su Gundam e occhiali da sole...
“Direi che decisamente ci conviene ascoltare le parole di entrambi, dell'Amico e del Difensore.” Interviene Stefano “Non importa chi per primo. Potremmo anche dividerci, ma FORSE non è proprio consigliabile. Vi vorrei anche dire che ho la netta... sensazione che sia questo posto, più di qualsiasi altro ad essere importante per il nostro viaggio. Non so perché. Se magari Raffaele evitasse di fare l'idiota e provasse ad applicare un po' delle sue cognizioni mistiche a tutta questa serie di simboli strani e inconsueti, potrebbe esserci d'aiuto...”
Mentre Stefano pronunciava queste parole Morgana si chinò a raccogliere la rosa, per tenderla a Elena, dicendole: “Tra questi petali è racchiuso il mio cuore. Ti dono questa rosa in segno dell'amore che mi ha spinto qui, ma proprio per questo non posso venire con voi.”
La donna sembrò sorpresa da queste gravi parole, e forse avrebbe voluto risponderle qualcosa, magari cercare di convincerla a cambiare idea, ma Morgana non gliene diede la possibilità. In silenzio si allontanò da Elena e si pose al fianco di La Spada: “Accetto il tuo invito e la tua protezione.” Poi tendendogli l'arma “Questa e' tua.”
Il gesto di Morgana sembrò troncare ogni ulteriore discussione, e Baphomet lo commentò con questa parole: “Boh, non capisco le motivazioni, ma sono contrario a dividersi. Se Laura vuole andare dal Custode, andiamo tutti. Cosi', potremmo anche seguire il saggio consiglio di Falsy: fermarci e riflettere.”
Quanto a Lord Rapahel, non prese parte alla discussione: dato che a quanto pare nessuno sembrava apprezzare il suo buonumore, Raffaele aveva alzato le spalle, e mentre gli altri parlavano tra loro, con gli abitanti del paese e con La Spada, si era avvicinato all'uomo coperto di tatuaggi. Allungata la destra verso Bocca lo afferrò per il collo (e davvero la mano sembrava assomigliare ad un artiglio), quindi si girò verso gli altri:
“Scusa, Baph, tu che sei parecchio dotato in quanto a muscoli, mi faresti la cortesia di mettere a dormire questo coso con una botta in testa?” Baphomet si girò per abbagliare l'uomo con uno dei suoi famosi sorrisi "alla Baphomet" e con un leggero, delicato colpetto alla nuca lo fece svenire.
A questo punto Raffaele iniziò a rivoltare a destra e a sinistra, in su e in giù il corpo inerme dell'uomo, esaminando con attenzione tutti i geroglifici e gli altri segni di cui era coperto. Per quanto questo potesse sembrare assurdo, pareva che li stesse LEGGENDO. Di tanto in tanto emetteva un sospiro meditabondo, o mormorava qualche parola sottovoce...
Sembrava parecchio assorto, e dava l'impressione che in questo momento non gli interessi se verrà scelto l'Amico o il Difensore...
Quando Morgana annunciò la sua decisione, Raffaele era ormai da diversi minuti che se ne stava così, con delle piccole NUVOLE nere che si addensavano sopra la sua testa, e di tanto in tanto emettevano un lampo o un tuono in miniatura. Che stessero ad indicare l'intensa attività delle sue meningi? Alla fine dell'attenta analisi, Raffaele non ne comunicò i risultati, giustificandosi col dire che avrebbe avuto bisogno di ancora qualche minuto di riflessione, ma che ormai aveva letto tutto quello che voleva e che quindi ci si poteva muovere per raggiungere il Difensore.I sette Empathici lasciarono il patibolo e si diressero verso il paese, seguiti da alcuni uomini dei due gruppi, che comunque si tennero ad una certa distanza. Tra essi c’era anche Hernando. La Spada, che camminava al fianco di Morgana, faceva loro strada. Con la sinistra brandiva il suo spadone e nella destra, chiusa, aveva ancora la piccola ghianda dorata.
Giunsero all'ingresso della città e ancora una volta contemplarono con un certo stupore il muro di cinta che la circondava solo sul lato che restava alla loro sinistra. Nonostante per oltrepassare le mura sarebbe bastato, evidentemente, entrare in città da un punto qualsiasi alla loro destra, nella meta' di arco davanti era incardinata un'unica anta di un massiccio portone rinforzato di metallo, e davanti ad esso stazionava una piccola guarnigione di armigeri. Erano in tre, indossavano una leggera armatura di cuoio e portavano una picca. La Spada si diresse con aria risoluta verso di loro.
Quando videro arrivare gli stranieri, i tre si scambiarono rapide occhiate perplesse, ma sembravano forse intenzionate ad impedire l'ingresso in città, ma ad un secco ordine di La Spada si fecero da parte, anche se sui loro volti restò un'espressione di dubbio. Mentre passava sotto quel moncone di arco, La Spada gonfiò il petto e si voltò a cercare lo sguardo di approvazione di Morgana, orgoglioso come un bambino che fa bella figura davanti agli occhi della madre.Bsorgu sembrava in tutto e per tutto un tranquillo borgo medioevale. La strada che percorrevano lo tagliava esattamente a meta' e portava proprio davanti all'Arcod-Isma-Ria. A destra e a sinistra c’erano case, piccole botteghe, piazzette, osterie, e la gente si muoveva inseguendo i propri affari.
A guardare meglio, però, forse qualche piccola differenza tra la metà destra e quella sinistra della cittadina c’era. Nulla di appariscente, ma piuttosto una serie di particolari, di impressioni, di sensazioni.
A destra, per esempio, le strade si incrociavano tutte all'incirca ad angolo retto, mentre a sinistra i vicoli sembravano disporsi più liberamente tra le case. Ancora, a sinistra la gente vestiva in maniera forse leggermente più appariscente, con abiti dai colori più accesi.
Erano soltanto piccoli particolari, ma davano l'idea di trovarsi non in una ma in due città diverse, unite soltanto dalla via che il gruppo stava percorrendo.
La loro presenza in città non era passata inosservata, e molti di coloro che incrociarono lungo la via si fermarono ad osservarli, e magari alcuni avrebbero voluto anche chiedervi chi siete, e da dove venite, ma La Spada li allontanava tutti con occhiate minacciose.
Dopo qualche minuto alle loro spalle si era creato un piccolo gruppetto di curiosi che li seguiva in silenzio.
Il gruppetto però si dileguò istantaneamente quando la gente si rese conto che una piccola pattuglia di uomini armati stava venendo incontro agli stranieri. Man mano che si avvicinavano, gli Empathici cominciarono a notare i particolari: erano sei, indossavano nere armature di maglia, portavano uno scudo sul quale era raffigurata un'imponente torre merlata, nella destra impugnavano una spada lunga e sulla testa portavano un cimiero senza penne.
Quando li vide, La Spada si bloccò in mezzo alla via. Sembrò incerto. Il suo sguardo passò ripetutamente da Morgana alle guardie, e poi di nuovo a Morgana. Alla fine sembrò aver preso una decisione. Con delicatezza si mise la ghianda in tasca, quindi si portò davanti a Morgana. La guardò per alcuni secondi, poi si girò verso il gruppetto di soldati che stava arrivando, afferrò con entrambe le mani lo spadone, gonfiò i muscoli e piantò i piedi per terra.
Poi si rivolse a Morgana: “E' la Guardia. Speravo che non l'avessero chiamata. Sono molto forti. Ma non ti preoccupare. Resta dietro di me e non aver paura.” Ma le sue ampie spalle tradivano un brivido quasi impercettibile...
Il primo a reagire alle parole di La Spada fu Baphomet. “Suppongo” disse alzandosi gli occhiali sulla fronte, “che proporgli un civile confronto dialettico non porterà ad alcun risultato, vero?” Poi, vista l’espressione sul volto sbiancato di La Spada: “No, mi sa che siamo in clima da selvaggio scontro muscolare.” Quindi avanzò di qualche passo e si mise al fianco dell'imponente guerriero, scrollò le spalle, si rivolse verso le guardie e disse loro ad alta voce, con il tono più cordiale che avesse mai usato e l'immancabile sorriso rassicurante stampato in faccia: “Saaaaalveeeeeeee! Cari amici, che piacere incontrare persona così importanti! Stavamo giusto venendo a cercarvi! Veniamo in pace e vorremmo incontrare il Custode!”
Il piccolo gruppo continuò ad avanzare, compatto, in silenzio.
Morgana si rivolse allora a La Spada: “Chi sono e cosa vogliono da noi? Siamo venuti in pace e non vorremmo creare disordini a meno che non sia l'unico modo. Per favore, dimmi, c'è qualcosa che potrebbe far loro paura?” Il gigantesco guerriero le rispose continuando a seguire con lo sguardo i sei uomini che si avvicinavano.
“La Guardia e' il braccio destro del Difensore. Sono tra i più forti guerrieri che abbia mai visto. Si muovono in silenzio, colpiscono e tornano nel palazzo. Non temono nulla e nessuno. Non sono mai stati sconfitti. Si', il Difensore vi vuole morti.”
Quindi tacque per alcuni istanti, come se stesse riflettendo sulle sue ultime parole, su quello che significava la sua presenza al vostro fianco, su una scelta che forse aveva fatto senza neanche rendersene conto.
Ma poi scosse le spalle, e alzò la testa dello spadone. La mano destra, quella colpita da Gilgamesh, era di nuovo intatta, grazie all’opera di Morgana, e tutto il corpo era teso, pronto a scattare, a decidere in pochi secondi il senso mai affrontato di tutta una vita. Non era più tempo di domande.
Udite queste parole, Baphomet si rivolse a bassa voce ai meno votati al combattimento del gruppo: “Se continuano ad avanzare con quelle facce, riparatevi dietro a quell'angolo... Raph, dimmi qualcosa di sorprendente sulle tue capacita' offensive...”
Lord Raphael sfoderò un sorriso scintillante e rispose: “Devi solo chiedere, Baph. Solo chiedere. Quanto all'incutere paura... Questo é il MIO MESTIERE, Milady!" disse a Morgana. Lord Raphael vi sembrava decisamente ALLEGRO...”Volete che vi risolva il problema in un ISTANTE? Allora vi chiedo soltanto di sostenermi con il contributo della vostra energia spirituale. Vedrete che non ci vorrà molto per risolvere DIPLOMATICAMENTE la questione...”
Gilgamesh guardò Raffaele con sguardo diffidente, poi fece un sospiro, ponendosi in prima fila accanto a La Spada, ma parte della sua Energia cominciò a fluire in Lord Raphael.... “Spero per te che sia davvero una cosa diplomatica, Lord Raphael”, affermò con un vago tono di minaccia....
Dopo un attimo di riflessione, Falasifa si rivolse a Raffaele con queste parole, ma facendo si' che lo sentano tutti:
“La mia energia spirituale e' al tuo servizio. Ma mi chiedo se prima di recarci dal Difensore o dall'Amico non dovremmo Ragionare sulla strategia da seguire.” Si', diceva "Ragionare" dandogli un'intonazione proprio come se avesse la maiuscola...
Detto questo, intanto arretrava dietro ai guerrieri del gruppo; invece di prepararsi al combattimento, si strinse nel suo mantello bianco e chinò leggermente il capo. Stava forse mormorando qualcosa?
Alfredo si spostò per cercare riparo nel luogo indicato da Baphomet, e sembrava intenzionato ad allontanare anche Morgana dal centro della mischia.
Stefano restava fermo, ma il suo sguardo passava ripetutamente su Alfredo, come se, fra tutti, le sue preoccupazioni andassero soprattutto a lui.
Baphomet prese un lungo respiro e chiuse gli occhi. Smise di prestare attenzione a tutti i rumori che lo circondavano... i passi pesanti delle guardie, il vociare dei curiosi, i suoni delle due parti della città.
La realtà per lui doveva essere solo il buio dietro le sue palpebre. In questo buio, si delinearono due sagome, nere anche loro, visibili solo per l'alone luminoso che le circondava. Una era la sua, l'altra quella di Lord Raphael.
Improvvisamente, una scintilla si accese al centro della sagoma di Baphomet e immediatamente tutta la sagoma fu avvolta da fiamme brillanti. Una lingua di fuoco partì dai suoi piedi e serpeggiò rapida verso la sagoma di Raphael, la raggiunse e per un istante la fece avvampare. Poi Baphomet riaprì gli occhi e sorrise. “Ok, Raph. Fammi vedere qualcosa che valga la pena raccontare ai miei nipoti!”
Raffaele sentì l’energia dei suoi compagni confluire su di lui, e le labbra gli si inarcarono in uno strano sorriso, per niente tranquillizzante.
E intanto la Guardia si avvicinava, sicura, inesorabile come una condanna, inarrestabile. Si', la Guardia si avvicinava.
Anche Stefano e Morgana accettarono di far fluire verso Raffaele parte del loro potere, anche se Morgana rivolse al mago queste parole: “Voglio darti fiducia, eventualmente poi discutiamo a quattr'occhi su cosa è la diplomazia....” Quindi si lasciò trascinare più in la' da Alfredo...
Arricchito del potere che ardeva indomito in lui, Lord Raphael sorrise e cominciò a concentrarsi.
Mentre Raffaele pronunciava le parole dell'evocazione, e una musica discordante si levava nell’aria, la Guardia continuava inesorabilmente ad avvicinarsi, e i passi dei sei guerrieri scandivano i secondi che li separavano da voi. In un unico gesto, come l'immagine di un solo guerriero riflessa in cinque specchi, estrassero la spada, una nera lingua di metallo.
Senza che nessuno avesse dato l'ordine, cominciarono a correre in avanti, le spade levate in alto. Tutto intorno era silenzio.
Solo pochi metri li separavano ormai dai sette compagni, ma Lord Raphael finalmente completò l'incantesimo, mentre la musica raggiungeva il picco e quindi taceva.
Per un attimo sembrò che non accadesse niente, poi i primi tre guerrieri persero il ritmo, rallentarono, incespicarono.
Scossi da brividi incontrollabili caddero a terra contorcendosi, mentre i loro corpi venivano DILANIATI DALL'INTERNO da neri tentacoli artigliati!
Il silenzio venne squarciato dalle grida di terrore e sofferenza dei tre guerrieri, mentre il loro sangue infradiciava il terreno scorrendo a fiotti.
Era una scena irreale, e per un attimo gli involontari spettatori vennero attraversati dal pensiero, forse dalla speranza, che fosse tutto un'illusione. Ma non lo era.
Assurdamente, gli altri tre guerrieri ignorarono completamente i compagni, come se non esistessero, come se la loro missione li rendesse ciechi e sordi, e continuarono ad avanzare. In un attimo furono sugli avversari, le loro armi che tracciavano nell'aria archi di morte. Ad attenderli c’erano Baphomet, Gilgamesh e La Spada, preparati all'impatto, i muscoli tesi e pronti a scattare.
Le armi si incontrarono in una pioggia di scintille. E accadde l'incredibile: i tre compagni venivano costretti ad arretrare!
I tre guerrieri vestiti di nero si muovevano come fossero una creatura sola, i loro corpi animati da perfetta armonia disegnavano teorie infallibili di sangue e metallo. Solo la grande maestria nell'uso delle armi permise a Gilgamesh, Baphomet e La Spada di non venire feriti forse mortalmente.
Gilgamesh ricevette un ampio ma superficiale squarcio sul petto, dal quale rapidamente cominciò a colare sangue.
Baphomet, forse meno elegante nei movimenti rispetto al Guerriero Desiante, fu costretto a retrocedere di vari passi, e sul suo braccio destro comparve dal nulla un taglio che lo costrinse ad abbassare impercettibilmente la corta spada.
La Spada restava immobile, mentre faceva roteare la sua gigantesca arma. Ma era troppo lento per il suo avversario, e due rapidi e precisi colpi di lama lo ferirono all'addome, strappandogli un basso grugnito di dolore. Tuttavia restò immobile, mentre i suoi possenti muscoli sollevavano e calavano ripetutamente lo spadone, che incontrava soltanto aria.
Gli altri visitatori osservavano affascinati l'immortale danza della lotta, e ritornavano loro in mente le parole di La Spada : "Non temono nulla e nessuno, e non sono mai stati sconfitti."Lo scontro infuriava. Gilgamesh, Baphomet e La Spada sembravano incapaci di controbattere efficacemente ai colpi dei loro avversari.
Ma le cose cambiarono in fretta.
Mentre Falasifa e Stefano si concentravano, pronti ad evocare il potere del Pathos in difesa dei loro amici, Gilgamesh, superato un attimo di stupore per la prima ferita dopo molti secoli che gli incideva le carni, iniziò a cambiare, a trasformarsi.
Il suo volto si distese in un'espressione di estatica contemplazione, il suo corpo sembrò ingigantirsi e illuminarsi dall'interno, dietro le sue spalle apparve l'ombra di due grandi ali che, spiegandosi, sbattevano furiosamente, i suoi capelli crebbero, lunghi e corvini fino alle reni, la sua pelle diventò bronzea, i muscoli si gonfiarono e poi si stirarono allungandosi in un tutto armonico, i suoi vestiti si trasformarono in un corto gonnellino a cingere i lombi, sulla testa apparve una corona di fattura antichissima fatta di materiale indefinibile. Anche solo guardarlo diventò un’impresa quasi impossibile, tanta era la gloria e la potenza che quella figura esprimeva.
Nei loro più remoti ricordi, le Note presenti colsero una simile immagine: Gilgamesh aveva assunto il suo Vero Aspetto.
Bellissimo e terribile, Gilgamesh dischiuse le labbra e dal profondo delle sue viscere e del suo cuore nacque un Canto profondo e roboante, eppure meraviglioso ed armonico, che con forza li ammaliò, li incantò li spinse ad unirsi al Guerriero Desiante in quest' inno immortale.
La Spada cedette subito all'incantesimo, e dal suo petto gigantesco uscirono le note e le parole del Canto di Uruk, di un mondo che il guerriero non aveva mai neanche immaginato ma che ora vedeva e viveva in un’estatica esaltazione dei sensi.
Falasifa piegò leggermente il capo da un lato, aprì la bocca estasiato e sgranando gli occhi non poté fare a meno, mormorando sommessamente, di unirsi anch'egli al canto del Guerriero.
L'effetto fu devastante.
Guidata delle note del Canto, la Spada di Gilgamesh ruotò sopra la sua testa con una velocità e una leggerezza quasi impossibili, come se, animata di vita propria, cercasse di sfuggire alle mani del vostro compagno per immergersi nelle carni del suo avversario.
Un turbine di luce colorata avvolgeva Gilgamesh e lo splendore assunse una tonalità dorata, mentre la guardia tentava disperatamente di trovare una breccia in quel muro vivente di metallo, una difesa da quella tempesta di affondi, finte, cavazioni, stoccate.
Anche La Spada, seppure in misura ridotta, era ora più veloce, più preciso, più sicuro, e apparve in grado di tenere testa al suo avversario. Lo stesso Falasifa vi sembrò per un attimo sul punto di estrarre la scimitarra e unirsi alla lotta.
Intanto, constatati con una smorfia di delusione gli effetti (forse inferiori a quanto sperato) del proprio potere, Lord Raphael si portò alle spalle di Gilgamesh, Baphomet e La Spada, estrasse dal mantello uno spadone di foggia orientale a due mani (e davvero non si comprendeva dove avesse potuto tenerlo nascosto fino a quel momento) e con un balzo si gettò nella mischia. Nonostante il peso dell'arma e la sua costituzione piuttosto esile, Raffaele muoveva lo spadone con indubbia abilità, mirando saggiamente alle gambe o al volto degli avversari, mentre, protetto dall'armatura, doveva solo fare attenzione ai colpi che miravano al suo viso.
Si affiancò a Gilgamesh, quindi a Baphomet e poi a La Spada, mentre i suoi fendenti e le sue parate aiutavano i compagni a sopportare gli attacchi della Guardia.
E mentre combatteva inneggiava: “CHE IL SANGUE SCORRA A FIUMI!!”
Negli stessi frenetici istanti, Morgana si concentrava e nei suoi occhi si scorgeva il riflesso misterioso del Sogno. Le sue labbra pronunziarono antiche parole, ma sottovoce, e forse solo Alfredo, che le era vicino, riuscì a sentirle.
Poi Morgana rivolse lo sguardo ai tre guerrieri vestiti di nero, e completò l'evocazione. Subito apparvero gli effetti i movimenti dei tre si fecero più lenti, imprecisi, scoordinati. I loro colpi mancarono sovente il bersaglio, le loro parate erano fuori misura di centimetri, i loro passi perdevano quell'armonica perfezione che li aveva caratterizzati solo pochi istanti prima. Chissà cosa vedevano adesso i loro occhi...
A Gilgamesh bastarono pochi secondi per spacciare il suo avversario con un preciso e pulito colpo al cuore, che fendette la nera armatura come fosse aria.
La Spada, il suo silenzio rotto soltanto dal suono del respiro che entrava e usciva dai polmoni, fece alcuni passi in avanti, costringendo il suo avversario a retrocedere.
Ma Baphomet non si era unito al canto di Gilgamesh, e l'incantesimo di Morgana sembrò capace soltanto di portare la lotta tra lui e il suo avversario ad una posizione di stallo.
Ma Baphomet sorrideva....
E presto fu evidente il motivo: da terra, da sotto i piedi della guardia, in un attimo si alzò una colonna di fuoco, e il ruggito delle fiamme per un istante sembrò superare l'intensità del Canto di Uruk.
La guardia fu avvolta dalla tempesta di fuoco, e cadde a terra in preda al dolore e alla paura, mentre le sue urla di disperazione laceravano l'aria. Ma in pochi secondi era tutto finito, e restava soltanto l'odore acre di carne bruciata.
Restava soltanto il guerriero che stava affrontando La Spada, ma anche lui era ormai condannato. Il gigante si muoveva più rapidamente ora, i suoi colpi erano più precisi, lo spadone sembrava non avere peso nelle sue mani. La guardia era sola, ultimo superstite di sei orgogliosi guerrieri, e di certo aveva capito che la lotta era persa. Eppure continuò a combattere, come se non potesse fermarsi, come se ubbidisse ad un ordine che non ammettesse eccezioni, ad una lealtà che andava oltre la morte. E anche quando ricevette l'ultimo colpo, un fendente di tale potenza da attraversargli armatura e costole, e spezzargli la spina dorsale, inutilmente, scioccamente, mentre scivolava a terra, cercò ancora di combattere, e sollevò un'ultima volta la lama, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Quando infine lo scontro ebbe termine, i combattenti notarono un particolare che prima, concentrati sulla lotta, era loro sfuggito: nell'aria sopra le loro teste svolazzava una specie di mostriciattolo con in mano un sofisticato registratore e un microfono. Sembrava proprio che avesse registrato il canto di guerra di Gilgamesh per la collezione privata di Raffaele di suoni alternativi…
Ora era tornato il silenzio, ai piedi dei vincitori restavano solo i cadaveri dei loro avversari e forse il pensiero che le cose sarebbero potute andare diversamente.
Il paese sembrava svuotato, morto anch'esso. Nelle vie non si vedeva nessuno, nessun volto li osservava dalle finestre. Davanti a loro la sagoma dell'Arcod-Isma-Ria, il grande palazzo dove dimorava il Difensore.Dopo una breve discussione, il gruppo decise di tornare prima al luogo della mancata esecuzione, con l'intento di prendere la statua che Falasifa aveva detto essere una rappresentazione di Filippo Buonarroti, il Volto di Psiche di questi anni, e riportarla nel luogo dove si trovava prima di essere condotta al patibolo.
La Spada sembrò non capire il motivo di questa scelta, adesso che avevano affrontato, e sconfitto, la Guardia. Ma vi accompagnò lo stesso, dopo aver speso alcuni minuti per bendarsi in qualche maniera le ferite all'addome.
Bsorgu era deserta ai loro occhi, e silenziosa, come abbandonata.
Anche al patibolo non c'era nessuno, e la statua di Buonarroti giaceva solitaria sotto il Sole. Gilgamesh, Baphomet e La Spada si avvicinarono alla statua e ne valutano il peso: si', dovevano essere in grado di sollevarla e portarla per un po'.
Ma poi si accorsero di non avere idea di dove si trovasse in precedenza la statua (quella Piazza Saturno di cui parlava la pergamena). Mentre stavano discutendo su come risolvere questo inconveniente, scorsero una sagoma scura avvicinarsi lentamente al palco, proveniente dalla città.
Quando fu a circa un centinaio di metri da loro cominciarono a focalizzarne i tratti: era un uomo sulla trentina, alto e magro, talmente magro da sembrare quasi scheletrico, avvolto in una tunica bianca che vi ricordava un po' quella di Falasifa, i capelli corti e neri, i movimenti simili a quelli di una gru, delicati e aggraziati. Gli occhi dell'uomo passavano dall'uno all'altro di voi, grandi e profondi, e le labbra si piegarono in un sorriso apparentemente cordiale.
Mentre l'uomo si avvicinava, sembrò non lasciare impronte sul terreno polveroso, quasi come se camminasse a pochi centimetri da terra.
La Spada osservò l'uomo, e poi disse:
“E' Il Muto, il consigliere del Difensore. Non l'avevo mai visto fuori dall'Arcod-Isma-Ria. Parla in maniera strana, ma non e' pericoloso. Non so cosa possa volere.”
Quasi a rispondere alle parole di La Spada, colui che il guerriero aveva chiamato Il Muto si fermò davanti a loro, a pochi metri dal patibolo, e gli rivolse un leggero inchino, sul volto ancora dipinta un'espressione divertita.
Quindi parlò, e le sue parole echeggiarono non nelle orecchie ma nelle menti degli interlocutori, e avevano il suono della voce di coloro che avevano accanto, tanto che per un attimo Gilgamesh si rivolse verso Falasifa, e Morgana verso Raffaele, a anche per gli altri fu lo stesso, mentre tutti ignoravano il Muto, che continuava a sorridere. Ma fu solo un attimo, e presto gli Empathici concentrarono la loro attenzione sulle parole dell'uomo:
“E' un piacere incontrarvi, dopo tanto tempo. Raramente, in passato, ho avuto modo di ammirare una tale riunione di spiriti immortali. Sia detto senza mancare di rispetto a nessuno!” E dicendo questo si rivolse verso Alfredo, e nei loro pensieri i visitatori avvertirono il suono di una breve risata. “Forse vi domandate perché mi trovi qui, nevvero? Beh, come sempre ho ricevuto il compito di.... dire quello che il Difensore non può dire” Fece un’altra breve risatina. “Il Supremo Signore di Bsorgu richiede la vostra presenza al suo cospetto.“ Stavolta l'uomo non rideva, ma l'improvvisa serietà con cui pronunciava l'invito (o la convocazione?) ottenne l'effetto di farvelo sembrare quasi comico. “Se posso darvi un consiglio, fossi in voi accetterei. A volte il mio signore sa essere piuttosto... permaloso” Altra risatina. “E poi conosce tante belle storielle!” Aggiunge guardando Baphomet. “Sarò lieto di accompagnarvi di persona al castello. Ma se prima volete farmi qualche domanda, sarò più che lieto di rispondere. Sempre che riusciate a comprendere le risposte!” E qui rise più a lungo e più forte, mentre i suoi occhi luccicanti vi scrutavano. “Ah, si', davvero a volte so essere piuttosto... sibillino! Se invece preferite parlare direttamente col Difensore, non me la prenderò a male. Davvero!” concluse con l’ennesima risatina.
Dopo un attimo di generale, stupito silenzio, i sette Empathici cominciarono a considerare con attenzione lo strano individuo che si trovava davanti a loro.
Alfredo fece qualche passo in avanti, fino ad essere fra tutti il più vicino al Muto, quindi gli parlò così:
“Ok. bello! sei particolarmente predisposto a socializzare vedo...”
“A socializzare solo a meta', direi! E sotto sotto.... “ La voce che risuonava nelle menti degli ascoltatori era stavolta uguale per tutti: quella di Alfredo.
“Dimmi un po’, come ti chiami, e come si chiama il Difensore?” chiese Alfredo.
“Mi chiamano Il Muto, e il perché e' evidente, mi pare... E il Difensore si chiama... questo già lo sapete, no?” sogghignò il Muto.
“E se la cosa non offende la tua bocca, potresti pronunciare anche il nome dell'Amico?” insistette Alfredo.
“Amico Amico Amico!” urlò ridendo il Muto “Ma forse intendevi qualcosa di diverso, amico mio? Comunque, se proprio ti interessa, posso dirti che l'Amico è quasi un bambino seduto su una quasi radura, ovviamente in un giorno di Sole!”
Fu la volta di Falasifa ad interpellare il Muto: “Non conosciamo la Legge che regola queste contrade.”
“Se neanche hai appreso l'uso del plurale, che bel filosofo sei!” adesso il Muto parlava con la voce di Falasifa.
“Perché la Guardia ci ha attaccati?” chiese Falasifa ignorando l’allusione.
“Perché sorge il Sole? Ma, soprattutto, perché non tramonta mai? Eppure per un attimo mi era quasi sembrato che stesse per piovere.... “
“Di che crimine siamo accusati?” lo incalzò Falasifa.
“L'accusa presuppone la condanna, ma non è vero il contrario. O era il contrario?”
“Noi ci siamo solo difesi...” proseguì il filosofo.
“Un uomo fu processato e condannato, perché nessuno credeva che schiacciare formiche fosse autodifesa. Nemmeno lui. “
Raffaele ascoltava e passava dalla rabbia ad una strana specie di sprezzante e gelida, violenta ironia e, portandosi a soli pochi centimetri dal Muto, che continuava a guardarli divertito gli disse:
“Sono desolato per il vostro conto della lavanderia, smilzo, ma si é trattato di AUTODIFESA. Hai chiaro il concetto? Dimmi un po', li accogliete sempre così gli ospiti, facendoli caricare dai vostri gorilla?”
“Se non ci fosse la morte, cosa canterebbero i bardi? Ma ricorda, chi disprezza compra! E il prezzo... Voglio essere Franco, ma non sono il solo!” rispose il Muto con la voce di Raffaele.
“E poi hai il coraggio di venire a parlare a me di EDUCAZIONE, smilzo?” proseguì lo stregone.
“L'educazione e' l'oppio dei popoli, Anoressia! Mi hanno detto che Attila non si lavava i piedi...” replicò il Muto.
“Se sei così EDUCATO, perché non provi a spiegarci come mai PRIMA avete cercato di farci secchi, e ADESSO invece ci invitate a prendere il tè? Ti pare un comportamento coerente, questo? STO PARLANDO CON TE, SGORBIO! Ti pare un comportamento normale? Non credi di doverci delle spiegazioni?
“All'uomo strabico certo le colonne del tempio sembreranno storte. E poi, c'era una scimmia vicino al caminetto, e un gatto.... Oppure, come l'ippopotamo che vuole grattarsi la schiena...” Commentò il Muto sorridendo.
“C'entra qualcosa il fatto che vi state cagando sotto, tu e il tuo padroncino?” insinuò Lord Raphael.
“Tsk! Tsk! Stai leggendo la bussola al contrario. Fra il cane e la zecca, chi e' il padrone?”
“Vi facciamo PAURA, forse?” incalzava Lord Raphael ignorando l’interruzione “Beh, FAI BENE ad aver paura di me... Come te la cavi a Magia, smilzo? Sei capace di sopravvivere a un Incantesimo di Magia Nera? No, perché se invece NON sei capace, allora se fossi in te comincerei a preoccuparmi del tuo culo...”
“E' più forte la mosca o la formica? Ed è più forte il Signore delle Mosche o quello delle Formiche?” poi il Muto fece un leggero inchino verso e, sorridendo, aggiunse: “Bene, se lo scambio di convenevoli è terminato, adesso possiamo andare. O no? E ricordate: ‘Mi nascondo tra i sogni per poterti spiare, e nelle ombre mi hanno inchiodato, mentre attendo il tuo arrivo, che mi liberi da me stesso.’ Illuminante, no?”
Nella vera e propria tempesta di parole sconnesse (ma quanto?) uscite dalle labbra (o dalla mente) del Muto, erano alcune avevano colpito particolarmente i presenti.“Potrebbe una formica vivere fuori dalle leggi della sua società?” rifletté Falasifa “E' chiara la tua insistenza sulla formica. La formica che non pensa è il ‘guerriero’ perfetto.”
“Il guerriero perfetto resta sempre un uomo. Chi pensa meno degli uomini?” ribatté il Muto.
“Beh, le formichE al plurale sono più forti di qualsiasi mosca,” interloquì Raffaele “ma qualunque tafano di passaggio può mangiarsi senza problemi una formicA sola ed isolata... In ogni caso, io sono un RAGNO, e se mi gira del formicaio faccio strage!”
“Ma di quale dei due formicai?” chiese ironicamente il Muto, rimanendo senza risposta.
Al che, forse abbandonando la speranza di ricavare qualche informazione utile dalle parole del Muto, i compagni di viaggio decisero di prendere con loro la statua del Volto per riportarla al suo posto.
Gilgamesh si preparò a sollevare la statua insieme a Baphomet e La Spada, mentre Stefano (nonostante appartenesse senza dubbio ad un'altra categoria di peso rispetto ai tre) offrì il suo aiuto. In effetti la statua pesava più di quattrocento chili e, nonostante la loro forza, i tre uomini sarebbero riusciti a spostarla solo di pochi metri.
Sebbene non si capì mai né il come né il perché, l’aiuto di Stefano risultò determinante e la statua parve sembrare più leggera. Riuscirono a sollevare la statua e si prepararono a portarla in Piazza Saturno.
Il Muto, intanto, commentava cosi' i loro sforzi: ”Quanta pena per una statua! Strano, no? Ebbene, per niente. Ho visto anche di peggio....”
Con la statua in spalla i quattro si mossero verso il paese seguiti dai loro compagni , mentre La Spada spiegava che la piazza che cercavano si trovava a poca distanza dall'Arcod-Isma-Ria, praticamente di fronte al grande palazzo. Il Sole continuava ad ardere alto nel cielo.
“Ma dove si nascondono le ombre in questo paese?” sbottò Morgana.
“Le ombre non si nascondono mai! Piuttosto, sono nascoste.” Le rispose il Muto “Ma se davvero ne cerchi una, prova a guardarti sotto i piedi....”Quando rientrarono a Bsorgu scoprirono che la gente era tornata per le strade e aveva ricominciato a dedicarsi ai propri affari quotidiani. Anzi, non erano molti quelli che prestavano attenzione agli stranieri e al carico che portavano.
Mentre camminavano in direzione dell'Arco-Isma-Ria, il Muto li interpellò:
“Il problema di Bsorgu è che non ha memoria! O forse che ne ha troppa? Il caos non serve al Difensore, e la città lo dimentica. Ma, sbaglio o anche dall'altra parte....”
In effetti sembrava quasi che tutti quelli che incontravano avessero dimenticato gli avvenimenti di pochi minuti prima, o che avessero ricevuto l'ordine di dimenticare.
Sulla strada restavano soltanto tracce di sangue a dimostrare che ciò che ricordavano era successo davvero, che davvero gli stranieri avevano affrontato e sconfitto la Guardia.
Il Muto scosse la testa e commentò: “Chi controlla il presente, controlla il passato.... “
“In pochi minuti di cammino raggiunsero Piazza Saturno, che in realtà era poco più di un allargamento della via che stavate percorrendo, e che distava dal palazzo del Difensore circa cinquanta metri.
Al centro della piazzetta c'era in effetti un piedistallo, che portava la seguente iscrizione:"Il Volto.
Troppo piccolo per essere grande,
e troppo grande per essere piccolo.
A volte un nemico (sconfitto),
a volte un amico (amato)."Rimisero la statua sul piedistallo, ma non sembrò accadere niente di particolare (se qualcosa di particolare si stavano attendendo).
Il Muto si concesse l'ennesima risatina, e poi: “Se avete finito di dedicarvi al restauro dei beni artistici.... Non è mai saggio far attendere il Difensore.” Quindi si rivolse a La Spada: “Bene, piccolo amico mio, credo sia il caso che tu resti qui ad aspettarci. Se vuoi, fa' conto che ti sto chiedendo di vegliare sul Volto. Come dire: lui è la testa e tu il braccio!”
La Spada restò per qualche istante stupito dalle parole dell'uomo, poi reagì e fece un passo avanti: “Senti, Muto, io la accompagnerò al palazzo! Capito? Ci possono essere.... pericoli! E poi...”
“Sì, lo so, La Spada. Mi chiamo il Muto, mica il Cieco!” esclamò il Muto “Però è davvero il caso che tu resti qui. Non ti preoccupare: non succederà niente. Cioè, quasi niente!” Nel pronunciare queste parole il Muto si fece più vicino a La Spada e i loro occhi si incrociarono. Poi il Muto sorrise, e si rivolse verso i suoi ospiti: “Bene bene bene! Possiamo andare. O avete cambiato idea?”
La Spada guardò i visitatori, poi guardò Morgana, restò in silenzio a riflettere, quindi disse: “Ve bene. Io resto qui. E' meglio così. Davvero.”Lasciarono la piazza, e La Spada che li guardò allontanarsi, in direzione dell'Arcod-Isma-Ria.
Il Palazzo era costruito a forma di arco, ed era alto più di cinquanta metri. Come per la cittadina, anch'esso sembrava diviso a metà da una linea netta: la parte sinistra era di mattoni scuri e sembrava quasi completamente priva di finestre, mentre la destra era di pietra serena e costellata da finestre, abbaini, lucernari. Non si vedevano bandiere o emblemi araldici.
L'Arco si ergeva al centro di uno spiazzo pavimentato con lastroni neri e bianchi, al centro del quale si trovava una grande grata di metallo inchiavardata al terreno.
Per entrare nel palazzo c’erano due portoni, a destra e a sinistra. Il Muto guidò il gruppo verso quello di sinistra, che era difeso da tre guardie armate pesantemente. Le guardie si fecero da parte per consentire l'ingresso, senza una parola.
L'interno del palazzo (meglio, di questo ramo) era costituito da piccole stanze quadrate collegate da porte rinforzate o scale a chiocciola e illuminate soltanto da candelabri o lanterne appese alle pareti. Le mura interne erano assai spesse, e in ogni stanza sostavano almeno due guardie davanti a ciascuna porta, che immobili, lasciarono passare i visitatori.
L'architettura interna era piuttosto complessa, e più volte dovettero scendere una scala solo per poi risalire subito dopo attraverso un'altra, tanto che dopo un po' cominciarono a dubitare che sarebbero stati in grado di trovare l'uscita senza l'aiuto di qualcuno.
Dopo lunghi minuti e parecchie decine di scalini, la loro guida si fermò dinanzi ad una porta diversa dalle altre, più grande e rinforzata da sbarre di metallo, e si voltò verso di loro:
“Direi che siamo arrivati. Scusate il viaggio forse più lungo del necessario, ma volevo che apprezzaste le bellezze del palazzo! Non sarete mica stanchi, vero? Dietro questa porta vi attende il Difensore. Io non posso accompagnarvi, e ormai dovreste aver capito perché. Buona fortuna! E, mi raccomando, non fatelo arrabbiare!” Con queste parole il Muto aprì la porta, facendo cenno d'entrare.La stanza al di là della porta era, rispetto agli altri locali, un grande salone illuminato solo da alcuni candelabri, che ne lasciavano buona parte nell'oscurità. Al centro della parete davanti alla porta, c'era un trono di legno nero, e sul trono sedeva il loro ospite.
Il Difensore era un uomo piuttosto imponente, portava una regale veste bianca dalle ampie spalle, adornata da lacci e fasce di colore nero. La schiena era leggermente china in avanti, e le braccia poggiate sui braccioli dello scranno, mentre in grembo l'uomo teneva una massiccia spada apparentemente di bronzo. La corta barba e i capelli del Difensore erano neri, ma attraversati da sprazzi di grigio. Le labbra sottili erano chiuse in un'espressione di diniego. I suoi occhi erano puntati sui nuovi venuti, e non v’era in essi alcuna traccia di simpatia. Nell'insieme il Difensore dava l'idea di un uomo forte ma amareggiato, impegnato da tempo in una guerra della quale non riusciva a vedere la fine.
Prima che gli stranieri fossero entrati tutti nella stanza, il Difensore iniziò a parlare, con voce profonda e autoritaria:
“Mi dovete la vita di sei fedeli soldati, assassini.”Alle parole del Difensore fu Alfredo il primo a reagire.
Con rapidi movimenti si portò avanti di qualche passo e, dopo aver gettato una significativa occhiata agli altri, si inchinò davanti al trono del Difensore.
“Lei ha ragione: abbiamo aggredito ed ucciso i sui uomini. Anche se erano armati, non era detto che avessero cattive intenzioni nei nostri confronti.” Poi guardandosi nuovamente indietro per controllare che nessuno interferisse, apparve nei suoi occhi una forza e un'autorità prima assenti, tanto che all'inizio i suoi compagni si sentirono quasi costretti, e poi comunque convinti, a lasciarlo parlare, a vedere dove intendeva arrivare. “Dal momento che Il Muto, suo inviato, era con noi, era possibile che fosse solo una 'scorta d'onore'. E siccome io avrei potuto fermare i miei compagni e non lo ho fatto, perché anche io ho pensato ad un attacco, la responsabilità dovrà cadere solo su di me: se un uomo uccide, viene punito lui, non la sua arma. Non so se quelle fossero guardie cittadine o la Sua guardia personale, ma dal momento che lo scontro è avvenuto sul confine tra le due metà di Bsorgu, chiedo di essere giudicato sia da Lei che dall'Amico, insieme: i due governanti di questa città. Sono certo che i miei uomini non causeranno altri problemi se Lei esaudirà questa mia richiesta; devo avvertirla che sono molto orgogliosi, il demone ed il guerriero soprattutto, e non si lascerebbero mai imprigionare: nell'attesa del giudizio, imprigioni me, se lo ritiene necessario. Loro non mi abbandonerebbero mai e non consentirò loro di farmi fuggire."
Detto questo s'inginocchiò nuovamente, in attesa della risposta del Difensore.
Il silenzio sembrò palpabile, mentre l'uomo sul trono li scrutava pensosamente. I suoi occhi erano severi e profondissimi, in grado di spezzare un'anima in mille schegge di emozioni e pensieri, e di scrutare nel fondo dei cuori alla ricerca della menzogna. Alcuni di loro si sentirono tentati per un attimo di fare un passo avanti e confessare la verità, ma poi lo sguardo del Difensore si posò su Alfredo, che resse orgogliosamente lo sguardo, e i due uomini si confrontarono silenziosamente.
Dopo alcuni secondi il Difensore sollevò nuovamente lo sguardo verso tutti i suoi ospiti, e parlò per la seconda volta:
“E' giusto. La colpa ricade soprattutto sul capo di chi ha il comando e il potere, e quindi sul tuo. E la tua proposta di un incontro tra me e il Debole” E nel pronunciare questo nome la sua voce si piegava in un tono di disprezzo e quasi di schifo “E' interessante. Si', interessante..... Forse, dopo tanto tempo, chissà che il vostro arrivo non significhi qualcosa. Anche se finora ha portato solo caos e morte. Prima però ditemi chi siete, ve lo ordino, e quali motivi spingono CIASCUNO di voi nella mia città. In alcuni di voi percepisco chiaramente un potere, anche se invero in te” E si rivolge ad Alfredo “Che pure dici di essere il loro Signore, esso sembra essere meno forte. E sono quasi certo di avervi già incontrato, anche se questo è di fatto impossibile, perché me ne ricorderei. Ad ogni modo, può darsi che siate le persone giuste per compiere una certa missione, per risolvere un problema piuttosto assillante, che sta portando questa città alla rovina e ad una lenta distruzione. Ma prima devo sapere CHI siete, e cosa cercate. Se le vostre risposte saranno soddisfacenti, e veritiere, potrò spiegarvi alcune cose, e vi sarà data la possibilità di servire la Giustizia e la Città, e me. Adesso parlate, ve lo ordino."
Il volto del Difensore era una maschera di pietra. La sua voce ferma e autoritaria, i suoi occhi pozzi neri di magnetica oscurità alla quale era impossibile resistere, le sue mani artigli di metallo, ma Falasifa, per nulla intimorito, protese la sua mente in ombre sinuose, verso i pensieri del Signore di Bsorgu.
Falasifa si rese subito conto che se l’attenzione del Difensore fosse stata concentrata su di lui e non su Alfredo probabilmente sarebbe caduto in pochi secondi, con la volontà piegata e infranta. Ma non era così, e questo lo aveva salvato, e gli aveva permesso di osservarlo meglio, lasciando che fosse non ciò che vedeva, ma ciò che intuiva, a parlare.
E la risposta era una sola: il Difensore aveva un piano. Probabilmente sapeva molto più di quanto non ammettesse, e stava cercando di metterli alla prova. Forse addirittura aveva già previsto tutto ancor prima del loro arrivo, e stava dando corda ad Alfredo per il suo divertimento. Forse li aveva già condannato. Per un attimo questo fu certezza, ma poi il Filosofo si accorse con disappunto, che stava leggendo solo ciò che il Difensore voleva che leggesse. Negli anni, forse nei secoli, nei quali aveva governato questa città aveva imparato a scolpire sul suo volto un'immagine di forza e astuzia che ormai era quasi impenetrabile. Per tutti forse, ma non per Falasifa. Il filosofo si spinse più a fondo, e ben presto raggiunse una verità più profonda: era vero, il Difensore aveva un piano. Ma aveva anche incertezza, timore, dubbi, forse paura. Non li conosceva, forse aveva intuito qualcosa di loro, ma era ben poco, e si stava domandando, ossessivamente: "Chi sono? Cosa vogliono? Sono amici o nemici? Devono vivere o morire? Chi sono???" In fondo alla sua autorità, al suo potere, alla sua volontà, c'era una tempesta di dubbi e domande, nascosti, sommersi, quasi dimenticati, ma presenti. "Chi sono???"
Falasifa restò indietro, e rispose. Man mano che parlava, sulla sua fronte compariva sempre più evidente un piccolo triangolo luminoso.
“Io sono colui che pone domande per illuminare le tenebre. Sveglio la ragione per far fuggire i sogni irreali. Interrogo, e svelo chi si arricchisce nelle tenebre dell'ignoranza. Io sono colui che cerca la Verità, in ogni tempo, in ogni luogo. Ho sempre rispettato la Legge della polis, della tua polis, della ‘nostra’ polis, anche quando questa era ingiusta; ho parlato di giustizia. Sono il tafano che punge, dolorosamente a volte. Sono venuto qui per curare lo spirito ferito di mio fratello Nomos.”
Falasifa fece una pausa, lasciò che le sue parole riecheggiassero nella sala, e nei cuori dei presenti, poi aggiunse:
“Di cosa hai bisogno in questo momento?”
Il Difensore osservò Falasifa con attenzione, come se cercasse di cavare da quegli occhi una qualche conoscenza, una qualche verità. Quindi parlò:
“Ho compreso. Anche tu ti bei dell'errore degli sciocchi: la Legge ingiusta. Sappi questo, allora, Tafano: non esiste giustizia al di la' della Legge. Esiste solo il caos, e la morte. La Legge è la volontà che trionfa, per il bene della città. Non c'è altro. E quanto a ciò che mi serve, so già come provvedere, Tafano."
Passò qualche secondo di silenzio, poi il secondo a parlare fu Gilgamesh:
“Io sono il Guerriero Desiante, Re di Uruk e Cercatore di Cose Che Non Possono Essere Trovate. Guardiano del Sacro Volto e Servo dell'Uomo. Costui” Disse indicando Alfredo “E' l'unico Uomo qui. Come tale, Egli e' mio Signore, perché è il suo Pathos che mi nutre. Egli è la mia guida in questo tuo Dominio.” E a queste parole, Alfredo si alzò e tornò insieme agli altri, lentamente. Il Difensore sbuffò e una smorfia di disprezzo gli torse il volto:
“Servo dell'uomo! Hai un concetto ben misero del ‘servire’, Desiante. Servire non è obbedire, ma comandare. E' disporre, giudicare, assolvere, condannare, proteggere, sterilizzare. Questo è il mio servizio, perché io sono il Signore di questa città. Ma tu non sei un servitore. Sei uno schiavo.”
Aveva appena finito di dire queste parole che anche Baphomet si fece avanti: “Sono Andrea... anche se da queste parti essere Baphomet mi pare più adeguato. Dunque, 'amico', sono Baphomet, il guerriero, Baphomet, che crea misteri e svela segreti. Sono uno di quelli che sono caduti dal Cielo e risaliti sulla Terra. Sono qui perché una persona a me cara ha bisogno che io sia qui.”
E cosi' rispose il Difensore: “Ti sbagli, Baphomet. Qui non hai amici che abbisognino della tua presenza. Qui ci sono solo io, e non ti sono amico. Io non sono amico di nessuno, perché l'amicizia è negazione della Legge. Se non hai compreso questo, se nessuno di voi ha compreso questo, siete solo degli sciocchi che si immischiano di faccende che non li riguardano! Soltanto degli sciocchi! Voglio sapere chi siete e qual è il motivo che vi ha portato nella mia città!”
Ma Lord Raphael sorrise dicendogli: “Io sono stato molte cose, ma oggi sono Raffaele Venosta. Passando di qui per caso, ho incontrato questi miei amici, e li ho seguiti. Tutto qui.”
“E speri davvero che io creda a queste menzogne?” Ribatté aspramente il Difensore “Da secoli, millenni, NESSUNO è più giunto qui. Voi” E nel dire questo il suo sguardo si rivolse a tutti “Mi state mentendo. Ma io non sono più disposto a tollerare un simile atteggiamento. Vi ordino di dire la verità! Vi ordino di parlare!”
Stefano Spock, al tono imperioso del Difensore, ebbe un sussulto. Poi, con estrema lentezza, abbassò il cappuccio verde del mantello. I suoi occhi brillavano di collera, e non sembravano più quelli spensierati del ragazzo che i suoi amici conoscevano. La sua voce rimbombò nella sala, incisiva anche se non dura, una voce che non ammetteva repliche:
“Non ordinare nulla, Difensore. Sei il signore delle formiche che abitano questa città, ma non sei certo il MIO signore. Io sono l'uomo libero e padrone del proprio Destino. Sono ciò che tu cerchi di comprendere, e che ancora ti sfugge. E proprio per questo, credo, eravamo amici un tempo.” Poi, con meno fuoco nello sguardo, e con la voce più dolce che era più familiare ai suoi compagni , Spock aggiunse: “Sono qui per te, Fratello. Sono qui per te.”
Le parole di Spock colpirono profondamente il Difensore. Per un attimo sembrò che l'uomo stesse per pronunciare altre parole sdegnose e irate, ma dalla sua gola non uscì alcun suono. Semplicemente, guardò Stefano dritto negli occhi, con espressione perplessa.
E prima che potesse dire alcunché, fu Morgana a parlare. Non si era mossa dal fondo della sala dove era rimasta ad osservare Alfredo. Il suo sguardo incrociò quello del Difensore, poi lo abbassò come se fosse intimorita, ma il sorriso che le illuminava il volto indicava che così non era. Nel silenzio più totale disse:
“Io sono colei che conosce le vie del cuore, io sono la Signora delle Illusioni.” La sua voce era dolce, quando alzò lo sguardo in esso non v'era traccia di malizia, ma anzi una profonda compassione. “Niente può essere celato per sempre nel cuore” Aggiunse.
Per lunghi secondi nessuno parlò più. Il Difensore aveva chiuso gli occhi, e taceva. Quando tornò a parlare, la sua voce era più calma, ma ogni parola era come un macigno, come se avesse dovuto scavarla dal profondo dell'anima per poterla portare alla luce, per poterla pronunciare.
“In voi c'è qualcosa. E' come se, in parte, vi conoscessi da sempre, o vi avessi già incontrati, in passato. Eppure so che non è così. Quando ho mandato il Muto a chiamarvi, intendevo prendervi prigionieri e giustiziarvi per aver assassinato la Guardia. Per quanto possiate essere potenti, questo palazzo e' il mio dominio, e io qui sono il più forte. Quando lui” E indicò Alfredo “Aveva proposto il processo tenuto da me e dal Debole, ho pensato che avrei potuto servirmi di voi per colpire il mio nemico. Adesso non lo so più. Non so chi siate, né cosa cerchiate. Qualcosa mi dice che dovrei sentirvi vicini a me, e qualcosa mi chiede di cancellarvi, come foste una macchia o un errore. E io non so decidere. Eppure sono sempre il Difensore, e ho un compito. Ma adesso voglio essere onesto con voi, e svelarvi le mie intenzioni, così che possiate decidere liberamente. Ascoltatemi."
"Questa città esiste da sempre, e da sempre io e il Debole, coloro che i suoi seguaci chiamano l'Amico, ci combattiamo. Ma nessuno di noi due può vincere, perché la nostra potenza si equivale. Io adesso vi chiedo di andare dal Debole e di ucciderlo. La sua presenza è un errore. Egli non ha forza, è come una fogna che si limita ad accogliere tutto e tutti. Non sa decidere, non sa scegliere, non sa combattere. La sua città è caos e disperazione. Le ingiustizie non sono punite, e gli assassini mangiano al fianco delle vittime. Lo spirito dei suoi seguaci è spezzato, infranto, corrotto. Una sua vittoria significherebbe solo follia e morte. Che sarebbe di questa città, abbandonata alla propria morte come un cadavere in putrefazione? Questo è il mio compito. Io difendo i deboli. Uccido gli assassini perché non colpiscano più, perché non popolino gli incubi dei bambini, perché scompaiano alla luce del giorno. Nessun crimine deve restare impunito. Chi non capisce dice che sono crudele, che non ho pietà. E' un errore. Non ho pietà dei colpevoli, perché ne ho troppa per le vittime. Ma da solo non posso vincere contro il mio nemico. Ho provato, e continuerò a provare, ma fallirò sempre. Voi invece potete vincere. Non parlo della vostra potenza, ma della vostra natura. Voi venite da fuori, la vostra natura è diversa, anche se non so spiegarmi come o perché. Voi sicuramente potrete vincere. E quando vincerete, sarete liberi di andare. Sapendo che avete salvato la mia città dalla morte. Sapendo che avete servito la giustizia. Sapendo che avete fatto ciò che dovevate fare. Questo è ciò di cui ho bisogno. Questo è ciò che vi chiedo."
Fu il Guerriero Desiante a rispondere alle parole del Difensore.
“Franco, Fratello…” Iniziò Gilgamesh con gioia per poi essere fermato dal repentino cambiamento del Difensore. Il Guerriero parve indeciso per un attimo poi la sua voce prese un tono accorato: “Io ti rispetto, Difensore, e che tu ci creda o no, l'affetto è ciò che mi muove nei tuoi confronti. Questo è il tuo Dominio e sento vibrare la Tua potenza. Eppure chi meglio di me sa quanto i Desideri scomposti possono portare ad errare credendo di perseverare nel giusto? Sono perplesso amico mio. Dimmi, tu che sei la Legge qui, che ne è stato della Legge Naturale?”
Il Difensore sembrò riflettere per alcuni secondi, poi rispose “La Legge Naturale, come tu la chiami, è al di fuori del mio potere. Essa non risponde alla mia volontà ma a quella di qualcun altro. Questo Sole che colpisce senza pietà ride dei miei sforzi di portare ombra e vita alla città. Rifletti: le leggi di natura non sono poste dall'uomo, non hanno un valore morale, non si rivolgono all'uomo. Il mio dominio si estende su tutte le leggi create dall'uomo per l'uomo, ma qui finisce. Questo è il mio compito: creare la legge e servirmene come di una lama per dividere il giusto e l'ingiusto, e schiacciare ciò che non è conforme, perché non corrompa la mia città. Se non capisci questo, Desiante, non puoi pretendere di comprendere la mia Legge, il mio potere, la mia missione, il mio giudizio!” Il Difensore aveva concluso il suo discorso quasi urlando, ma prima che l'eco delle sue parole si fosse spento, fu Alfredo a replicare, e lo fece con tono deciso e portandosi avanti di qualche passo, mentre puntava il dito verso l'uomo sullo scranno.
“Evidentemente la tua visione del mondo e dei rapporti interpersonali è talmente ristretta da non essere in grado di concepire niente al di fuori di te stesso. L'impressione che ho è che tu non sia neanche una persona 'intera', sei troppo ‘limitato’! Altrimenti non si spiega il disprezzo con cui ti sei rivolto a Gilgamesh. La mia opinione è che non sei in grado di decidere o giudicare un cazzo: come una macchina punisci chi sbaglia senza neanche tentare di capire, e stai attento che capire non esclude il punire, ma probabilmente non arrivi a capire la differenza.” Infine, con tono irato e autoritario “Io me ne vado! Non ho intenzione di essere giudicato da UN TIZIO che non riesce neanche a capire se stesso." E dicendo questo si girò e fece per andarsene, con calma, senza fretta.
Il Difensore aveva ascoltato in silenzio, ma i suoi occhi mandavano lampi. L'impressione che avevano gli astanti fu che, per niente impressionato dalle parole di Alfredo, stesse decidendo cosa fare di loro. Quando alla fine parlò, la sua voce era gelida e impersonale, quasi sprezzante:
“La tua impressione, la tua opinione...! Non interessano a nessuno. Se sei talmente stolto da pretendere di capire il senso delle mia lotta in tre minuti, quando io ho impiegato secoli, allora ho davvero commesso un grave errore a parlare con voi. Probabilmente farei prima a farvi giustiziare, qui e adesso, e infilare le vostre teste su lunghe picche di metallo davanti al mio palazzo, come tributo alla memoria della Guardia. Voi ancora non conoscete il mio potere. Ma prima di decidere la vostra sorte, voglio chiarire uno dei tuoi dubbi, uomo” E indica Alfredo. "Capire e' un errore. E' l'opposto del giudicare. Capire vuol dire ‘prendere dentro’, vuol dire ‘accettare’, vuol dire ‘rendersi simile’. Giudicare è possibile solo se si è diversi da ciò che si deve giudicare. E' possibile solo se si sa sempre, comunque, in ogni caso, dove finisce il giudice e dove inizia l'imputato. Dimmi, come può giudicare l'amore un giudice che ama? E come può giudicare la bestemmia un giudice che conosca l'eresia? Allora sappi questo: ogni giudice è un Signore, che plasma la realtà dell'uomo sulla sagoma della propria anima. Giudicare è decidere, è dare la Legge, è volontà di potenza. E il massimo giudice è quello che crea una città uguale a se stesso, una città che sia davvero riflesso del suo spirito, una città che sia come il migliore dei figli, e che egli possa amare del più grande degli amori. Io sono il padre, e questa città è la mia creatura, e io non permetterò a nessuno, mai, a costo della vita, di corrompere il figlio che amo, di portarlo nell'errore, nella pazzia, nel lerciume. Io ho la forza di difendere me stesso e coloro che amo, e questa è la mia Legge." Mentre parlava, il suo tono si faceva sempre più accorato, fino a perdere quell'accento arrogante e lentamente trasformandosi quasi in una confessione del proprio fallimento “Ma non ho il potere di vincere questa guerra, non da solo. Ho provato, ho tentato ogni strada, ogni mezzo, ma senza successo. Sono un Signore a metà, soltanto una pallida imitazione di ciò che dovrei essere, e non riesco ad estirpare il cancro che avvelena questa città. Per questo avevo chiesto il vostro aiuto. Perché solo con il vostro aiuto avrei potuto finalmente vincere questa guerra. Ma voi me lo avete rifiutato." Con queste parole il Difensore tacque, e sulla stanza cadde il silenzio.
Poi, all'improvviso, l'intera stanza diventò buia. Solo la figura di Lord Raphael emanava luce: una luce intensa ma costantemente mobile e mutevole, come di fiamma. Intorno, sulle pareti, c’erano ora solo OMBRE che danzavano e si contorcevano come fossero vive e, al centro del buio, Lord Raphael, una torcia di luce fiammeggiante, col mantello che si agitava come mosso dal vento, in sincronia con la danza delle ombre.
“Difensore! Quello che dici è vero: NOI, e soltanto noi, abbiamo il potere di risolvere questo conflitto eterno. Noi che non apparteniamo a questo mondo siamo gli unici a poter spezzare lo stallo tra il Difensore e l'Amico. Tu ci chiedi di distruggere l'Amico e consegnare a te la vittoria. Ma noi potremmo altrettanto facilmente fare il contrario! Noi, o Difensore, abbiamo il POTERE DI DECIDERE. Noi possiamo scegliere chi dei due morirà, noi possiamo proclamare uno dei due Signore di questa terra. Questo è lo scopo per cui siamo stati INVIATI qui. Questa è la nostra missione. Ma noi NON ABBIAMO ANCORA PRESO LA NOSTRA DECISIONE!" Il bagliore di una folgore illuminò per un attimo la sala, e i volti dei Figli del Pathos. Si udì, lontano, il fragore del tuono. “Tu vuoi che noi distruggiamo l'Amico: PERSUADICI dunque di essere nel giusto. Per quale ragione tu devi vivere, e l'Amico morire? Puoi dimostrarci che il tuo regno è il migliore?"
Nell'oscurità si udì allora la voce del Difensore levarsi alta e nobile, profonda, scolpita, autoritaria, calma come di un senso di accettazione, ma orgogliosa.
“Quindi siete stati mandati. Lo sospettavo. Qualcuno più in alto di me vuole porre fine a questa lotta. Bene. Io sono pronto. Pronto a vivere o a morire, a combattere. Ma non ad umiliarmi. Mi chiedi di dimostrarti che sono nel giusto. E sia, ma non voglio sprecare inutili parole per cercare di spiegare il mio pensiero. Non capireste. Voglio dirvi solo una cosa: la vita è una lotta continua, e i più deboli possono solo soccombere. Io sono forte. Eppure non uso questa forza per vincere, ma per difendere. Prendo su di me la sofferenza dei miei sudditi e alleggerisco i loro cuori, asciugo le loro lacrime, veglio sui loro sonni. Io difendo. Ricordate questo: il mondo è in guerra, e solo io posso combattere questa guerra, perché sono un soldato. Ogni altra scelta può portare soltanto alla sconfitta, alla rovina, alla morte."
Le parole del Difensore si smorzarono nel silenzio, che venne però presto infranto dalle vostre risposte. Stefano si rivolse per primo all'uomo che lo fronteggiava:
“Difensore, ti capisco, ma non accetto le tue parole, perché parti da un presupposto errato. Il mondo non é un campo di battaglia e la legge non é un’arma. La Legge dell'uomo è uno scudo che protegge il debole, e la legge di natura è un binario che conduce il cosmo in una direzione precisa. Nessuna di esse richiede la lotta, esse hanno valore di per sé. Non ricordi quando parlammo di Discordia, e dicemmo che in realtà a sconfiggere Discordia non serviva la lotta, perché di essa si nutriva il suo potere. Serviva semplicemente affermare quelle leggi di pace e armonia intrinseche alla natura dell'uomo. Questo è secondo me il tuo errore, Difensore: non vedi più la bontà intrinseca all'uomo, e vedi solo la necessità di reprimere i suoi Desideri. E poi, sei certo che una vita senza libertà sia preferibile a morire per un Sogno di pace e uguaglianza?”
Il Difensore ascoltò le parole di Stefano senza che l'espressione del suo volto cambiasse di un millimetro. “Il mondo quindi non è un campo di battaglia? E come sei arrivato a questa stupefacente conclusione? Forse mentre trucidavi la Guardia? Forse mentre interferivi, senza averne il diritto o l'autorità, con le leggi della mia città? E cos'è quell'altra sciocchezza? La Legge non richiede la lotta? Provati allora a chiedere gentilmente ad un assassino di confessare la sua colpa, e di ripagare di sua volontà le vittime del suo crimine, e di rinchiudersi da solo in cella! Sciocchezze! E poi quelle farneticazioni sulla Discordia! Uomo, io non ti ho mai incontrato prima di adesso! Noi non ci siamo mai parlati, prima di questo momento! Credi di lenire il mio giudizio, inventando momenti passati che non sono mai esistiti? E infine un'ultima cosa. Dici che io vedo solo la necessità di reprimere i Desideri dell'Uomo. Che immane idiozia! Accuseresti forse il contadino che semina il grano perché uccide la gramigna? Non ti rendi conto che i Desideri sono caos, sono disordine, sono un pozzo nero dal quale è impossibile uscire? I Desideri devono essere vagliati, esaminati, giudicati, assolti o condannati come gli uomini! Solo così possono germogliare in qualcosa di utile. Quanto alla libertà, poi, non ne conosci nemmeno il significato! Credi che libertà sia fare tutto, dire tutto, sopportare tutto? Questa è immonda anarchia! Questa è pazzia! Questa è la bestemmia del Debole, di colui che io non posso sconfiggere."
Nonostante il tono adirato delle parole del Difensore, il suo volto era rimasto impassibile, come se ormai stesse attendendo solo di vedere l'esito ultimo degli eventi. A scuoterlo ci pensò però Baphomet:
“Interessante ciò che dici... Cosi', tu non puoi prevalere sull'Amico come l'Amico non può prevalere su di te. Mi viene da pensare dunque che se noi siamo in grado di uccidere l'Amico, dovremmo essere in grado di uccidere anche te. Che pensiero affascinante, non trovi?” sogghignò minacciosamente Baphomet "Purtroppo per te, non sono venuto qui per uccidere... Io ho un amico che ha bisogno che io sia qui, nonostante ciò che puoi pensare tu, amico. Sono qui per Angelo, o Solone, hai presente? Io non sono di questo regno e non sono vincolato alle sue leggi. Io faccio quello che mi pare. E penso che andrò a farmi quattro chiacchiere con il tuo Amico. E penso che faresti bene a venire anche tu. Forse ascoltare qualcosa di diverso dalle tue sparate potrebbe farti bene... Sempre che tu abbia l'intelligenza necessaria per capire quello che ti viene detto..."
Nell'udire queste parole, gli occhi del Difensore si accesero d'ira, e per un attimo diede la netta l'impressione che stesse per scagliarsi addosso al Demone, sul cui volto, però, campeggiava come sempre un sorriso a metà tra il divertito e il beffardo.
Furono istanti di grande tensione, poi però il Difensore appoggiò le spalle allo schienale del trono, e parlò: "Mi stai minacciando, uomo? Se stai tentando questo, sappi che io sono il Difensore, e nessuno di voi può mai sperare di sconfiggermi con le armi o con la magia. Io combatto da sempre per difendere la mia città, e nessuno ha mai fatto breccia nelle mie mura. Non confondermi col Debole. Voi potete sconfiggere lui, forse, mai il Difensore!" Eppure, anche se solo per un attimo, mentre pronunciava queste parole i visitatori ebbero l'impressione che forse, forse, non stesse dicendo la verità....
O almeno non tutta. "Riguardo al tuo amico, non lo conosco, non l'ho mai visto, non ho mai sentito il suo nome, non so chi sia né perché dovrebbe trovarsi qui, e non voglio nemmeno saperlo!” Concluse “E' chiaro che non ho la più pallida idea di chi tu stia parlando! Non ne ho idea! E se vuoi andare dal Debole, vai! Andate tutti! Via dalla mie presenza! Ma non sperate che io vi accompagni! Io lo conosco bene, ormai. Conosco le sue bestemmie, le sue colpevoli idiozie, la sua debolezza. La sua città è come uno scrigno aperto dal quale tutti i ladri prendono un gioiello, e alla fine non resta nulla, solo una scatola vuota dove un tempo c'era un tesoro. Andate, se volete, e giudicate la mia opera, se ve ne ritenete degni. Se davvero siete qui per questo, io ho detto tutto quello che potevo. Adesso decidete del mio destino. Giudicate."
Fu Gilgamesh a commentare queste parole:
“Bene Difensore, tu sei un Giudice e sai che una decisione comporta riflessione e attenzione. Sai senza dubbio che chi ci ha mandato VUOLE che noi sentiamo anche i rintocchi dell'altra campana. Sai che è necessario. Ebbene, io non so cosa accadrà né so quando. Ma dopo aver sentito le ragioni di entrambi, so che un giudizio dall'alto verrà, a presenza dei due contendenti, nella piazza Saturno di questa città. Ti chiedo un asilo dove prepararci a questa missione, ti chiedo licenza di parlare agli uomini su cui amministri la giustizia. Questo faccio, al di là del disprezzo che tu mi mostri, perché qui io non sono io ma rappresento la forza di cui sono espressione, e il cui Dominio confina col tuo. Gli altri qui rappresentano alte forze ancora, tutti giunti ad esprimere un giudizio, e per salvare un amico, e che tu ci creda o no, quell'amico sei tu. Ora la domanda è questa: ci concedi ciò che ti ho chiesto? Valuta bene la tua risposta: grande è il tuo potere in questa landa, ma vi sono forze anche nel tuo Dominio, che si solleverebbero se tu tentassi di nuovo di sopprimerci. Bada: io non minaccio, non è questo il motivo per cui sono al tuo cospetto, e se sei ancora in grado di giudicare, sai che ciò che dico e' vero.”
Il Difensore aveva chiuso gli occhi, e quando parlò per rispondere a Gilgamesh la sua voce era fredda e come morta:
“Fa' ciò che vuoi. I miei servitori ti scorteranno in un'aula, se così volete, o all'uscita del mio palazzo. Di lì potete fare tutto quello che volete. Andate dal Debole, andate a parlare con i miei sudditi, andate dove credete. Io vi ho spiegato le mie ragioni come mai ho fatto in passato, e vi ho offerto il modo per difendere la Legge, questa città che io amo, e tutto il mondo che ci circonda. Voi non avete voluto accettare. Bene, sia come volete. Ma se il vostro verdetto sarà a me sfavorevole, sappiate che non cederò senza combattere. Io sono il Difensore, e ho posto la mia spada a difesa di Bsorgu e della Legge." Con un gesto della mano indicò la porta, e il gruppo si mosse per raggiungerla e uscire dalla Sala del Trono, era chiaro che il colloquio era da ritenersi terminato, ma mentre si avvicinavano alla porta i loro occhi furono attratti dalla sagoma oscura di Morgana, che usciva dalle ombre in cui finora si era avviluppata. Era sempre rimasta quasi sempre in silenzio, e non si era mossa dal fondo della sala. Stava riflettendo, forse. Alla fine parlò, facendo un passo avanti e puntando i suoi profondi occhi sul Difensore:
“Tu che parli dell'amore di padre, sei mai giaciuto accanto alla tua sposa? E se questa città è la tua creatura, chi ne è la madre? Padre, ti sei forse dimenticato che a un figlio servono il tuo rigore e la tua educazione, ma anche l'amore e il perdono? Che figlio pensi di crescere alla tua ombra? Esso non sarà altro che un pallido e infelice riflesso della tua grandezza. ‘Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, poiché loro hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro, ...’ Non credi che questo figlio abbia sofferto abbastanza del tuo egoismo e non meriti uno sforzo da parte tua per renderlo meraviglioso? Io non conosco il tuo passato, ma di certo posso conoscere i mille volti del futuro. Io vedo la fine di questo Sole crudele, vedo il rifiorire di ciò che giace sepolto e dimenticato. Ma non noi possiamo far cambiare il Destino. Solamente Tu, tramite noi, puoi fare in modo che questo accada. Io so che tu non hai tutti gli elementi per giudicarci. So che sei confuso e in quanto tale non puoi decidere le nostre colpe. Non spetta a te giudicarle, a te spetta solo il governo di questa città. Lasciati guidare dalla forza che senti scorrere in noi e agisci come non hai mai fatto prima. Questa è la chiave perché questa città torni a crescere.”
Le parole di Morgana sembravano avere una strana forza, un fascino quasi magico, come se provenissero non dalle labbra, ma dal cuore, e al cuore arrivassero. Anche gli Empathici, tutti loro, per un attimo vennero attraversati dal pensiero di ciò che non avevano, dal Desiderio di fare, per una volta almeno, ciò che non avevano mai osato fare, che non avevano mai creduto possibile fare.
Il tempo sembrò essersi fermato, mentre l'uomo sul trono apriva di nuovo gli occhi, e li guardava, e forse fu un’illusione il riflesso di una lacrima sulle sue guance. Sollevò una mano, forse per porgerla a Morgana, forse per allontanare un'immagine che gli oscurava la vista, uno spettro. Aprì piano le labbra, come per dire qualcosa, o piangere.
Ma poi tacque, e restò immobile. Come se avesse sentito un suono lontano, o un odore.
E nello stesso istante la porta che dava fuori dalla stanza si aprì, ed entrò la gracile figura del Muto. L'uomo entrò, in silenzio, sorrise, mentre i suoi occhi si rivolgevano al Difensore. Sembrò ignorare la presenza degli estranei, e il momento forse decisivo che loro, e il suo Signore, stavano vivendo. E quando nella loro mente echeggiarono le sue parole, avevano il tono allegro e spensierato di sempre: “O mio potente signore, massima autorità di Bsorgu e del mondo intero, sommo tra i guerrieri e i soldati, infallibile giudice e padre di tutti gli uomini, eccetera eccetera eccetera, ti porto una nuova ospite. E' la grande, la potente, l'incommensurabile Madre della Legge! Colei che giunge tardi, ma giunge! Colei che forse, e dico forse, potrà rispondere ad alcune domande!”
Gli sguardi dei presenti si concentrarono sulla figura alle spalle del Muto, che fino a questo momento non avevano notato. Era una donna di età indefinibile. Fisicamente, era piuttosto imponente: alta, fianchi larghi, petto matronale, lunghi capelli biondi. Aveva una corona di fiordalisi sui capelli e una veste rosso porpora, ampia, a larghe pieghe, fissata sulla spalla destra da una fibbia d'oro a forma di spighe di grano e trattenuta sotto l'ampio seno da un cordoncino dorato. L'impressione che si ricavava anche ad una prima occhiata era di una femminilità intensa, sensuale e materna nello stesso tempo. I visitatori la guardavano abbagliati, e le Note fra loro riconobbero una loro pari, Demetra Tesmofora, Madre della Legge e Signora del Mutamento. Demetra era giunta da poco nel Dominio di Solone, durante il viaggio aveva più volte scorto le Erinni che la osservavano, ma questo non l’aveva fermata. Le "Benevole" conoscevano Demetra e Demetra le rispettava. Si era inchinata davanti a Tisifone, poi aveva proseguito il suo strano viaggio... Il paesaggio brullo e secco, ocra rossa e polvere, la mancanza di vegetazione e di campi coltivati avevano colpito la sua sensibilità. Le era parso chiaro che qui la Natura era stata lasciata a se stessa... nessun ordine la guidava e nessuna legge la governava... "Ma che posto e' mai questo...” Aveva pensato con dolore “Basterebbe così poco per trasformarlo in un giardino..." Avrebbe quasi voluto fermarsi, porre qualche rimedio a quella situazione che l’aveva così profondamente ferita... ma un bisogno occulto, più urgente l’aveva spinta a proseguire... "Non ora, ci sarà tempo dopo..."La donna entrò nella grande sala con passo leggero. Superò il Muto, che si era fatto da parte per farla entrare dopo averla annunciata. Nel passargli accanto, si volse, gli sorrise e gli carezzò la fronte...
Prima di avanzare, trasse da una tasca nascosta tra le pieghe della veste una manciata di piccoli semi e, con un gesto ampio e pieno di grazia, li sparse davanti a sé. Poi incominciò a camminare: dietro di lei, man mano che avanzava, spuntava, prima impercettibilmente, poi sempre più velocemente, un sentiero di pratoline bianche e rosa. Dopo pochi passi era vicino ai suoi Fratelli.
Si fermò, li guardò un attimo, come se stentasse un po' a riconoscerli nel loro aspetto così diverso da quello a cui era abituata. Per un attimo gli Empathici furono attraversati dal pensiero che forse non si rendeva neanche conto troppo bene del suo potere e che il suo Risveglio doveva essere stato molto recente. Poi finalmente il suo volto s'illuminò d'un largo sorriso pieno di calore... “Eccomi, sono qui, finalmente... vi ho tanto cercati...” Poi si rivolse al Difensore, che la osservava stupefatto e rapito, mentre con le mani tremanti si appoggiava la trono come se volesse prenderne forza, sicurezza, stabilita'. “E sono qui soprattutto per te, Fratello. Ho sentito il tuo richiamo. Ho attraversato i tuoi Domini... Non c'è vita in questo mondo, sotto questo Sole nemico. Ovunque polvere, sassi e desolazione. Tu crei la legge... ma la tua legge è arida e senza cuore. Io ti porto la legge del cuore... Io posso dove il tuo potere termina. La Natura risponde ai miei richiami, la sua legge è la mia stessa. Permettimi di aiutarti a trasformare questo mondo ed il tuo cuore in un
giardino, lascia che io allevi per attimo il peso delle lacrime e delle sofferenze che tu sopporti... dai riposo alla tua anima ferita... vieni...” Quindi avanzò verso il trono, poi allargò davanti a sé le braccia come per accogliervi il Difensore...
L'uomo sembrò come paralizzato, gli occhi fissi sulla figura della donna, le labbra socchiuse. Il suo respiro affannato arrancò, come in cerca d'aria, d'ossigeno. Il suo sguardo si spostava su Morgana, sul Desiderio di abbandonarsi al Sogno, di credere per un attimo possibile anche l'impossibile, e poi sulla donna vestita di porpora, la Madre della Legge, colei che non giudica, ma che in silenzio porta la nuova vita, e la nuova morte, e poi di nuovo la vita, per sempre, ogni giorno e ogni notte, e le due donne sembrarono incarnare l'immagine di un'esistenza diversa, migliore, più vera. Ma poi un raggio di Sole, preciso come un dardo, accecante, attraversò l'oscurità che avvolgeva la Sala del Trono, e la stracciò come non fosse che un'illusione, e colpì i fiori nati sulla pietra, seccandoli senza pietà, uccidendoli, trasformandoli in piccoli scheletri gialli e contorti. E illuminò il volto del Difensore, asciugò le sue lacrime, accecò i suoi occhi e li rese duri, aridi.
Adesso sul volto del Difensore non esprimeva più la tristezza, lo struggimento, forse il dolore, ma una maschera di freddezza e disprezzo, un convincimento nuovo e più saldo, incrollabile, indistruttibile, eterno. Le sue labbra sottili si chiusero in silenzio, ma era come se si fosse udito lo scatto secco di una serratura, la serratura che chiudeva la via al suo cuore.
In questo silenzio, fu il Muto a parlare. Fece qualche passo verso il Trono, e con un piccolo inchino si rivolse alla donna che era entrata con lui , e quindi a tutti loro : “Venite, mia signora. Avete tentato, e anch'io avrei voluto.... Ma non può essere così. C'è la Legge, e la Legge.... Tutti voi avete tentato, e di questo vi ringrazio, ma non è servito." Per una volta la sua (la loro) voce non sembrava più allegra e dolce, ma triste. Poi però il Muto tornò a sorridere, e il suo sorriso, all'inizio malinconico, si fece subito gioioso, mentre la voce che udivano dentro le proprie menti riprendeva il solito tono canzonatorio: “Beh, ci abbiamo provato, no? Io adesso direi che e' il caso di andarcene, non credete? Non vorrei che il mio padrone cambiasse idea e vi facesse decapitare tutti....Venite, vi scorterò fuori da qui, tanto ormai il Sole vi ha raggiunto, e non è questa l'ombra che dovreste cercare”
Li accompagnò attraverso le stanze del Palazzo del Difensore, verso il portone che dava sulla piazza nella quale sorgeva l'Arcod-Isma-Ria.
“Bene, avete incontrato una metà.... o un terzo? Adesso vi lascio soli, non vorrei disturbare le vostre importanti decisioni! Invero, credo abbiate molto su cui discutere! E ricordate: Io ti chiamo, ma tu non mi senti; io ci sono, ma tu non mi vedi; tu mi cerchi, ma non puoi trovarmi, perché quando cammini non guardi sotto i tuoi piedi! Beh, credo di aver detto anche troppo! A presto, amici miei!" E con queste parole rientrò nel palazzo, lasciandoli nella piazza centrale di Bsorgu. Alle loro spalle il gigantesco arco diviso a metà, e sotto la grata di metallo inchiodata al terreno. Tutt'intorno il Sole trasformava le strade in torrenti di caldo soffocante, e i muri delle case in specchi accecanti, e nella piccola città anche questo sembrava quasi normale. Davanti a loro, la gigantesca sagoma di La Spada, che guardava Morgana, e timidamente sorrideva.Lord Raphael approfittò di questa piccola "pausa" per salutare l'arrivo di Demetra: “A proposito, ciao Nella! Allora é vero che il Grande "D" ti ha dato una promozione...”
A queste parole, d'improvviso Demetra sembrava meno imponente... i capelli si fecero più scuri, più ricci e la figura sembrò rimpicciolirsi... l'aura materna si fece più evanescente e poi svanì: adesso avevano davanti a loro Nella... quella solita... un metro e mezzo di donna che guardava Lord Raphael dal basso verso l'alto con un mezzo sorriso tra l'ironico ed il divertito.
“Il nonno D maiuscola ha apprezzato il mio operato... promozione sul campo per meriti speciali... No, la mia storia è un po' più complessa ed il mio risveglio è avvenuto alla festa del Solstizio... Un giorno, se avrai tempo e voglia di ascoltare, te la racconterò..."
“E’ una storia che ascolterò volentieri. Magari alla fine di questa.” Quindi Raffaele si girò verso i compagni e propose di andare a parlare con l'Amico. Anzi, si avviò subito in direzione dell'altra metà di Bsorgu, con aria indispettita, mentre una strana foschia si levava ad avvolgerlo e l'aere si riempiva delle note di una canzone dei Deep Purple: "Fools"...
Falasifa annuì, dicendo: "Credo che sia importante andare a sentire anche l'altra campana" e si incamminò dietro Lord Raphael.
Mentre Raffaele si allontanava, Nella non riuscì a nascondere la sua tristezza... Il cuore del Difensore era stato per aprirsi... Lo aveva sentito chiaramente. E poi, invece...
Alzò lo sguardo verso il disco nero che arroventava la città.. ci fu un lampo di rabbia pura nei suoi occhi. Si avvicinò a Morgana, le prese la mano, si rivolse a lei ma le sue parole erano per tutti: “Andiamo, mia dolce Sorella, andiamo tutti dall'Amico... a sentire le sue ragioni e a saggiare il suo cuore... forse lui sarà meno restio a comprendere i nostri richiami... E' inutile cambiare le cose se non cambiano prima i pensieri... ed ora la mente del Difensore è chiusa alle nostre parole...”
La Spada camminava al fianco di Morgana, e sembrava che stesse per dire qualcosa, ma sul suo volto era dipinta un'espressione d'incertezza, quasi di profonda confusione. Nella lo notò e si avvicinò a La Spada chiedendogli di raccontarle ciò che sapeva o che gli avevano tramandato come leggenda della storia di Bsorgu. In particolare di come fosse prima che il Difensore e l'Amico cominciassero la loro guerra personale. La domanda colse La Spada in contropiede, come se lui non si fosse mai posto il problema. Il gigantesco guerriero tacque per qualche secondo, quindi chiuse gli occhi, mentre rovistava nella memoria alla ricerca di una risposta da offrire alle due donne, e per un attimo alle due amiche venne da pensare che se non fosse riuscito a trovarla probabilmente se la sarebbe inventata, solo per fare piacere a Morgana. Quando riaprì gli occhi e la guardò, le due donne lessero sul suo volto un'espressione di profondo stupore: “Io... io.... non me lo ricordo.... non lo so. Non mi ricordo quando è cominciato. E' sempre stato così, ma non mi ricordo l'inizio.” Le sue parole non avevano molto senso ”Se è sempre stato così” disse Morgana “E' logico che non si ricordi l'inizio, no?”
"Non me lo ricordo... l'inizio, non me lo ricordo..." Ripeté il guerriero. Un po' preoccupata, Morgana insistette:
“Calmati, cos'è che non ti ricordi?”
“L'inizio... quando ero un bambino. Non me lo ricordo. Mi ricordo solo che sono stato un bambino, e poi sono diventato il braccio di Bocca, ma non vedo niente, non vedo i ricordi. Vedo quando sei arrivata e mi hai dato questa piccola cosa d'oro” E la prende dalla tasca, come se volesse rassicurarsi che, si', gliel'aveva data davvero, che non se l'era sognato “E vedo una settimana fa cosa ho fatto, ma prima non vedo niente, niente!” La Spada era chiaramente sconvolto, gli occhi spalancati guardavano la sua salvatrice ed era come se le chiedessero "Perché? Ti prego, fai qualcosa! Ho paura."Intanto, il gruppo si era incamminato tra i vicoli dell'altra metà di Bsorgu, mentre intorno a loro la cittadina sembrava essere tornata alla normalità, come se nessuno più ricordasse che solo poche decine di minuti prima avevano massacrato la Guardia del Difensore.
Ben presto si fecero un'idea più o meno precisa della parte di Bsorgu governata (ammesso che si potesse usare questo termine) dall'Amico.
Qui la città sembrava essere stata costruita pezzo per pezzo con lo scopo dichiarato di creare la più pazzesca accozzaglia di stili architettonici diversi. E questo era tanto più vero quanto più si allontanavano dalla via che attraversava Bsorgu a metà e che portava all'Arcod-Isma-Ria.
E lo stesso senso di folle disordine (o eclettismo, a seconda di come lo si volesse definire) lo davano le vesti degli abitanti, che sembravano ispirate a stili e culture profondamente diversi, se non quasi in diretta contrapposizione.
Il tutto dava una sensazione indefinibile, quasi di vertigine, al punto che dopo poco non seppero forse nemmeno più cosa considerare strano e cosa normale. In città nessuno sembrava fare caso a loro, anche se di tanto in tanto qualcuno li osservava passare, e magari sorrideva o faceva un piccolo inchino, solo per poi tornare alle proprie faccende quasi di fretta quando riconosceva l'uomo che li accompagnava: La Spada, il boia del Difensore. E La Spada, da parte sua, era chiaramente nervoso, come se il semplice trovarsi qui violasse chissà quale suo intimo convincimento, e si guardava intorno come se si aspettasse di essere attaccato da qualcuno, o qualcosa, da un momento all'altro. Non lo avevano visto così nemmeno quando aveva affrontato la Guardia.
Per alcuni minuti si inoltrarono tra i vicoli contorti e diseguali di questa metà di Bsorgu, finché qualcuno non si fece loro incontro, in un vicolo forse leggermente più stretto degli altri, al punto che la luce del Sole si interrompeva a qualche metro da terra, e intorno a loro c'era una specie di penombra. Forse con una punta di stupore si resero conto che quello che si stava avvicinando, con un sorriso a metà tra il cordiale e l'insolente, era un ragazzino di forse 12 anni, vestito alla meno peggio con abiti di una o due taglie più grandi di lui. Arrivò fino a circa un metro dagli intrusi, li squadrò uno per uno (sempre sorridendo), e poi salutò:
“'Giorno. Io sono Manuel, e voi non siete di qui. E ve ne andate in giro con uno che non dovrebbe essere qui. E' molto strano.” Nel dire questo assunse un'espressione esageratamente preoccupata, tanto da essere quasi comico, e dopo un attimo si mise a ridacchiare a bassa voce, come se avesse letto qualcosa di buffo nelle vostre espressioni. “Beh, chi non è un po' strano? E poi tra voi ci sono anche belle signore” E dicendo questo guarda con occhi assai poco da dodicenne Morgana e Demetra “E magari avete una moneta o due per Manuel, no? E forse Manuel può fare qualcosa per voi, per esempio portarvi in un bel posto dove ci si può divertire senza problemi. Manuel conosce la città come nessuno, perché Manuel è il vero padrone della città!” E nel pronunciare queste parole sembrò quasi mettersi in posa come per una statua con la spada in mano o a cavallo, ma nonostante l'espressione seria e composta i suoi occhi continuarono a ridere. Tutta la scena pareva quasi comica, con questo ragazzino che faceva il “padrone della città” davanti ad alcuni degli esseri più potenti nella storia dell'umanità, ma i Fratelli notarono alcuni piccoli particolari che facevano considerare la cosa da un altro aspetto e che forse non era proprio il caso di ridere. Nel momento in cui Manuel si era avvicinato, una ad una tutte le finestre che davano sul vicolo erano state chiuse da mani frettolose, come rispondendo ad un ordine preciso. Dietro la piccola, quasi gracile, sagoma di Manuel si muoveva qualcosa, o qualcuno, e forse non c’era niente, e forse invece c’era qualcosa. Anche alle loro spalle si muoveva qualcosa, ma non riuscirono a capire, a vedere cosa. Davanti a loro c'era solo il piccolo Manuel che sorrideva, e per un attimo vi sembrò strano che un bambino così simpatico portasse infilato nei pantaloni un pugnale a lama ricurva. “Allora, cosa può fare per voi il vostro Manuel?” ripeté.
Morgana e Gilgamesh avevano però lo sguardo più acuto, e riuscirono meglio a scorgere ciò che si nascondeva tra le ombre, davanti e dietro di loro: erano altri bambini, forse in tutto cinque o sei, ma non ne erano sicuri.
L'atmosfera si stava facendo assai meno rilassata di quanto potesse sembrare all'apparenza. Stefano fece per avvicinarsi a Manuel, sorridendo, ma Alfredo lo afferrò per un braccio e lo riportò indietro, al centro del gruppo, mentre borbottava frasi sibilline su latrocini e ladricidi. Baphomet si guardò intorno a metà tra l'irritato e lo sconsolato, e sembrò chiedere (supplicare?) con lo sguardo che fossero Nella e Laura ad occuparsi del ragazzino, che intanto le guardava e sorrideva.
La prima a muoversi verso Manuel fu Nella. Lo guardò con attenzione, come se cercasse di vedere qualcosa oltre l'immagine che il ragazzino sembrava volere proporre... Infine si mosse per prenderlo per mano e Manuel la lasciò fare, sempre sorridendo, e tenendolo ben stretto Nella iniziò a parlargli, mentre con gli occhi incontrava quelli del ragazzino. Il tono era gentile, la voce carezzevole... ma lo sguardo di Nella rimase piuttosto duro. “Già... cosa puoi fare per noi... dovresti dircelo tu Manuel... L'hai detto anche tu, lo hai capito... noi siamo nuovi qui... E perché porti questo pugnale, qualcuno ti sta minacciando? Qualcuno ti cerca per farti del male? Da chi ti devi difendere, Manuel?” Quindi Nella mosse la sinistra per raggiungere il coltello alla cintura di Manuel, ma.... il coltello apparve quasi magicamente nella sinistra di Manuel, e Nella se lo ritrovò puntato alle reni.
Manuel, sempre sorridente, disse: “E' per questo che porto il pugnale, mia bella signora. Per fare la bua a quelli che credono di essere più duri di me solo perché sono più alti, anche se non di molto” E sorrise. “Vedi, le ferite li' ai reni sono molto dolorose. Uno non muore subito, ma in lunghi giorni d'agonia, mentre la sua pelle si fa gialla, e il suo piscio si riempie di sangue e poi muore in preda alla febbre e al delirio. Non è bello da vedere” Le sue parole suonavano aspre, ma Manuel continuava a sorridere. “E poi, sì, qualcuno vuole farmi del male. Oh, non ci riuscirà, ma sono tanti così stupidi da provarci, e un uomo d'affari come me deve tutelarsi, non credi? Anzi, a pensarci bene, anche la tua, mia bella signora, potrebbe sembrare una minaccia. E a me non piace essere minacciato... “ E qui si profuse in un sorriso che faceva pensare che, se il posto non fosse già stato preso, forse avreste trovato qualcuno adatto al ruolo di Baphomet... "Adesso torno a domandarvi, cosa può fare Manuel per voi?"
La situazione sembrò sul punto di precipitare: Nella aveva sul volto un'espressione molto dura, gli occhi fissi sulla sagoma di Manuel, e di certo aveva in mente qualcosa che al ragazzino non sarebbe piaciuta per niente, oh no, proprio per niente, mentre Gilgamesh, anche lui nient'affatto divertito dalla piega che gli eventi stavano prendendo, si rivolse minacciosamente a Manuel: “Tanto per cominciare, Manuel puoi dire a quei tuoi bambini nascosti nelle ombre qua attorno di uscire fuori. A Gilgamesh non piace chi lo scruta dal buio.”
“Beh, e a Manuel non gliene frega un cazzo di quello che piace a Gilgamesh.” Ringhiò il ragazzino “Tra parentesi, bel nome di merda, amico.”
I secondi sembrarono eterni, paralizzati, mentre le ombre alle loro spalle, e a quelle di Manuel, si mossero come per stringerli nel vicolo. Ma, prima di tutti loro, fu Morgana a parlare. Fino a quel momento aveva camminato per le vie di Bsorgu in silenzio, tenendo per mano La Spada, col naso all'insù come una turista in una città piena di meraviglie e sul suo viso c'era stato uno strano sorriso, e ancora sorrideva mentre si avvicinava a Manuel. Con un gesto apparentemente casuale, lanciò distrattamente una moneta in aria, e la moneta descrisse la sua traiettoria ascendente, ebbe uno strano luccichio quando era al culmine e... scomparve. Morgana ci stava giocando, rigirandola tra pollice e indice e non si sarebbe potuto dire se era la stessa o un'altra. “Ciao Manuel, io sono la Signora del Sogno dei tuoi Desideri, ma puoi chiamarmi come più ti piace. Perché non lasci stare la mia amica, dici ai tuoi amici di uscire e ci aiuti ad andare dove ci attendono? Non Desideri accompagnarci nella Tua città?” Mentre diceva questo, e sorrideva, ancora una volta la moneta partì verso l'alto, ma al culmine scomparve e riapparve nella mano di Manuel, quella che Nella aveva stretto e ora aveva lasciato. Morgana fece tintinnare un sacchetto di pelle che aveva alla vita. Quindi fece un piccolo inchino e un sorriso malizioso e poi avvicinandosi quasi all'orecchio del ragazzino gli sussurrò qualcosa che gli altri non sentirono, ma che sembrò davvero colpire Manuel, perché per un attimo la sua bocca si spalancò, e gli occhi gli brillarono, mentre con lo sguardo cercava di abbracciare la figura della vostra compagna.
Nel silenzio, la voce di Lord Raphael: “Giusto! Facci fare un giro turistico del tuo regno, Padrone della Città!” E nella destra teneva alcune monete d'argento, che si rigirava tra le dita con affettata indifferenza.
Lo sguardo di Manuel passò da Nella a Morgana a Lord Raphael, quindi di nuovo a Morgana, e si fermò lì. Un sorriso più ampio degli altri, una strizzatina d'occhio, quindi rinfoderò il coltello e si rivolse a tutto il gruppo: “Bene, la vostra amica ha trovato una paio di argomenti convincenti, e quello che luccica forse non è nemmeno il più convincente” e di nuovo strizzò l'occhio, ma alle loro spalle, ci fu un rumore come di un toro che soffia, e voltandosi, gli Empathici scorsero La Spada con un'espressione a metà tra il geloso e il preoccupato.
"Quindi, andiamo! I miei amici ci accompagneranno in maniera mooolto discreta. Non si sa mai.... " E sorrise.
La "visita guidata" alla metà di Bsorgu governata dall'Amico durò circa un'oretta, durante la quale Manuel si dimostrò in effetti un ottimo anfitrione. Cioè, un ottimo anfitrione se ai visitatori fosse interessato sapere dove si trovava il miglior falsario, la puttana più cara (e quella meno cara...), il più abile ricettatore, il mercante più ricco (più ladro), ecc. ecc. Per l'aspetto più prettamente storico e culturale, Manuel non valeva niente, ma probabilmente nessuno dei suoi “clienti” si sarebbe aspettato qualcosa di diverso.
L'immagine che si fecero era di una città (si', non di "mezza città") assolutamente caotica, ma (o forse proprio per questo) affascinante. Case ricche al fianco di quelle povere, mendicanti e signorotti, un mercato colmo dei vestiti più strani (alcuni quasi al limite dell'indossabilità) e di monili che ricordavano culture e epoche così distanti tra loro da essere quasi uguali, e musicanti agli angoli delle strade, e venditori di spezie dai nomi quasi impronunciabili, e banchetti per il gioco d'azzardo, e locande dove servivano pietanze che non avevano mai assaggiato (o che non ricordavano), e ad ogni nuova via tutto sembrava ricominciare daccapo, e sempre diverso.
Ma si vedeva anche la sporcizia e la miseria, bambini col ventre gonfio e le braccia sottili come due delle loro dita, e uomini ricchi in lettiga che ordinavano alla scorta di farsi largo nella folla a colpi di manganello o di frusta contro chiunque avessero davanti, e bambine con gli stessi anni di Manuel a battere il marciapiede per uomini dal sorriso untuoso che le sorvegliano dall'androne di squallide case a due piani, e vecchi che cadevano per terra, a volte colpiti dalla fame o dal Sole, e a volte dal coltello di qualche ladro, e nessuno che ci facesse caso.
Forse gli stessi visitatori avrebbero corso il rischio di qualcuno di questi spiacevoli incontri, ma Manuel li stava guidando con accortezza, spesso salutando ambigui figuri seminascosti nelle ombre, e poi la presenza di Gilgamesh, Baphomet e La Spada era già un deterrente più che sufficiente. E, di tanto in tanto, in effetti videro un bambino seguirli di lontano, con lo stesso sguardo orgoglioso e sprezzante di Manuel, e soltanto un po' più magro.
Durante la "gita" Manuel li accompagnò anche ad una piccola locanda, dove decisero di mangiare qualcosa (beh, l'ora di pranzo era già arrivata da un po', e stava ormai quasi per passare), e al momento di pagare, il loro ospite sorrise e disse che ci sarebbe stato tempo per fare pari, con calma.
Alla fin fine, tutto sembrò procedere senza problemi. Almeno fino a quando Manuel non si fermò, si girò verso i suoi ospiti e, sorridendo, disse:
“Bene, la gita è finita. Credo che non possiate lamentavi, no? Quindi adesso è il momento di pagare. Sono quindici monete d'argento per me, e due per ognuno dei miei uomini, che sono sei, e poi altre tre a testa per il pranzo. E poi” E guarda Morgana “Io e te abbiamo una piccola faccenda da risolvere.” E mentre lo diceva indicava con gli occhi il portone alla loro sinistra, all'ombra del quale stava un uomo di forse quarant'anni, con una corta e unta barba nera e un lungo coltello alla cintola. Mentre guardavano, dal portone uscì un uomo grasso e mezzo calvo, che si stringeva la cintura con aria soddisfatta, e dietro di lui una ragazzina sui quindici anni vestita con un pezzo di stoffa che non lasciava niente all'immaginazione. Manuel tornò a guardare Morgana, e sorridendo le fece: “Andiamo, mia bella signora?”
Dalle spalle del gruppo si fece avanti La Spada, le mani strette a pugno, il collo gonfio e la fronte sudata, e lo sguardo che passava da Morgana a Manuel, ma il primo a parlare fu Gilgamesh, che si rivolse direttamente a Morgana:
“Bene Sorella, anche se questa parte della città mi è più congeniale, perché la vedo animata di profondi e radicati Desideri in atto, trovo che il Desiderio qui sia potente, ma sviato ed oscuro. Sono preoccupato, e il ricordo di Babilonia è fresco nella mia mente... Anche se sto ingoiando il mio orgoglio e l'insulto ricevuto, non devi pensare che starò a guardare quello che sta per accadere. Pretendo una spiegazione, Morgana, e la Desidero subito. Temo per te. Dimmi Sorella, mi fido del tuo giudizio, ma ben conosci la mia indole, ti prego dunque di placare i miei timori, o di liberare i lacci in cui inconsapevolmente mi hai imbrigliato... non amo frustrare il mio Desiderio né lasciare i consanguinei nelle mani di loschi mercanti di Carne che vendono la falsa soddisfazione ai Desideri. Questa città pur essendo pregna di Desiderio, ne è allo stesso tempo la sua più orrenda perversione.” L'espressione del Guerriero Desiante era dura, e l'atmosfera si stava facendo incandescente. Baphomet, sempre più sconsolato, continuava a ripetere a bassa voce: "Io li odio i bambini e le città fantasy!", ma si guardava intorno con attenzione, come se fosse pronto a scattare appena ce ne fosse stato bisogno.
Il silenzio carico d'attesa sottolineò le parole di Stefano, che quasi divertito si rivolse a Morgana, e le disse: “Beh, mi pare il Desiderio di Manuel sia ormonalmente giustificabile, in un giovane uomo. Morgana, tocca a te decidere!”
Anche Falasifa sembrava quasi divertito dalla situazione in cui si trovavano. Spostò lo sguardo da Morgana a La Spada, poi a Manuel, poi di nuovo a Morgana, sorridendo beffardo. “Sorellina, devo dedurre che paghi tu per tutti? O ‘questo’” Fece un gesto vago “Non è compreso nel prezzo?” Quindi si avvicinò a La Spada e gli mormorò a denti stretti: “Calma, gigante, calma... la ragazza sa quel che fa... e sa badare a se stessa.”
In effetti, La Spada sembrava sul punto di esplodere, e le battute di Stefano e Falasifa di certo non l'aiutavano a mantenere la calma. Probabilmente era solo questione di secondi prima che con un colpo di spadone spezzasse in due il corpo e la vita di Manuel. Alfredo se ne accorse, gli si avvicinò e con aria sicura gli disse, a bassa voce: “La conosco da anni: se ci va a letto, io sono un rospo, e poi anche se abbiamo mangiato e tutto il resto, non ci ha ancora portati dall'Amico e quindi non ha diritto al suo pagamento.”
Il guerriero lo guardò dubbioso, come se dovesse valutare non solo le parole di Alfredo, ma anche se gli era amico e lo stava consigliando per il meglio, o se piuttosto stesse cercando di ingannarlo, di fargli accettare ciò che non voleva, che non avrebbe potuto mai accettare.
Passarono i secondi, e alla fine La Spada emise un sospiro, rilasciò i muscoli delle spalle, e fece un passo indietro, forse convinto più dall'espressione di Morgana (che stava guardando Manuel senza amicizia) che dalle parole di Alfredo. Ma continuava ad osservare il ragazzino, come se, in fondo, stesse ancora considerando l'idea di farlo fuori e risolvere tutto in un istante, senza ulteriori conseguenze.
Intanto Falasifa si era rivolto a Manuel: “Comunque, Amico mio, non ho ancora avuto modo di ringraziarti per questo simpatico tour in questa metà di Bsorgu. Vivace, colorata, sentimentale... da quel che vedo, molto migliore dell'altra metà, governata da quell'altro tizio, come si chiama...?” Era evidente che il Filosofo stesse cercando di far parlare Manuel, forse per smorzare la tensione, ma il ragazzino lo guardava senza mostrare alcun interesse, e disse:
“Stai parlando dell'Assassino, vero? Che te ne frega di lui? Nessuno di quella parte viene mai qui. Beh, almeno fino ad oggi..... “ E guardò eloquentemente La Spada "E poi adesso abbiamo qualcos'altro da decidere, no?" E sorrise in direzione di Morgana, che non ricambiò il sorriso.
Fu Nella a rispondere alle parole di Manuel. Senza scomporsi minimamente, sganciò la spilla d'oro a forma di spighe che tratteneva il drappeggio del suo abito sulla spalla destra e la porse a Manuel: “Tieni, non so quanto valga, ma certo molto di più di quanto tu chiedi: consideralo un mio regalo... per il resto... beh, ragazzo... Buona fortuna, ne hai bisogno..." E lanciò un'occhiata di intesa a Morgana, come a farle capire che, se ne avesse bisogno, sarebbe bastato un suo cenno per farla intervenire... Poi, mentre con la sinistra tratteneva la veste, con la destra frugò in tasca e ne trasse una spilla esattamente identica alla prima e la riappuntò, con calma, all'abito.
Manuel guardò a metà tra l'incredulo e il dubbioso la spilla, ma dopo averle dato un morso per controllare che fosse veramente d'oro, la ripose con aria soddisfatta in tasca. Con la coda dell'occhio i visitatori notarono che anche l'uomo dentro l'androne del palazzo alla loro sinistra stava osservando con attenzione la scena, e aveva spalancato gli occhi appena Nella aveva estratto dalla tasca l'altra spilla.
Ancora sorridendo con aria soddisfatta, Manuel si rivolse a Morgana: “Beh, per la faccenda dei soldi siamo a posto, mi pare. La bella signora bionda e' stata molto generosa” Fece un piccolo inchino a Demetra. “Ora resta solo quell'altra cosa, non è vero?”
Come per rispondere alle sue parole, nella mano destra di Lord Raphael apparve una sfera luminosa. Poi l'intensità della luce diminuì, e alla fine, posato sul suo palmo, c'era un grosso cristallo sfaccettato, approssimativamente sferico, simile ad un diamante di dimensioni strepitose. La pietra sembrava emanare una luminosità spontanea. Con noncuranza, Raphael lanciò la pietra in direzione di Manuel, che l’afferrò con un gesto rapido e quasi felino.
“Sei già stato lautamente pagato da Demetra, ma mi stai simpatico, e questo è un mio piccolo regalo personale. Compratici un giocattolo.” Lord Raphael sorrise, e una delle sue lunghe unghie nere indicò la ragazzina quindicenne alla loro sinistra, che li guardava un po' stupita da quel trucco magico e un po' spaventata dall'uomo vestito di nero.
Probabilmente Manuel non aveva nemmeno sentito le parole di Lord Raphael, tutto intento com'era ad osservare la gemma e a cercare di calcolarne il valore. I suoi piccoli occhi neri riflettevano la luce della pietra. Quando alzò la testa verso di loro sorrise di nuovo: “Bene, credo in effetti che con questo tutto sia risolto. Adesso potete andare” Strizzò l'occhio. “Spero che la gita sia stata di vostro gradimento. A me dispiace solo un poco di dover rinunciare alle carezze della Signora dei miei Desideri” E sorrise. “Credo che tu conosca vari bei giochetti, no? Che ne diresti di divertirci un po' lo stesso? In fondo me lo hai promesso. E le promesse si mantengono. Io la mia parte l'ho fatta, no?”
Morgana guardò Gilgamesh, come se ancora stesse riflettendo sulle sue parole, quindi Manuel. Non sembrava tesa o infuriata dalle parole del ragazzo, ma i suoi occhi non sorridevano più.
“Vedo che per te le parole non hanno molto significato. Ricordi? Ti ho detto che prima avremmo dovuto portare a termine il Compito per cui siamo qui, ma questo non è certo una passeggiata tra i vicoli.” La sua voce era tagliente, dura come non i suoi compagni non l'avevano mai sentita. “La tua arroganza, bambino, è grande quasi quanto la tua insolenza. ED IO MI SONO GIA' STANCATA DI GIOCARE CON TE! CREDI DI ESSERE DEGNO DI TRASCORRERE UN'ORA CON ME?” Poi la sua voce tornò suadente: “Ma non dubitare avrai molto più di quanto ti aspettassi. Gilgamesh vuoi fare una cosa per me? Sarà il modo in cui potrai vendicare la sua insolenza. Vuoi fargli provare il tormento delle fiamme dell'inferno del Desiderio?”
Manuel sembrò stupito delle dure parole di Morgana, e spostò il suo sguardo su Gilgamesh, preoccupato. La mano corse velocemente al coltello, mentre con gli occhi cercò i suoi amici nascosti nell'ombra. Ma non fu abbastanza veloce.
Gilgamesh fece un passo indietro e la sua espressione solenne si deformò lentamente in una maschera di lascivia... mentre le sue mani scorrevano sul proprio corpo, e gli occhi si fissavano ardenti in quelli di Manuel. Le labbra del ragazzino si aprirono in una maschera di stupore, e poi in una di piacere sfrenato, mentre il suo corpo era scosso dai fremiti e dalle convulsioni di sensazioni mai provate e violentissime, che lo facevano cadere a terra sconquassato dall'orgasmo.
Mentre Manuel subiva gli effetti devastanti del potere di Gilgamesh, il Guerriero Desiante si rivolse ai suoi compagni dicendo:
“Adesso andiamo. L'Amico ci attende.”
Quindi si avviò verso l'Arcod-Isma-Ria senza degnare di uno sguardo il ragazzino che si contorceva e gemeva al suolo.
“Bel trucchetto…” commentò Lord Raphael. “davvero un bel trucchetto….”Attraversarono la città in pochi minuti, e nessuno li molestò, anche se in molti li seguirono con lo sguardo dopo che erano passati. Quando giunsero all'Arco, Falasifa chiuse gli occhi e si bloccò, pronunciando sottovoce queste parole: “Si', è giusto. Credo che sarà un bene, per te, raggiungermi qui. Forse potrai aiutarci a capire questo strano mondo, e forse anche tu apprenderai qualcosa. Vieni, amico mio, io ti chiamo a me.” Quindi protese il braccio destro davanti a sé, nel cono d'ombra gettato da un palazzo al loro fianco, con un movimento sicuro strinse il pugno e quando lo ritirò la sua mano poggiava sulla spalla di un uomo!
Era un uomo vecchio dal viso a punta con i lineamenti duri, contornato da una liscia capigliatura argentea che ricadeva morbida sulle spalle. Lo sguardo era profondo e cupo, quasi freddo, ma comunque benevolo. I movimenti rapidi e sicuri ricordavano la forza posseduta in giovinezza. Gli abiti, scuri ed eleganti, conferivano fierezza alla sua figura. Falasifa lo guardò sorridente, quindi si rivolse ai suoi compagni: “Amici miei, questi è Teeteto di Ragione.”Dopo aver scambiato qualche rapida parola di benvenuto, gli otto Empathici e La Spada si incamminarono verso il portone alla loro destra, quello che, secondo Lord Raphael, avrebbe dovuto condurre dall'Amico.
All'ingresso non c’erano guardie, né servitori, e l'atmosfera era ben diversa da quella del palazzo del Difensore. Attraverso le grandi finestre, i lucernari, gli abbaini, entrava quasi prepotentemente la luce del Sole, che si rifletteva sui pavimenti e sulle pareti, costringendo i visitatori per un attimo ad attendere che i loro occhi si abituassero.
Quando ricominciarono a vedere con chiarezza, davanti a loro c'era l'esile sagoma del Muto. “Bentrovati, amici miei! E' stato piacevole il giretto in città? Di certo per il piccolo Manuel lo è stato! Ma forse neanche tanto, non è vero? Se posso darvi un consiglio, prima di andare a parlare con l'Amico sarebbe forse il caso che decideste una linea d'azione comune, non credete? Altrimenti il mio gentile Signore potrebbe spezzarsi in due cercando di assecondare tutti! Io me ne starò qui, silenzioso come un morto, ad ascoltare le vostre illuminanti parole.” Tacque un attimo, poi, mentre con un passo indietro si appoggiava alla parete, aggiunse: “Ah, nel caso vi chiedeste cosa ci faccio qui, diciamo che sono l'infedele servitore di due padroni! E due padroni, lasciatemelo dire, sono un po' troppi anche per me!”
Stefano parlò per primo, e propose, per quando si sarebbero trovati al cospetto dell'Amico, di non mostrare antipatia verso il Difensore, e anzi di non farne nemmeno il nome, se possibile.
Falasifa invece si concentrava su altri pensieri. Dopo essere rimasto in silenzio per alcuni minuti, si voltò di scatto verso di loro, la testa leggermente inclinata, e disse: “C'è un particolare che non mi torna, e mi ronzava in testa da un po'. Si è parlato di TRE pezzi dell'animo del nostro Fratello Nomos. Ma solo due sono evidenti. Dov'è il terzo? Forse è proprio vero che le cose non sono mai come sembrano..."
“Le domande retoriche non si addicono alla tua fama, Principe dei Filosofi.” Gli rispose Lord Raphael “La risposta è cosi' ovvia che se questo fosse un film il soggettista sarebbe accusato di eccessiva prevedibilità.” E mentre pronunciava queste parole si scolava una birra. Una Corona con una fettina di limone, perché con tutto questo Sole non gli era passata la voglia di birre doppio malto. “Quello che invece dobbiamo seriamente chiederci è come fare a rimetterli insieme, i tre pezzi. Avete qualche idea, fratellini? E tu, Arlecchino?"
Falasifa non pareva convinto: “Non dare risposte retoriche a domande che retoriche non sono, Domatore di Ombre... come facciamo a mettere insieme i tre pezzi, se non sappiamo dove sono? ...O forse tu vedi cose che noi non possiamo vedere? E in questo caso, dicci, dove sta il terzo pezzo dell'animo di Nomos? E come possiamo rimetterlo nel puzzle? O forse i pezzi sono solo due? O forse tutta la nostra teoria è sbagliata...?" Falasifa si fece più vicino al gruppo e mormorò: “Come vogliamo comportarci con l'Amico? Io direi: cerchiamo di far sì che ci creda parteggianti per lui; usiamo le sue stesse armi, quella del sentimento e dell'istinto. Facciamolo parlare. Specie della divisione di Bsorgu. Magari ci chiederà di liberarlo dal Difensore; e allora sarà un'ottima occasione per mettere faccia a faccia i due governanti di questa città.” Poi girò lievemente il capo verso Raffaele. “A meno che, ovviamente, i governanti non siano ‘tre’...”
A rispondere ai dubbi di Falasifa fu il Muto, che guardava prima l'uomo avvolto nella tunica bianca poi Lord Raphael con un'aria tra il divertito e il deluso: “Tsk! Tsk! Lord Raphael non solo non vede cose che voi non potete vedere, ma non si accorge nemmeno di quello che ha sotto il naso! Infatti, amici miei, per essere proprio precisi, i pezzi sarebbero QUATTRO. Semplicemente, il quarto vi state ostinatamente rifiutando di cercarlo! Beh, amico mio, come soggettista saresti buono al massimo per la pubblicità dei pannolini! E poi, sei così sicuro che i pezzi debbano essere riuniti? Sarebbe trooooppo facile, non credi? Facciamo così, io mi dimentico le ultime puttanate che hai detto, e tu mi prometti che ti impegni di più. Affare fatto?” Come sempre, le parole dello strano individuo non le avevano udite con le orecchie, perché esse echeggiavano direttamente nel loro pensiero, adesso con la voce di Nella, adesso con quella di Falasifa, adesso con quella di Alfredo. Il motivo di questa "scelta" non era loro noto, ma sembrava proprio che il Muto tendesse a rispondere con la voce di colui che gli si rivolgeva.
Lord Raphael si mosse lentamente verso il Muto. “Immagino che la prossima volta che aprirai bocca, le parti saranno CINQUE! Che ci fossero TRE parti lo hai detto TU, ricordi? Bell'affare ho fatto a fidarmi di te! Come al solito, dovevo fidarmi solo di me stesso, e non scartare il quarto.”
“Oh bella!” aggiunse allora il Muto “Volevi tutto e subito? Quando dicevate che le parti erano due, io vi ho detto che erano tre, e quando l'avete compreso, vi ho rivelato che erano quattro! Ma adesso stai pure tranquillo: sono davvero quattro! Però.... la quarta parte (o la terza?) non credo proprio sia sotto il vostro dominio! Quindi vi conviene lasciarla perdere.... Beh, come al solito ho detto troppo!” Ma Lord Raphael ignorò le sue parole e gli tese una birra. Il Muto accettò la birra di Raffaele, ma la mise in tasca dicendo: “Per quando brinderemo alla fine di tutta questa storia! Ammesso che una fine ce l'abbia!”
Demetra aveva ascoltato le parole dell'uomo con attenzione, e adesso gli si rivolse direttamente: “Tu non parli, anche se le tue parole risuonano chiare nelle nostre menti. Ma.... Perché tu non puoi parlare? Quale maledizione ti ha privato dell'uso della lingua? O è solo un tuo vezzo, questo?"
E il Muto rispose: “Beh, mia signora, quanti misteri si celano dietro questa domanda! E soprattutto dietro la sua risposta! Se sia una maledizione non lo so, perché ormai mi ci sono abituato, e non é poi male: fa un certo effetto, no? C'è però una spiegazione, anche se non spetta a me rivelarla, ma a voi cercarla, e magari scoprirla. Per ora posso dirvi solo questo: chiedete a Ruysch, quello del figlio del conte Monaldo. Forse lì troverete non la risposta, ma una possibile risposta.” Detto questo, il Muto tornò in silenzio, ma dopo pochi minuti in cui nessuno dava voce ai propri pensieri riprese: “Bene, mi pare che sia il momento di andare. Evidentemente non siete ancora in grado di sciogliere l'enigma. Specialmente Lord Raphael!”
Il Muto li precedette lungo i corridoi del palazzo. Non incontrarono nessuno, ma dalle porte chiuse che oltrepassavano sentivano provenire rumori di attività umane, a volte musiche e canti, a volte discussioni, a volte gemiti e ansimi di piacere. Dopo un paio di minuti il Muto si fermò davanti ad un portone chiuso, con un inchino lo aprì e si fece di lato: “Amico mio, ecco i tuoi ospiti."
Mentre entravano, i visitatori sentirono sussurrare lievemente il Muto nei loro pensieri: “E stavolta, magari, cercate di ottenere qualcosa da questo colloquio!” Quando vicino a lui sfilò Lord Raphael, il Muto cominciò a ridere: “TRE parti! Ah! Ah! Ah! Poveri noi! Questo proprio non ci ha capito nulla! Ah! Ah! Ah!” Per tutta risposta Raffaele lo gratificò di un’occhiata gelida.La stanza davanti a loro era un grande salone illuminato da ampie finestre, decorato con arazzi, statue e tappeti, e ospitava circa dieci persone.
Sdraiato su un triclino a circa dieci metri davanti a loroi c'era un uomo sui quarant'anni, con capelli castani lisci e lunghi, e un corto e affilato pizzetto che gli sottolineava le labbra rosse e carnose. Era vestito di una corta camicia porpora e stretti pantaloni neri, e il suo fisico sembrava non aver niente da invidiare a quello di Gilgamesh, asciutto e muscoloso. Ma il particolare della sua fisionomia che si notava di più erano gli occhi castani, profondi e magnetici, che scrutavano i nuovi arrivati uno per uno. L'uomo aveva in mano una coppa di vino dalla quale beveva con evidente piacere.
Le altre persone che si trovavano nella stanza erano probabilmente la più variegata rappresentazione dell'umanità che fosse loro capitato di vedere raccolta in un'unica stanza: una giovane dagli occhi scuri discintamente vestita che li guardava con aria a metà tra il malizioso e l'affascinato, un ragazzo che si divertiva a far roteare in aria lunghi coltelli luccicanti mentre sorrideva, un bambino vestito di una lunga tunica nera colma di simboli strani che sorridendo metteva in mostra denti affilati con la lima, un bell'uomo sui trent'anni che fece schioccare la lingua in direzione di Gilgamesh e gli strizzò l'occhio, una piccola donnina dal sorriso sincero che sedeva alle spalle dell'Amico e lo guardava come se volesse proteggerlo da qualcosa, un vecchio piegato in due dall'età che parlava fittamente e in silenzio con un ragazzo che in mano teneva una piccola ma complicatissima armilla.Al loro ingresso l'Amico alzò una mano per chiedere silenzio, e tutti si fermarono e tacquero. Quindi, sorridendo, l'uomo si rivolse ai suoi ospiti:
“Benvenuti nella mia umile dimora, amici miei. Ho sentito tanto parlare di voi, in queste ore, e vedo che vi portate dietro uno dei figli del mio amico l'Assassino." E sorrise in direzione di La Spada, che però non ricambiò il sorriso "Bene, voglio essere chiaro e diretto con voi, amici. Poco prima del vostro arrivo mi è giunto un messaggio da parte dell'Assassino, che mi avvertiva della vostra presenza in città, e del dolore che gli avete causato. Mi ha anche rivelato il vero scopo della vostra venuta: conquistare Bsorgu e asservirla alle vostre smanie di potenza. Il messaggero dell'Assassino mi ha anche proposto un patto di convivenza e rinnovata amicizia, e io ne sono stato colpito, perché credo sappiate qual é il mio desiderio per questa città spezzata in due, e adesso mi si presenta forse la possibilità di mettere fine a tutto questa inutile sofferenza. Quindi, amici miei, dopo una lunga consultazione, i miei amici e consiglieri, qui, hanno deciso che dovete morire, e io non ho potuto che accettare il loro verdetto. Vi giuro che sarà una cosa indolore. Non potrei sopportare di vedervi soffrire. Ma non vorrei aver preso una decisione affrettata, quindi vi concedo volentieri (i mie amici non lo volevano nemmeno) un po' di tempo per spiegarvi, per convincermi, anzi, per convincere i miei amici, che non dovete morire, per spiegarmi cosa siete venuti a fare qui, per spingermi a rifiutare questa tanto desiderata tregua con l'Assassino. Vi assicuro che condannarvi a morte non mi da' alcuna gioia, amici miei, e che anzi la cosa mi rattrista e angoscia, davvero, ma come posso rifiutare questo favore ai miei amici?" E con la mano destra mostrò una piccola clessidra d'oro, che cominciò a scandire il tempo, mentre il bambino nella tunica nera vi guardò e cominciò a ridere quasi sguaiatamente.Nel silenzio rotto soltanto dalle risate del bambino, Teeteto si rivolse ai suoi nuovi compagni e chiese sottovoce: “Fratelli ma dove mi avete portato e chi è ‘sto pazzo?” A rispondergli, quasi stupito, fu Baphomet: “Portato? Pensavo fossi venuto tu! Mah, è una storiaccia... Ah, comunque, piacere, Baphomet, ma puoi chiamarmi Baph, o Andrea, non sono un tipo formale.” Quindi, verso gli altri sussurrò: “Ragazzi, signore, decidiamo in FRETTA una linea comune, senza perdere tempo e senza fare confusione.” Poi si rivolse verso l’uomo sul triclino “Per quel che mi riguarda... personalmente, Amico, fossi in te non crederei così alla cieca alle parole del Difensore. Non siamo qui per conquistare o altro. Siamo venuti perché un nostro amico, Solone il Giudice, aveva bisogno di aiuto e a quanto pare il segreto per il suo benessere è in questo luogo. Sempre personalmente, Amico, fossi certo del fatto che rimettere d'accordo te e il tuo vicino di casa sia il modo per aiutare il mio amico, non avrei particolari problemi a morire.” Poi rivolto agli altri astanti, specialmente al moccioso che rideva -Dio! come odiava i bambini e i mondi fantasy- "E voi? Sareste pronti a morire per salvare un Amico? Sareste pronti a togliere la vita a chi viene in pace per aiutare qualcuno?”
L'Amico guardò il vostro compagno con attenzione, ma tacque. A rispondere fu invece l'uomo con i coltelli, e mentre parlava ricominciò a farli roteare, a gettarli in aria e a prenderli, e a volte sembrava che un coltello scomparisse nel nulla solo per riapparire in mano all'uomo. Mentre parlava sorrideva, un sorriso ampio ma non amichevole. Semmai, divertito:
“Per l'Amico, chiunque di noi sarebbe disposto a morire. O ad ammazzare” e sorrise di nuovo “E sì, il modo migliore per risolvere la questione tra l'Amico e il Difensore è togliere di mezzo voi, cari i miei turisti della domenica” Altro sorriso ”Quindi adesso credo che non si possa fare a meno di far scorrere un bel po' di sangue... Da chi cominciamo?” sorrise ancora, e concluse la frase lanciando verso Andrea uno dei coltelli, che passò forse ad un millimetro dal suo orecchio sinistro. Non c'era alcun dubbio: l’aveva mancato di proposito “In fondo, il tempo fugge!” Sorrise, indicando la clessidra.
Prima ancora che l'eco delle sue parole si fosse smorzato, Nella, che aveva ripreso il suo aspetto di quando aveva affrontato il Difensore, mosse due passi verso la clessidra, per alcuni istanti osservò la sabbia che scorreva nel piccolo oggetto, inesorabile, quindi, con un gesto rapido, prese la clessidra dalle mani dell'Amico e la buttò a terra con vigore: i due globi di vetro si ruppero e la sabbia si sparse sul pavimento. “Bene, ora abbiamo tempo, Amico. E possiamo parlare con calma. Non si può e non si deve porre limite al tempo che si passa con gli amici, non lo sai? E noi siamo TUOI amici. Non so perché colui che tu chiami Assassino ti abbia raccontato queste assurdità... se non perché vuole che sia tu a macchiarti del nostro sangue... Dopo sarà più facile per lui annientarti. Ciò che lui ti ha detto non è vero: ma tu questo lo sai già... e non devo essere io a ricordartelo.” Nella lo guardò negli occhi e poi continuò. “Perché lo chiami Assassino? Non ha un nome? O in questo mondo avete tutti paura dei nomi? E tu... qual è il TUO nome?” Le parole di Nella sembrarono rimbombare nella stanza, e per un attimo sembrò che l'Amico stesse per rispondere, quasi trascinato dall'autorità che emanava dalla voce della donna, ma alla fine a parlare fu la piccola donnina che stava dietro l'Amico. Si alzò dalla sedia e con pochi passi avanti si andò a mettere tra l'Amico e Nella. Adesso il suo sorriso era scomparso, ma in fondo agli occhi c'era come una scintilla, a metà tra il divertito e l'infuriato:
"Bellona, ti stai allargando un po' troppo, e la cosa può essere pericolosa, specialmente per la tua linea, che non mi pare proprio perfetta.” E fece un sorrisetto “Tanto per cominciare, qui nessuno ammazza l'Amico, almeno finchè ci sono io, e io non me ne vado. Poi, cara la mia frantuma-clessidre, credete davvero che ci sia bisogno che VOI ci spiegate quali sono gli scopi dell'Assassino? Ma il fatto che lui sia nostro nemico non vuol dire che non abbia detto la verità ti pare? Troppo facile venire qui a fare: Siamo tutti amici, vogliamoci bene!. Pretendete che vi sia dia retta per... amicizia?” E sorrise “Quanto poi ai nomi, l'Amico e l'Assassino hanno un nome, ma è segreto, perché chi lo conosce ha su di loro grande potere, e....” Si bloccò con un'espressione colpevole sul volto “Accidenti! parlo sempre troppo! sono proprio una casinista!” E per un attimo sembrò davvero dispiaciuta, ma sorrideva di sottecchi, e strizzava l'occhio “Comunque, dovete ancora dimostrarci che non dovremmo ammazzarvi.” Concluse con un ultimo sorriso.
Stefano, e si rivolse direttamente all'Amico: “Per quanto tu possa essere confuso, Nomos, non dovresti avere problemi a riconoscermi. E se sai chi sono, come puoi credermi un nemico?”
L'Amico guardò il giovane scienziato come se davvero stesse cercando di ricordarsi di lui, di riconoscerlo, ma dopo alcuni secondi assunse un'espressione di profonda tristezza, e si girò all'indietro, come se chiedesse l'aiuto di uno dei suoi "consiglieri". E infatti il ragazzo con l'armilla fece un passo avanti e rispose così alle parole di Stefano:
“Il reale non può essere irreale, e questa è la sua forza. Conoscenze incompatibili devono essere ridotte a sistema e verità inconfutabile, secondo uno schema matematico inevitabile e assoluto. Le tue parole sono in contrasto con l'esperienza materiale e la filosofia immateriale del mondo, perché nessuno qui si ricorda di voi, quindi sono false. Ergo, voi non siete amici, ma nemici. Questo è anche matematicamente dimostrabile.” Mentre parlava, il ragazzo muoveva abilmente nelle mani l'armilla, facendone ruotare i complicati meccanismi, e la guardava come se da lì, e non da lui, nascessero le sue parole. Poi il ragazzo tornò al suo posto, come se, compiuto il suo dovere, non avesse altro da dire, e di nuovo nella stanza calò il silenzio.
Ma fu subito infranto dalle parole di Gilgamesh, che si portò davanti ai suoi compagni, e mentre parlava indicava con il dito, uno di seguito all'altro, tutti i presenti.
“Io sono Gilgamesh, il Guerriero Desiante, e Vi porto il peso e il sollievo dei Desideri che vi rendono reali nell'unica realtà possibile di questo Dominio, perché sono l'incarnazione del Desiderio che guarda a se stesso, eppure è figlio di un Desiderio più grande.” Indicò per primo l’uomo che aveva schioccato la lingua:
"Tu, che mi guardi con lascivia, e con altrettanta lascivia Desideri le mie Sorelle Demetra e Morgana, che qui mi accompagnano, sappi che il Desiderio Carnale procura passione e piacere, ma ancora di più ne porta quando esso non viene appagato. Attento al baratro che si apre ai tuoi piedi."
L'uomo indicato da Gilgamesh non sembrò affatto colpito dalle parole del Guerriero, e anzi gli sorrise di nuovo, mentre si passava la lingua sulla labbra.
"Tu, bambino in nero figlio dell'orrore, che hai dei Desideri solo i più Oscuri: vedo nel Tuo Desiderio la mia morte e quella di coloro che mi accompagnano, fra mille orribili tormenti, vedo dalle orecchie dei miei Fratelli colare sangue come orride scie di vermi, e le nostre menti squarciate dal terrore, ebbene a Te dico: non e' in potere di alcuno qui presente uccidere Gilgamesh e i suoi compagni, né danneggiarlo in alcuna maniera che non sia scacciarlo da qui, causando per sempre la condanna di questo Dominio, perché come Salvatori siamo giunti, non come vittime." Il bambino guardò Gilgamesh con furia a malapena repressa, come se davvero stesse meditando di aggredirlo per strappargli gli occhi e la lingua, ma poi sorrise, e i suoi denti affilati lo fecero sembrare più un demone strappato a qualche incubo che un bambino di carne ed ossa.
"Tu Vecchio, che Desideri da noi Saggezza, sappi che la proposta del Difensore è vuota come le parole vuote e tale rimarrà se l'Amico e il Difensore non si incontreranno, davanti alla statua di Piazza Saturno e con la forza della Psiche e del Desiderio non si riconcilieranno." Iil vecchio ascoltò con attenzione, ma non commentò.
"Tu ragazzo, dietro la tua armilla si agita un Desiderio di Conoscenza. Ebbene, noi siamo gli Spiriti Antichi, accompagnati dagli Uomini dalle cui passioni traiamo forza, gli Uomini da cui trae essere l'essenza stessa di questo Dominio. Nel tuo schema delle cose chi siamo dunque? Siamo coloro che vengono da fuori, inviati da potenze oltre la tua immaginazione e invitati dall'interno dal Creatore di questo luogo che ora ha bisogno del nostro aiuto."
Il ragazzo cominciò a muovere rapidamente le dita attorno all'armilla, come se cercasse di calcolare o valutare qualcosa.
"Tu, giovane donna dagli occhi scuri, il tuo Desiderio è il più forte di quelli qui presenti perché quasi puro Desiderio sei, e sei innocente nella tua gaudente ed inebriante passione. Mi ricordi ciò che un tempo ero, ma che molti secoli di vicissitudini hanno ormai cambiato per sempre. Vivi la tua innocenza, di festa in festa.. finché l'innocenza stessa ti scivolerà di dosso come una veste consunta perché nulla resta mai uguale a se stesso." La ragazza guardava Gilgamesh, e sorrideva. Poi, sentito l'avvertimento nelle parole del Primo di Desiderio, si fece seria, quasi triste. Ma fu solo un istante, e presto tornò a sorridere, specialmente in direzione di Gilgamesh.
"Tu Uomo dei coltelli, come è tenue il tuo Desiderio... Sangue, solo sangue... Sei circondato di Desideri eppure solo uno domina il tuo pensiero..." L'uomo sorrise verso Gilgamesh, e i suoi occhi ebbero un lampo rosso di fuoco, visibile a tutti.
"Tu, piccola donna, ogni tuo Desiderio è volto alla protezione del tuo Signore, e io ti dico con il cuore aperto: non aver paura, non siamo qui per nuocergli." La donnina fece un piccolo inchino verso il Guerriero, ma il suo sguardo restò fermo su di loro, sorridente ma forse non amichevole.
"Tu donna dai capelli di fuoco e dal ghiaccio nel cuore, come è debole il Desiderio in te e come potrebbe riscaldare le tue membra se si accendesse!" La ragazza sembrò non udire nemmeno le parole del Guardiano del Sacro Volto.
“E ora a Te mi rivolgo, a Te che sei chiamato L'Amico. Possente invero è il tuo Desiderio, ma qualcosa lo strania, qualcosa lo sopisce, qualcosa gli impedisce di manifestarsi. Guarda dentro di te, e ritorna il Signore che è scritto tu sia."L'Amico guardò Gilgamesh con espressione stupita e confusa, come se non riuscisse a comprendere le sue parole. Quindi si girò verso l'uomo sui trent'anni che continuava a guardare il Guerriero Desiante, e questi parlò:
“Amico, perché te la prendi tanto? Non senti l'ebbrezza del Desiderio che ci prende e ci trascina? Non vuoi giacere con me e conoscere le vertigini del piacere? Venite tutti! Perché parlare quando possiamo godere? Qui vincono i Desideri, i Desideri liberi, irrefrenabili, caotici e bellissimi! Sangue e piacere, cupidigia e odio, fame, ebbrezza, morte! Si'! Io Desidero tutti voi! Questo è il più bel regno possibile! Venite! Abbracciamoci! Vieni Tu, Signore dei miei Desideri, e insieme raggiungiamo la vetta del piacere!” Mentre parlava i suoi occhi si accesero di eccitazione, e con le mani cominciò a sfiorarsi, e i suoi occhi cercavano quelli di tutti loro, uno dopo l'altro, ma si fermano più spesso e con maggiore forza su quelli di Gilgamesh.
Prima però che chiunque di loro potesse replicare, Lord Raphael iniziò a ridere sguaiatamente, troppo forte perché chiunque nella stanza potesse ignorarlo. Rise tanto che gli vennero le lacrime agli occhi. E mentre rideva avanzava di alcuni passi, mettendosi tra tutti loro e l'Amico. Soffocando a fatica le risate, interrompendosi a metà per un altro scroscio di risa, disse, rivolto all'uomo sul triclino:
“Noi... Ah ah ah! Noi venuti per conquistare questa città? Beh... AH AH AH AH AH AH AH AH!! Ti hanno informato fottutamente bene, vecchio! In effetti... AGH AGH AH AH AH AH!! In effetti io ho tutte le intenzioni di spaccare il culo a tutti i governanti di questo buco di città (AHAHAHAHA!!), che siano due, quattro o centoventi! E poi... AHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAHA AGHAGHAGH!! e poi raderò tutto al suolo, completamente, e non resterà neppure la cenere!! AH AH AH AH AH AH!! Stuprerò le donne una per una e massacrerò i bambini sotto gli occhi delle loro madri! Trasformerò Bsorgu in un enorme banchetto per avvoltoi! E di tutto quello che resterà farò una pira gigantesca!! CENERE ALLA CENERE!! AH AH AHAHAHAHA AHA HAHAHAH!! E tu pensi di potermi fermare DA SOLO? AhahaHAHahAHahaHAhaah... Ma se io..." Smise improvvisamente di ridere. Si bloccò, diritto come se fosse sull'attenti. I suoi occhi rifulsero ROSSI, attorno al suo corpo divamparono fiamme. La luce nella stanza calò fino quasi a scomparire nell'ombra, anche se lo spettro nero del Sole alto in cielo non ne venne del tutto nascosto. "IO SONO LORD RAPHAEL VON MATSCH, IL SIGNORE DEGLI OTTO INFERNI, SUPREMO DOMATORE DI OMBRE!! Da solo, ho distrutto più regni di quante sono le pulci di un cane randagio. E con lo stesso sforzo con cui si calpestano le formiche. Io esisto esclusivamente per spargere morte e distruzione. E tu dici di volermi CONDANNARE A MORTE? Ti offrono aiuto contro di me e RIFIUTI? Credi di potermi fermare DA SOLO?" Nella mano destra di Lord Raphael si formò una luce azzurra. Improvvisamente FULMINI si scatenarono nella stanza, in ogni direzione. "Se vuoi uccidermi, sei il benvenuto. AVANTI, PROVACI. Tu e l'altro, affrontatemi insieme, portate con voi tutte le vostre truppe, tutte le vostre armi, tutti i guerrieri, tutti i cittadini. Venite a me, ed io vi massacrerò fino all'ultimo uomo. Cosa aspetti? Dovresti sbrigarti ad uccidermi, perché per ogni MINUTO che trascorrerà ci sarà almeno un morto!" E improvvisamente si scatenò nella stanza una musica indiavolata, e Lord Raphael recitò:“ERST WENN DIE WOLKEN SCHLAFEN GEHEN
KANN MAN UNS AM HIMMEL SEHEN
WIR HABEN ANGST UND SIN ALLEIN
GOTT WEISS ICH WILL KEIN ENGEL SEINSorgi dalle tenebre fiammeggianti!
Sorgi dall'Abisso dell'Odio!
Sorgi dal Delirio del Caos!RAMMSTEIN!
La Furia Cieca della Bestia Infernale!”
...E la luce ritornò nella stanza, ma sotto forma di getti di fuoco, mentre il pavimento si sgretolava sotto i piedi, e ogni cosa tremò come durante un terremoto. E dal basso si udì un boato immane che risuonò come il ruggito di una creatura titanica ed aberrante!
E Lord Raphael continuò a ridere con occhi pieni di fiamme...
L'Amico e i suoi "consiglieri" restarono immobili, colpiti forse dal terrore, forse dall'aura di carisma che si avvertiva nella voce di Lord Raphael. Si guardarono intorno come per cercare dove trovare riparo, mentre sotto i loro piedi il pavimento cominciava a sfaldarsi. Soltanto uno, il bambino vestito di nero, restò immobile, gli occhi accesi come vampe violacee che stillavano sangue e fissi su Lord Raphael, e mentre alzava le mani chiuse a pugno sopra la testa e il suo mantello cominciava a muoversi come un vortice d'oscurità, una sola parola sfuggì alle sue labbra: "Pezzente."
Ma intanto il potere evocato da Lord Raphael continuava a far gemere il Palazzo dell'Amico. Il pavimento si deformava come se qualcosa premesse da sotto, e poi si spaccò a metà: un’enorme massa nera emerse dalle macerie, un gigantesco tentacolo viscido e scaglioso, irto di aculei, che colava un denso liquido nerastro. Al primo ne seguì un altro, e poi altri ancora. Emersero dai resti del pavimento agitandosi tutto attorno, estendendosi timidamente nelle varie direzioni, come se sondassero il terreno, toccassero e palpassero, preparando la venuta di QUALCOS'ALTRO. Quando le gocce che cadevano dai tentacoli venivano in contatto con qualcosa, immediatamente si sviluppava una nube di vapori ribollenti: quella specie di muco CORRODEVA tutto ciò che toccava.
Questo fu il destino che toccò ad un paio di coltelli, lanciati dal loro padrone contro uno dei tentacoli. Ma l'uomo continuava a sorridere, mentre estraeva altri due coltelli, stavolta pesanti e a lama ricurva.
L'Amico, intanto, si era alzato e si era portato in un angolo della stanza. Aveva sul volto disegnati sofferenza e paura. Davanti a lui c'era la piccola donna, ma adesso non sorrideva più. Anzi, la sua figura sembrava lentamente alzarsi, farsi più grande, più possente, mentre i suoi occhi si posavano sulla sagoma di Raffaele.
Nella stanza torturata dal potere di Lord Raphael, tutti si mossero velocemente per sfuggire ai tentacoli, che in effetti sembravano troppo lenti per poter effettivamente colpire o stritolare qualcuno. Tra tutti l'uomo che ammiccava a Gilgamesh danzava quasi con grazia tra un tentacolo e l'altro, come se stesse facendo l'amore con loro. E quando, a volte, si muoveva lentamente e un tentacolo lo sfiorava, e la sua pelle bruciava, l'uomo gemeva di piacere e continuava a ballare con ancora più trasporto.
Soltanto uno dei presenti non ce la fece a muoversi con sufficiente velocità: la ragazza con i capelli rossi. I suoi occhi erano spalancati dall'orrore, mentre cercava disperatamente di trovare un punto dove poggiare i piedi, un angolo dove nascondersi, dove i tentacoli non potessero trovarla. Ma era già stata colpita ad una spalla, e la sua carne candida era adesso corrosa e bruciata, e il sangue le colava lungo il braccio. L'Amico tentò di correre in soccorso della sua compagna, ma la piccola donna che lo proteggeva (e che ora era alta più di lui) lo bloccò con un movimento imperioso. Questo decretò la fine della ragazza: l'indecisione, un passo meno rapido, e un tentacolo si mosse verso di lei come se l'avesse annusata, la strinse, si avvertirono l'odore delle carni che si squagliavano, le urla della ragazza, poi un rumore soffocato, opaco, e il corpo di lei che cadeva a terra scomposto, le ossa frantumate e contorte, la pancia esplosa e la testa schiacciata come un uovo.
Intanto i tentacoli continuavano ad emergere, ad aumentare. Infine se ne contavano VENTIDUE. Abbattevano colonne, sfondavano muri, si SOLLEVAVANO sempre più. Raggiunsero il soffitto e lo sfondarono, facendo piovere pietre e calcinacci. Ora sembrava che i tentacoli si fossero fissati al piano superiore. Pulsavano come muscoli sottoposti ad un intero sforzo, e di tanto in tanto sulla loro superficie ESPLODEVA qualcosa che spruzzava un getto di quel muco corrosivo. Sembrava che i tentacoli stessero sforzandosi di TIRARE VERSO L'ALTO UNA MASSA ENORME. Il pavimento devastato ormai si spalancava su una profondissima ed oscura voragine.
Ben presto dalla voragine emerse una massa informe, il ceppo a cui erano attaccati i tentacoli. Gli Empathici la osservarono con orrore mentre continuava ad innalzarsi sempre più gigantesca, sorgendo progressivamente dal baratro. I tentacoli erano fissati ad una sorta di cilindro, circondato da una corona di orifizi simili alla bocca di una tenia, ciascuno un diaframma circolare di zanne che si aprivano e si chiudevano ritmicamente, vomitando nera bava corrosiva mista a qualcosa di pallido che sembra pus.
La superficie cutanea della "cosa" era un mosaico insensato di pelle coriacea, squame, membrane semitrasparenti, frammenti di carapace chitinoso, piastre metalliche, peduncoli in perenne agitazione, sudici peli, grossi ingranaggi di ottone, supporti in plastica ricoperti di microchip. E poi, ogni genere di orifizi, vivi e pulsanti, colanti bava, muco, pus e ogni immondizia. Alcuni di essi avevano un sanguigno colore rosso che risaltava ancora più orribile del nero viscido degli altri. Quell'orrida massa di carne ormai torreggiava su di loro, oscurando perfino la luce del Sole che filtrava tra i ruderi del soffitto. E continuò ad emergere dalla voragine, non accennava a smettere. Ora, iniziavano ad apparire ogni genere di orride APPENDICI: c’erano zampe di insetto che si agitavano vanamente, enormi spunzoni che colavano veleno, antenne penzolanti. C’erano parodie di braccia e gambe umane che si muovevano in modo del tutto innaturale, come se avessero tutte le ossa spezzate e le articolazioni sbagliate. C’erano decine di zampe di ragno, ed enormi braccia squamose che terminavano in giganteschi artigli, con cui la creatura continuò a devastare ogni cosa attorno a lei.
Per sfuggire al pericolo, tutti i cortigiani dell’Amico si erano portati da una parte, da dove continuavano ad osservare la scena, alcuni spaventati, altri preoccupati, altri ancora infuriati. L'Amico piangeva. Solo, quasi in mezzo alla stanza, il bambino vestito di nero.
Dal suo profilo si alzavano fiamme violacee che ustionavano e carbonizzavano tutto ciò che le sfioravano. Più di un tentacolo ormai era caduto a terra cercando di afferrarlo. Intanto, il bambino stava pronunciando le parole di strane evocazioni, e le sue mani si muovevano come per tessere una sostanza invisibile. Poi smise di parlare (o di cantare?) e la sua bocca cominciò ad allargarsi come quella di un serpente, fino a diventare quasi più grande della testa stessa, e dal profondo della gola si sentì un gemito alto e fremente, un gorgoglio come di acido o melma. Il bambino era immobile, protetto solo dalle fiamme, mentre tutt'intorno si agitava una tempesta di pseudopodi ed estroflessioni organiche senza numero. La creatura di Lord Raphael continuava ad uscire dalla voragine. Uscirono altri tentacoli, e zampe di insetto, e cose che sembrano enormi falli in erezione, e altre braccia e gambe. E ancora ogni genere di orifizi. E in mezzo a tutto questo dei VOLTI. Inquietanti maschere di volti umani, bianchi, androgini, con gli occhi spenti, i lineamenti contratti in una smorfia lasciva. La bocca di una maschera vomitò qualcosa di rosso come il sangue e pieno di grumi neri, che si riversò gorgogliando in una delle aperture sottostanti. E i due gruppi sentirono le VOCI di quelle maschere ridere e ridere e gemere in orgasmo e ancora ridere, un coro di decine, centinaia, migliaia di voci.
Poi, il cilindro che era il corpo della cosa parve allargarsi a dismisura, e apparve quello che era il suo VENTRE molle e trasparente. Spesso, in qualche punto, la sua cute si squarciava sanguinando, e ne uscivano bubboni fetidi a forma di mammelle che colavano un liquido dal colore indefinibile. Ovunque, su quel ventre, c’erano orifizi che si dilatavano e si contraevano incessantemente, ciascuno con un ritmo proprio e scordinato rispetto agli altri, e ad ogni dilatazione vomitavano, PARTORIVANO una larva oscena con un solo occhio e cento zampette rachitiche, che cadeva ancora imbozzolata in un grumo di schiuma gelatinosa, precipitando nell'abisso sottostante oppure schiantandosi sulla pietra ed esplodendo in mille schifosi brandelli di carne.
Mentre la creatura distruggeva ogni cosa, i visitatori si sentirono storditi dal suo odore fetido, indescrivibile, che faceva sorgere conati di vomito. Lord Raphael si ergeva raggiante tra le rovine, all'ombra del mostro da lui stesso evocato, con una luce di folle compiacimento negli occhi, e le labbra contratte in un sorriso estatico. Rideva, con gusto. La risata sincera di un bambino che stesse facendo un gioco bellissimo... Ma non era il solo a ridere.
Il bambino esplose in una risata esasperata e discontinua, come spezzata da fitte di dolore o da conati di piacere. Il corpo del bambino si stava infatti agitando come una sacca di liquidi in ebollizione, mentre le sue mani artigliavano l'oscurità come per cercarvi un appoggio. Per qualche istante parve che il bambino esplodesse in una tempesta di sangue e frammenti d'osso, ma quello che accadde fu ben diverso: sempre ridendo il bambino si piegò in avanti, e dalla sua gola cominciarono ad uscire migliaia e migliaia di mosche e zanzare e locuste e formiche volanti e libellule e vespe e insetti sconosciuti. Lo sciame sembrava non avere fine, e si scagliò contro l'immonda creatura evocata da Lord Raphael e i suoi figli deformi.
Lo scontro fu tremendo. I tentacoli, le fauci, gli artigli percuotevano l'aria e il loro tocco ardeva centinaia, migliaia di insetti, ma altre migliaia prendevano il loro posto, e cominciavano a mordere, a brucare, a pungere, e masticare, e la creatura cominciò a perdere terreno, le sue propaggini a venire recise, ingerite, digerite. Lo scontro durò alcuni minuti, mentre in silenzio i presenti cercavano di capire chi alla fine avrebbe avuto la meglio. E scoprirono che era un pareggio, perché alla fine sia la creature che gli insetti erano scomparsi, e nella stanza vuota restavano solo le ferite inflitte al palazzo, e pozzanghere di liquido nerastro.
Non c'era più nemmeno traccia del corpo della ragazza dai capelli rossi. E nel silenzio il bambino respirava affannosamente, mentre una scia di sangue gli colava dalle labbra. Con un gesto sprezzante si asciugò il sangue con la manica del braccio destro, e, rivolto verso Lord Raphael, disse, ansimando: “Pezzente. Vediamo cosa sai fare adesso.” E mosse le braccia verso Lord Raphael nei gesti di un'evocazione magica, mentre dalla sua bocca uscivano neri tentacoli di metallo, gonfi di uncini e lame, che si avventarono sul Mago.
I suoi compagni non furono da meno.
La piccola donna era ora una statua di metallo blu scuro alta due metri, col volto di una dea altera a terribile, ma vestita come una contadina. Aveva le mani chiuse a pugno e si dirigeva verso Demetra.
Il vecchio si alzò e, immobile, puntò lo sguardo negli occhi di Falasifa, mentre la sua volontà ferrea cercò di piegare il Principe dei Filosofi.
Il ragazzo con l'armilla la stava facendo ruotare velocemente, mentre le sue agili dita spostavano un indicatore o un'asse di raffronto. E il pavimento sotto i piedi di Stefano cominciò a piegarsi, come se lo scienziato pesasse adesso quintali, forse tonnellate, e sembrò che presto dovesse cadere giù, verso la morte.
La bella ragazza dagli occhi neri sorrise a Morgana e le mandò un bacio, mentre una strana nebbia argentea avvolgeva la Signora di Avalon, che cominciò a sparire dalla vista.
L'uomo con i coltelli si muoveva come un gatto, e in pochi balzi fu di fronte ad Andrea, e adesso i suoi coltelli erano avvolti da rosse fiamme, e quando si muovevano per colpire Baphomet lasciavano nell'aria una scia di fuoco e un odore di carne bruciata.
Infine, l'uomo lascivo si volse verso Gilgamesh, mentre le sue mani accarezzavano l'aria come se fosse il corpo di una donna, o di un uomo, e i muscoli del Guerriero Desiante cominciarono a rilasciarsi, come se stessero per cadere nel baratro di un piacere simile ad una droga.
Solo, in disparte, l'Amico stava piangendo mentre nel suo salone la battaglia infuriava.Baphomet era impegnato in duello dall'uomo con i coltelli, e quando le lame s'incontrarono tutt'intorno piovvero scintille e frammenti di fiamma. Nei momenti iniziali del combattimento Andrea sembrò in difficoltà, perché i colpi del suo avversario erano rapidi e letali, e più volte le fiamme che avvolgevano i coltelli lo sfiorarono, ma presto Baphomet cominciò a muoversi con più agilità e più efficacia, mentre la sua sagoma sembrava come disfarsi per lasciare il posto a quella di un possente Demone avvolto dalle fiamme. Mentre le lame si scontravano, Baphomet cercò di scuotere l'Amico: “Metti fine a questa follia, non è questo ciò che vuoi! Non permettere a costoro di scegliere per te! Angelo! Solone! Nomos o come ti vuoi fare chiamare, siamo noi! Siamo tuoi amici!” Ma l'unica risposta che sembrò ottenere era il pianto sommesso dell'Amico, che quasi a se stesso mormorava:
“Io... non posso fare niente.... come posso io, da solo.... i miei amici.... come posso, scegliere?.... io....” Ma poi cominciò quasi ad urlare, e nella sua voce apparve una nota forse di paura “No! Non sono io quello che cerchi! Non è il mio nome! Non lo conosco, non l'ho mai visto, non ho mai sentito il suo nome, non so chi sia né perché dovrebbe trovarsi qui, e non voglio saperlo! Non sono io! Non sono io! Non sono A....” E di nuovo si piegò in due e ricominciò a singhiozzare.
Ma Andrea non ebbe il tempo di valutare l'effetto delle sue parole, perché l'uomo con i coltelli lo incalzava, e le forze dei due contendenti sembravano ancora equivalersi, finché, con uno smagliante sorriso, il Demone per un attimo sembrò vittima dell'incertezza, e la sua guardia si aprì. Il suo avversario non si lasciò sfuggire l'occasione e con movimento armonioso e rapidissimo fece scattare entrambe le lame nel varco, dirette al cuore dell’ Empathico. Ma quella di Baphomet era stata una finta, e all'ultimo momento il Demone si spostò rapidamente a destra, mentre le lame mordevano il nulla e l'uomo con i coltelli si trovò sbilanciato in avanti, le braccia unite in quello che doveva essere il colpo del suo trionfo e che invece adesso era probabilmente la sua rovina. Infatti Baphomet, rapidamente, chiuse il braccio sinistro attorno alle braccia del suo avversario, bloccandole con forza, mentre la sua corta spada saettava verso la gola dell'uomo, per fermarsi però prima di affondare. Baphomet guardava negli occhi l'uomo, sorridendo, e gli diceva: “Amico mio, adesso che facciamo? Lasci andare i coltelli e ti metti da parte tranquillo tranquillo senza disturbare, o ti devo fare la barba?” L'uomo lo guardò per un attimo come se stesse valutando l'idea di tentare qualcosa, ma poi sorrise e lasciò cadere a terra i coltelli. Baphomet allentò la presa e lo lasciò andare, dopo avergli gettato un'occhiata più che esplicativa, nel caso avesse tentato qualche scherzetto. Ma quando si girò verso i suoi compagni, dal suo fianco sinistro scendeva del sangue. “Beh, e' piuttosto rapidino, l'amico. Ma non fa male. Cioe', non troppo...” commentò sorridendo.
Intanto, anche gli altri erano impegnati in combattimento. Falasifa era fermo immobile davanti al vecchio, e si batteva la fronte ripetutamente col palmo della mano destra, ripetendo "diplomazia, diplomazia... Teeteto, questa lezione si commenta da sé". Poi chiuse gli occhi. Per difendersi o per pensare, incurante del frastuono della battaglia che si combatteva tutt'intorno a lui. Continuò a parlare, con gli occhi serrati. “E' una contrapposizione di opposti, anzi, di eguali... una cabala... il Desiante e il lascivo; la Signora delle Messi e la dea abbigliata da contadina; la Sognatrice e la seduttrice; il Domatore di Ombre, che gioca coi suoi poteri, e il bambino; il razionalista e il calcolatore; il Demone dagli occhi di fiamma e l'uomo coi coltelli roventi... Io, e tu."
Riaprì gli occhi e li fissò a sua volta in quelli del vecchio; ora però brillavano di una consapevolezza tutta diversa. Adesso il contatto era stabilito e la battaglia tra i due uomini si spostò su un piano agli altri invisibile, dove non c’erano sangue e spade, urla o ossa che si spezzavano, ma solo l'assoluta perfezione della volontà e del pensiero. Qui la guerra era silenziosa, ma letale. Non c’erano scudi, armature, amuleti. Qui chi vinceva era Signore, e chi perdeva schiavo, la sua anima schiacciata e asservita, umiliata.
Mentre i due uomini si fissavano negli occhi, dimentichi di quel che avveniva attorno a loro, si alzò un forte vento che colpì le vesti di Falasifa; l'uomo però rimase sul posto, proteso leggermente in avanti, i pugni stretti per la concentrazione. La sua figura sembrò essere divenuta più luminosa, come se un raggio di sole lo avesse illuminato; un triangolo di luce brillava così intensamente sulla sua fronte che guardare in quella direzione era doloroso, se non impossibile. Onde di luce fredda si allargavano da questo triangolo, come cerchi sulla superficie di uno stagno; tutta la sala pulsava di questa luce, creando ombre irreali.
La sagoma del vecchio sembrò solo un'ombra tra le altre, finché anche da essa non cominciò a risplendere una pallida luce candida, che si allargava come in onde concentriche, avvolgendo e accarezzando tutto ciò che era d’intorno, creando come uno stagno splendente al centro del quale si ergeva l'uomo, che guardava Falasifa intensamente ma senza odio, mentre le onde di luce ai suoi piedi si muovevano per lambire la veste del Filosofo, e sembravano volerlo attirare verso il suo avversario, come se dicessero: "vieni... vieni... affidati a noi... noi sappiamo qual e' la cosa migliore per te... vieni...". Lo scontro fu silenzioso ma intenso, e le luci aumentarono d'intensità ad ogni secondo che passava, tanto da impedire quasi di riconoscere le sagome dei due contendenti, finché, in un lampo finale, le luci scintillarono e si spensero, lentamente, lasciando dietro di sé i due uomini ancora in piedi, concentrati, tesi. Poi Falasifa, con un gesto lento e quasi tremante, rilasciò la mani chiuse a pugno, e si volse verso i compagni, lo sguardo fisso nel nulla. Poi si riscosse e sorrise: “Scegliete sempre l'originale, amici miei! Tutta un'altra classe...” “E sorrise divertito, ma anche molto stanco, come se questo scontro l'avesse assorbito più di quanto non volesse ammettere.
Le cose sembravano mettersi bene, finché non si udì un gemito soffocato sfuggire alle labbra del Guerriero Desiante. I suoi compagni si voltarono verso di lui e scoprirono con angoscia che sembrava incapace di resistere all'attacco del suo avversario.
Gilgamesh si guardava attorno confuso, pareva non capire cosa stesse accadendo. Quel Desiderio che per lungo tempo aveva tenuto a bada, quello stesso Desiderio che tante volte, per secoli era stato la sua più intima debolezza, causa di molti fallimenti al suo compito, riprendeva ora il sopravvento su tutto il suo essere trascinandolo negli stessi piaceri che Gilgamesh era solito usare come mezzo per ottenere i suoi scopi. Se il suo risveglio non fosse stato così recente, il Primo di Desiderio sarebbe stato immune a quella forza, ma non era ancora così. Gilgamesh non riuscì a trattenersi, ad opporre resistenza, e il suo corpo perse il controllo nel deliquio dei sensi. “La mia più intima debolezza…” mormorò confuso “E' nota... ma chi... come...?” Lo sguardo del Guerriero Desiante, sconfitto, si volse in cerca di aiuto ma i suoi occhi incontrarono solo quello di Alfredo e Teeteto, gli unici che non erano in balia di un nemico. Tese la mano disperato. “Uomini, amici... aiuto... solo Voi... potete...”
Ma Alfredo parve non sentirlo, tutta la sua attenzione rivolta a Morgana e alla nebbia che la stava avvolgendo. Solo Teeteto aveva udito le sue parole, e sembrò concentrarsi per scoprire cosa stesse succedendo al Guerriero Desiante, e come potesse aiutarlo, e se poteva farlo.
Ma ormai era troppo tardi, e l’indecisione di Teeteto sembrò condannare il Campione del Desiderio. Il potere dell'avversario di Gilgamesh ormai stava ottenendo i suoi effetti, inarrestabile, e stringeva la sua vittima in una morsa di piacere che lentamente lo stritolava. Così come Manuel solo pochi minuti prima, anche Gilgamesh scivolò al suolo, il suo corpo muscoloso attraversato e travolto dalle onde del piacere mortale del Desiderio. L'uomo dallo sguardo lascivo lo osservò cadere mentre i suoi occhi scintillavano di piacere, e non si capiva se era la gioia della vittoria o se, invece, non stesse immaginando di essere al posto di Gilgamesh, in un vortice di deliquio e folle tempesta dei sensi.
Lentamente si avvicinò al Guerriero Desiante, e nella destra adesso stringeva un sottile stiletto, pronto per conficcarlo nel cuore della vittima del suo potere.
Ma Teeteto non aveva abbandonato Gilgamesh al suo destino, e si concentrò, mentre dai suoi occhi risplendeva una luce bianca e soffice. Poi, con un gesto imperioso, indicò l'uomo con lo stiletto, e dalla sua mano partì un piccolo globo di luce, che velocemente raggiunse il suo obiettivo, la fronte dell'uomo che adesso si stava chinando sul corpo di Gilgamesh.
Quando lo toccò, la piccola sfera luminosa esplose in un lampo accecante, e con un gemito l'uomo lasciò cadere lo stiletto, e si portò le mani agli occhi, urlando la sua impotenza. Accecato, barcollò senza meta, mentre Teeteto velocemente raggiunse Gilgamesh e si piegò accanto a lui, per aiutarlo, se poteva, o vegliarlo finché non fosse riuscito a vincere la forza che l'aveva abbattuto.
Ma l'urlo dell'uomo aveva raggiunto anche La Spada, che era rimasto immobile vicino a Morgana, incerto su cosa potesse fare per aiutarla, lo spadone sfoderato ma inutile contro la magia. Il guerriero si voltò verso Gilgamesh, lo vide a terra, scosso dai fremiti, vide l'altro uomo muoversi nel buio e attraversò la stanza per soccorrere il suo amico. Qui poteva combattere: il suo nemico era fatto di carne e di sangue…
Si era infatti accorto che l'uomo accecato stava velocemente superando gli effetti del potere di Teeteto, probabilmente compensando con l'udito o qualche altro senso normalmente negli uomini quasi atrofizzato. In pochi istanti gli fu accanto, e, prima ancora che l'altro potesse tentare una difesa, lo attraversò con un colpo dello spadone, quasi con indifferenza, e l'uomo scivolò a terra in una pozzanghera di sangue che cominciò ad allargarsi, mentre La Spada quasi di fretta estrasse dal suo corpo l'arma. La Spada si era mosso con tanta urgenza per correre velocemente verso Morgana, il volto attraversato da un'espressione di angoscia.
In effetti l’Incantatrice sembrava star avendo la peggio, e anche negli occhi di Alfredo, di solito sempre così fiducioso nelle risorse di Morgana, si insinuò l'ombra del dubbio. Le nebbie che avvolgevano la Signora dei Sogni infatti si erano strette sempre di più attorno alla sua sagoma, fino a nasconderla completamente alla vista, come se avessero voluto soffocarla. Nell'aria carica dell'odore del sudore e del sangue si sparse il profumo dell'erba umida del mattino o della sera, mentre la nebbia grigia attorno al corpo di Morgana cominciò a tingersi di rosso, del colore del sangue.
La Spada guardò sgomento la scena, poi con un urlo disperato si lanciò contro la nebbia, cercando forse di liberare Morgana dall'incantesimo, ma l'attraversò come se fosse vuota, e alle sue orecchie giunse la risata, quasi delicata, della ragazza dagli occhi neri. Ma fu una risata che si smorzò ben presto, perché dalle ombre alle sue spalle uscì la sua avversaria, Morgana la Signora di Avalon, e i suoi occhi brillavano d'ira come quando aveva chiamato su Manuel la punizione di Gilgamesh. “Credevi davvero di poter sconfiggere ME con questi giochetti, PICCOLA STUPIDA? Subirai la giusta punizione per quest'arroganza! E mentre con un gesto imperioso evocava il potere che già aveva aiutato i suoi compagni a sconfiggere la Guardia, con gli occhi chiamò accanto a sé La Spada, ancora una volta nel suo ruolo di boia, di giustiziere. La ragazza con gli occhi neri fece un passo indietro, spaventata, come se non potesse capacitarsi d'aver fallito, mentre i suoi occhi cominciavano a subire il potere di Morgana, a vedere cose invisibili, a non sapere più distinguere ciò che era vero qui e adesso da ciò che forse era vero solo in sogno. E con quell'espressione di stupore passò dalla vita alla morte, il capo reciso da un colpo rapido e quasi indolore di La Spada.
Mentre così si concludeva la lotta tra Morgana e la ragazza con gli occhi neri, Demetra arretrava di fronte alla grande statua che un tempo era una piccola donnina dal sorriso ammiccante. Dalla sua bocca uscivano solo parole spezzate, quasi sconnesse: “No, no, no... non voglio combattere... non voglio, NON VOGLIO....NON POSSO combattere con te...” Demetra rivolse le ultime parole alla donna statua che si sta avvicinando. Lasciò poi cadere le braccia lungo i fianchi, e rimase immobile, parve trasformata in statua anche lei. Ricominciò a parlare dopo un attimo, dapprima sottovoce, come se parlasse a se stessa, poi a voce sempre più alta, come preda di una visione o di un delirio. “Figlia... figlia...da quanto ti cerco... apri le tue mani, figlia... non posso farti del male, posso solo abbracciarti e tenerti stretta... e non mi importa altro, figlia mia perduta, figlia mia amata. ... ecco sono qui. Finalmente. VIENI....” Guardando negli occhi la figura che si avvicinava ed incombeva ormai su di lei, Demetra alzò le braccia e rimase lì, in croce, immobile ad aspettare... forse la morte. Due grosse lacrime le rigavano le guance ma sul suo volto aleggiava un sorriso dolcissimo...
La statua sembrò rallentare per un attimo, come incerta sul da farsi, poi ricominciò ad avvicinarsi a Demetra, e tra i rumori della lotta si sentivano solo i suoi passi scandire gli istanti, come una condanna inevitabile. Giunta davanti a Demetra anche la statua allargò le braccia, e dal suo petto metallico uscì una voce umana, la voce quasi gentile della donna che la inabitava:
“Sì, abbracciami. Hai sbagliato, perché avete minacciato l'Amico e io questo non posso tollerarlo, ma morirai felice, se è questo che vuoi, perché io non amo uccidere, anche se a volte devo. Vieni nel mio abbraccio, e ti condurrò piano e senza soffrire nel Regno degl'Inferi. Chiudi gli occhi e abbandonati al mio abbraccio.” E dicendo questo la statua strinse le braccia quasi dolcemente attorno a Demetra, in un abbraccio che univa in una strana follia pietà e morte.
Avvinta dalle braccia di metallo, Demetra ebbe come un tremito di sofferenza, ma non si mosse, e tra le lacrime continuò a sorridere. Poi, assurdamente, la statua di metallo cominciò a rimpicciolire, mentre sul suo volto immobile vi sembrò quasi di vedere lo stupore. In pochi secondi la statua era scomparsa, e al suo posto era rimasta solo la piccola donna, che adesso si lasciava andare all'abbraccio di Demetra come a quello di una madre, e anche lei sorrideva, avvolta in una sensazione struggente di pace, mentre anche dai suoi occhi scendevano lacrime di gioia e di liberazione. Demetra le carezzava piano i capelli, e le sussurrava, dolcemente: “Sì, piccola mia... Vieni tra le braccia di tua madre... ci siamo ritrovate, dopo tanto tempo... dopo tanto tempo...”
Questa scena di pace fu però infranta dal rumore del pavimento che si schiantava sotto i piedi di Stefano, che precipitò verso il basso, forse verso la morte. Il ragazzo con l'armilla sorrideva.
Ma il sorriso si tramutò in un'espressione di stupore quando vide Stefano levitare fuori dallo squarcio nel pavimento e rimanere sospeso a mezz'aria. “Trucchetto simpatico, ma basta modificare la costante gravitazionale per renderlo piuttosto inutile, non credi? Vedi, se avessi voluto farmi davvero male avresti potuto, per esempio, intervenire sull'azione delle forze elettrodeboli all'interno del mio organismo. E' una cosa un po' complicata, ma piuttosto intrigante. Guarda, funziona così...” E nel dire questo Stefano aprì il libro che teneva in mano, lo scorse velocemente e poi puntò l'indice della destra verso il ragazzo con l'armilla, che cominciò a farla ruotare velocemente tra le mani. La battaglia durò pochi secondi, poi il ragazzo spalancò la bocca per la sorpresa e il dolore, e si piegò in due, l'armilla dimenticata che cadeva a terra e rotolava in un angolo.
Il volto del ragazzo era adesso una maschera indecifrabile di emozioni, mentre la sua pelle si faceva di un colore verdastro e poi cominciava a diventare scura, quasi nera, come ricoperta da mutazioni della cute, da cancri. Poi un gemito soffocato, uno sbocco di sangue dalle labbra, e il ragazzo cadde a terra, morto. Stefano si posò a terra, chiuse il libro, e restò in silenzio.
Solo un ultimo scontro restava indeciso, quello tra Lord Raphael e il mago-bambino. Alle parole di sfida del bambino Lord Raphael aveva risposto con un sorriso che sembrava, assurdamente, di gioia. “Sara' un piacere!” aveva detto.
Il suo corpo venne nuovamente avvolto da fiamme, fiamme pallide come fuochi fatui. Le sue unghie affilate danzarono nell'aria tracciando con linee di fuoco segni arcani e indecifrabili. Sorrise e si leccò le labbra. “Non puoi immaginare quanto io ti AMO in questo momento, piccolo. LET'S DANCE TOGETHER!!” E quando gli artigli metallici evocati dal suo avversario fendettero l'aria in cerca delle sue carni, Lord Raphael non mosse un muscolo, e perfino le fiamme attorno a lui svanirono. Si limitò a fissare il suo avversario negli occhi e a sorridere. E ancora sorrideva quando gli artigli lo colpirono, gli strapparono le vesti, gli attraversarono le carni e lanciarono tutt'intorno schizzi del sangue del Mago del Pathos. Il suo corpo per un attimo tremò per il dolore, ma i suoi occhi rimanevano fissi in quelli del bambino, come se gli stessero leggendo la mente, o gliela stessero stringendo, oltre la morte, in una nera morsa di potere. Il volto del bambino, fino a pochi secondi prima allargato in un sorriso di trionfo che gli scopriva i denti affilati, era ora scomposto in un brivido che gli scuoteva le guance, come un riflesso involontario, mentre i suoi occhi spalancati guardavano il corpo martoriato di Lord Raphael senza vederlo.
E, in silenzio, gli artigli di metallo caddero al suolo senza vita, immobili, dimenticati, e in mezzo a loro stava Lord Raphael, sporco del proprio sangue ma felice, quasi esaltato. Con un movimento quasi istantaneo, il bambino richiamò dentro di sé i tentacoli, che in un attimo scomparvero nel nulla. Poi con gli occhi sempre spalancati e la faccia deformata dai tremiti, cadde in ginocchio come abbattuto da chissà quale oscura immagine di terrore. Un filo di bava gli scendeva dalle labbra.
I secondi passarono lentamente, mentre tutti e due i maghi rimanevano immobili. Poi il bambino sembrò scuotersi, chiudere gli occhi, e quando li riaprì sul suo volto non c'era più traccia del terrore o della follia, ma solo stupore. Lord Raphael sorrise, dicendogli: “Sei già molto abile. Ma la Via delle Ombre è lunga e tortuosa. Per un attimo, ti ho permesso di intravederne la fine. Se vuoi raggiungerla... vieni con me. IO sono il Potere che tu DESIDERI.”
Il bambino restò in silenzio per qualche istante, poi chinò il capo di fronte a Lord Raphael e sussurrò: “Sì, Maestro. Voglio conoscere il POTERE.” Ma quando rialzò la testa i suoi occhi erano di nuovo orgogliosi e duri, e le sue labbra sottili si piegarono in un sorriso che era quasi una sfida.La battaglia sembrava terminata.
Nel silenzio che sempre segue alla lotta, si guardarono intorno per valutare la situazione. Baphomet aveva accanto a sé l'uomo con i coltelli, prigioniero. Demetra stringeva tra le braccia la piccola donna che era una statua. Accanto a Falasifa c'era il vecchio. Il bambino era in ginocchio davanti a Lord Raphael. Al fianco di Morgana, La Spada puliva lo spadone del sangue della ragazza dagli occhi neri. Gilgamesh si rialzava a fatica, davanti a sé il corpo dell'uomo che l'aveva sconfitto. Stefano era immobile davanti al corpo nero e piegato del ragazzo con l'armilla.
Il primo a muoversi fu Gilgamesh, che si avvicinò a Raffaele e gli tirò un pugno in piena faccia, con una velocità che diceva che si era ripreso completamente; la risata del bambino vestito di nero, una risata carica di scherno, accompagnò l’affronto allo Stregone
“Bastardo!” ringhiò Gilgamesh “Non mi interessa cosa fai ai mortali nel Sonno della Ragione, hai messo in pericolo tutti evocando quella Mostruosità che tanto ti si addice! Noi Immortali possiamo correre solo il rischio di essere scacciati da qui, ma loro?” E indicò Alfredo e Teeteto "Hai pensato a loro, razza di coglione? Hai pensato alle conseguenze su di loro? Mettili ancora una volta in pericolo e ti strozzo, figlio di Follia!"
L'Amico intanto, ancora in lacrime, era immobile in un angolo, solo. Gli si avvicinò il vecchio, che si muoveva con un passo forse leggermente stentato, e gli chiese, con una voce che non era la sua, ma assomigliava piuttosto a quella di Falasifa “Amico mio, cosa ti rattrista? Cosa possiamo fare per te? Era proprio necessario arrivare a questa sofferenza? Non trovi che sia giusto risanare la ferita, finché siamo in tempo?”
L'Amico rispose senza alzare la testa, mentre ancora le lacrime gli rigavano il volto. “Avete ucciso i miei amici... i miei amici! Tutto quello che avevo! I miei ricordi, le mie risate, i mie litigi e le mie lacrime... I miei amici! I pezzi del mio cuore.... Come puoi pretendere di guarire questa ferita? COME PUOI??? Guardali, sono morti! MORTI! Nessuno più vedrà ridere gli occhi della Fata, o potrà baciare le labbra di Adone, o sentire lo Scienziato che gioca con i numeri accarezzandoli come fossero cuccioli, piccoli gattini che fanno le fusa solo per lui... Guarda i loro corpi spezzati, deturpati, calpestati. Guarda il mio cuore... Come puoi parlare di guarigione? Avete ucciso anche me..." E le sue parole morirono nei singhiozzi e nelle lacrime.
Intanto Gilgamesh si avvicinò a Teeteto, si inchinò e disse: “Grazie. Gilgamesh non dimentica i debiti, ma credo che fra noi più che debiti possa nascere un'amicizia. Che i tuoi Desideri si avverino sempre, Teeteto! Sappi che Gilgamesh correrà sempre al tuo fianco, in qualunque guisa e in qualunque mondo tu ti trovi, per porgere il suo aiuto, perché tu hai vegliato sul Guerriero Desiante mentre era inerme, ed egli non dimenticherà.”
Quindi si girò verso Lord Raphael, lo squadrò per un istante, e vi sembra che, se possibile, il Guerriero Desiante sia adesso ancora più bello di prima, i lineamenti espressione di un'armonia non umana, ma il suo sguardo, pur affascinante, è ora corrucciato e quasi minaccioso.
Raphael intanto restava in silenzio.
Aveva incassato il pugno di Gilgamesh, senza muovere un muscolo. I suoi occhi erano pieni di DISPREZZO. Sputò sui piedi del Guerriero Desiante il sangue che gli riempiva la bocca. “Non osare parlarmi così, tu che hai permesso a una bambola di carne di SCONFIGGERTI. Sei DEBOLE, Gilgamesh, debole! Forse con il volgere dei millenni ti sei arrugginito? O forse è Leonardo di Giovanni che ti indebolisce? Ricordo un fiero guerriero ricoperto di sangue, che dominava sui campi di battaglia. Ti ricordo quando eri Slaine il Celta, e io ero chiamato Crom Cruach. Ti ricordo come un GUERRIERO. E ora, invece, cosa vedo davanti ai miei occhi? Un marmocchio piagnucolante." Passandosi la mano destra sul viso, Raphael ripristinò i lineamenti del suo viso, ferito dal pugno di Gilgamesh. Per un attimo, era parso di vedere nella sua mano una MASCHERA. Ora il suo bel viso era quello di prima, e sorrideva sprezzante. “E poi, Gilgamesh, questo è solo un GIOCO. E vedo che tu ne hai scordato le regole. Stiamo vivendo un sogno, e nessuno morirà.” E qui scoppiò a ridere. “Non ti piace questo gioco, forse? Ammetto che una regola così lo rende semplice!” Poi tornò improvvisamente serio. “Ascolta, Gilgamesh: IO NON TEMO LA MORTE. Né la mia, né quella degli altri. Ecco cosa mi rende forte, PIU' FORTE DI TE.” Il suo sguardo, il suo sorriso, si erano fatti tesi, tesi, eccitati, lascivi. “Mi piacerebbe molto combattere contro di te. E sono certo che ce ne sarà occasione. Ma prima, portiamo a termine questo gioco.” E dicendo questo si allontanò da Gilgamesh, in direzione dell'Amico. Guardando il pavimento, si notava che il sangue di Lord Raphael lo aveva parzialmente CORROSO, in modo simile a quello della creatura da lui evocata.
Intanto, già Baphomet e Falasifa si erano portati vicino all'Amico, che, scosso dai singhiozzi, non li stava nemmeno guardando, e continuava a mormorare frasi sconnesse sui suoi amici assassinati. Baphomet, indicando con il pollice l'uomo con i coltelli dice, quasi sottovoce: “Beh, questo è ancora vivo...” Ma anche il Demone era chiaramente amareggiato per lo scontro appena avvenuto, poi si girò verso Falasifa, e quando parlò il suo tono era il solito, scanzonato, quasi divertito: “A questo punto, io farei una visita al Difensore, portandomi dietro l'Amichetto. Scommetto che sarà contento di rivederci così presto” E sfoderò un sorriso "a tutte zanne". Mentre ancora sorrideva, si guardava intorno come se cercasse qualcuno, o qualcosa, ma apparentemente senza successo, perché dopo pochi secondi, scosse leggermente le spalle, il suo sguardo tornò sull'Amico e su Falasifa.
Questi si era avvicinato all'Amico fino a sedersi di fronte a lui, di spalle, mentre osservava lo scenario di devastazione che si presentava davanti a sé; poi tirò un sospiro e disse: “Gli amici... un bene prezioso. Forse dovresti pensare bene chi siano i tuoi amici. Quelli veri. Sono forse le proiezioni del tuo animo, distorsione della realtà, pallido simulacro di uomini e donne ben più articolati nelle loro emozioni? O sono quelli venuti a risanare la ‘vera’ ferita, quella che scuote precari equilibri metafisici ancora deboli, che scombussola l'Oceano del Pathos e le sue vibrazioni? Lo so che anche tu desideri l'armonia. Pensaci, amico mio. Pensaci... ‘Nomos’.” E nel pronunciare quest'ultima parola gli occhi di Falasifa sembrarono quasi brillare per un istante e Stefano, dal fondo della stanza, aggiunse:
“E ricorda che devi accusare solo te stesso per la morte dei tuoi amici. Noi eravamo venuti solo per parlare...”
Nella stanza tornò il silenzio, rotto soltanto dai singhiozzi dell'Amico per la morte dei suoi amici.
Ma fu di breve durata, perché Lord Raphael si era avvicinato all'uomo in lacrime e lo apostrofava con durezza: “I tuoi amici? Quelli? SVEGLIATI! Quelle erano bambole che hai fabbricato per alleviare la tua solitudine, povero pazzo! Vani simulacri, che come hai visto non potevano competere con gli originali. E ora smetti di piangere, perché il tuo incubo e' APPENA COMINCIATO." Nella mano di Lord Raphael apparve una grossa clessidra. Era piena di sangue, invece che di sabbia. Rimase sospesa nell'aria, tra lui e l'Amico. “Tu ci avevi concesso del tempo per difenderci prima di condannarci a morte... AH AH AH AH AH! Saro' leale, e faro' altrettanto. HAI DODICI ORE. Raduna tutti gli alleati che puoi radunare, Debole, incluso il tuo caro amicone l'Assassino. Ne avrai bisogno. Raduna tutte le forze possibili, tra dodici ore, in Piazza Saturno. Sarò li', per combattere. E' la tua ultima possibilità, anzi la VOSTRA ultima possibilità di UCCIDERMI. Se fallirete, allora della vostra città non rimarrà che cenere trasportata dal vento. Come è giusto che sia." E detto questo, si voltò, avviandosi verso il corridoio, per uscire dal palazzo. “Arrivederci, Debole! “ disse senza voltarsi e, puntando un dito verso lo Stregone Bambino: ”Tu vieni con me. E dimmi il tuo nome. Ora sei mio figlio.”
Ed uscì dalla stanza, senza aspettare nessuno. Di lui, restava solo il tanfo ammorbante della creatura infernale, misto all'odore del sangue.Le sue parole sembravano aver scosso l'Amico, che aprì gli occhi e osservò Lord Raphael che si allontanava, e per un attimo nel suo sguardo si lesse forse la volontà di fermarlo, di impedirgli di uccidere ancora, di spargere altro sangue, altre lacrime. Ma nell'alzare il capo l'Amico aveva visto di nuovo i corpi dei suoi amici uccisi, e le lacrime tornarono a scivolare sulle sue guance.
“Vai, morte e disperazione. Che sia l'Assassino a combatterti! Io non ne ho la forza... Simulacri, bambole... che importa? Erano miei amici, erano parte di me. Perché ho dovuto abbandonarli? Perché me li avete strappati? E adesso non sono più nulla, nulla...
Le parole dell'Amico spinsero gli Empathici a guardare ancora una volta le terrificanti e mute sagome dei tre morti, infrante nella scompostezza della morte. E i loro occhi scorsero anche la figura di Demetra, che finora era rimasta in silenzio. Si guardava intorno, continuando a tenere stretta fra le sue braccia la piccola donna.
Tutto questo sangue e questo orrore sembravano spezzarle il cuore. Nei suoi occhi si leggeva una profonda sofferenza, ma anche incertezza, e in fondo, sì, come un fremito di paura, come se la loro amica fosse spaventata da qualcosa, qualcosa che loro non vedevano. Guardò l'Amico e, come a rispondere ai suoi lamenti, si liberò dalle braccia della donna, cui con un cenno sembrò chiedere collaborazione. Avanzò in mezzo ai corpi che giacevano a terra, poi si fermò. Lentamente li compose, chiudendo le palpebre con un gesto delicato, sollevò la testa della ragazza dagli occhi scuri per posarla vicino al corpo, distese le membra contratte del ragazzo.
Quindi portò le mani alla spilla, la slacciò e sciolse il cordoncino dorato che le fissava la veste, che le scivolò sul corpo, cadde a terra e rimase come un lago di sangue intorno ai suoi piedi. Il corpo di Demetra sembrò risplendere dall'interno di luce dorata... intorno alla vita, sulla pelle chiara, scintillò una cintura d'oro puro da cui scendevano mille catenelle luccicanti a coprire appena l'inguine.
Demetra alzò le mani al cielo e sollevò il capo verso l'alto. I suoi piedi incominciarono una danza lieve mentre la sua voce si alzava in una invocazione estrema alla Madre che dona la vita. Prima piano, poi sempre più velocemente, Demetra ruotò su se stessa, le mani ed il viso al cielo, continuando a recitare a voce sempre più alta la sua invocazione.
All'improvviso i suoi compagni capirono che stava evocando la linfa vitale che nutre la terra e le sue creature, la forza vitale che provoca la rinascita della vita dopo la piccola morte dell'inverno, e i loro occhi si spalancano per lo stupore. Adesso capivano il motivo di quello sguardo, della paura.
Demetra stava cercando di spezzare la Legge della Morte!
Ne erano certi: era una follia. La Legge della Morte era la più grande e potente di tutto il Creato, senza di essa niente aveva più senso, le stesse leggi di Solone diventano inutili, vuote. Era come se Demetra si stesse piegando per strappare con un gesto secco la base stessa su cui poggiava tutto il Dominio di Solone. E non per riportare alla vita una persona, ma tre!
E il corpo del ragazzo con l'armilla era talmente devastato dalla malattia da non sembrare quasi più umano. Dentro di loro, da qualche parte vicino al cuore o nello stomaco, sentirono con angoscia qualcosa muoversi, vibrare lentamente, quasi gemere, come sul punto di spezzarsi, o di scattare come una molla per colpire con forza, senza pietà.
Eppure l'aria brulicava di vita... era come se sentissero passare attraverso di loro, attraverso i loro corpi scariche ed ondate di energia. L'effetto si concentrava, sembrava quasi di vederlo, sui corpi senza vita che giacevano a terra, ed in modo meno intenso, su coloro che avevano subito ferite durante lo scontro... su Baphomet, sull'uomo con i coltelli...
Demetra non si fermò... continuò a ruotare su stessa e a cantare, ora a voce spiegata... stava diventando quasi un urlo... un urlo disperato di invocazione e di urgenza a cui non poteva non esserci risposta.
E intanto, sotto i loro piedi, il terreno cominciò a tremare, ma Demetra parve non accorgersene, rapita dal suo potere. Si sentì vibrare un rombo sommesso, mentre lunghe crepe attraversavano le pareti già colpite dalla creatura evocata da Lord Raphael. Era come se lo stesso Palazzo fosse preso nelle trame del canto di Demetra, come se con tutta la sua forza, la forza immobile e in continua tensione di un arco, il palazzo dell'Amico e del Difensore, il fulcro stesso di queste terre, stesse cercando di opporsi alla loro amica. Sembrava quasi di sentire parole lente e maestose nelle loro orecchie:“Questo non deve essere.
La Morte è il fulcro di tutto,
il perno, la chiave di volta,
la pietra angolare della Legge e dei Desideri.
Senza di essa la stessa vita perde significato,
svanisce, si confonde.
Senza di essa non c'è piu' nulla.
Tutto questo non deve essere.”Ma, quasi nascoste tra queste parole, si udivano anche sillabe stentate salire lente dal basso, e sussurrare qualcosa, qualcosa che non si riusciva a capire.
Era come se una forza senza nome, qualcosa che viveva ai piedi del maestoso palazzo di Bsorgu, qualcosa che stava nell'ombra, stesse in qualche maniera accompagnando il canto di Demetra, piano, quasi un timido bisbiglio di potere, ma veniva forse dal cuore stesso di questo mondo.
E quasi come in un sogno, nei corpi esanimi che giacevano a terra rifluì il colore... le ferite si richiusero prima lentamente e poi sempre più velocemente, la pelle lacerata si risanò e pochi, deboli gemiti incominciarono ad uscire dalle loro labbra... Tutti si sentirono pervasi da una vitalità e da una energia come mai era successo... SENTIRONO letteralmente la vita che scorreva nei loro corpi ed era una sensazione di gioia e di completezza che, forse, mai avevano provato prima.
La voce di Demetra lanciò un'ultima invocazione, era un grido sovrumano che bruciava le sue ultime forze, e, come in risposta, il Palazzo tremò in una pioggia di frammenti di muro e di polvere. E Demetra cadde a terra, schiantata da un potere che non aveva saputo controllare.... e giacque, immobile, mentre sul suo volto si disegnava il pallore della morte.Nell'aria si sentiva ancora il potere di Demetra fremere, e lentamente cominciare a svanire, trascinato via dalla Legge della Morte che riprendeva il suo posto, che tornava al centro di questo mondo, e di tutti i mondi umani.
Falasifa si alzò, come colpito da un pensiero, da un'intuizione, e i suoi occhi cominciano a risplendere di un'intensa e calda luce bianca che sembrava attraversare tutto ciò che era materiale come se non esistesse: le pareti della stanza, i suoi compagni, l'Amico, il corpo immobile di Demetra al suolo...
Il Principe dei Filosofi si girò a guardare Demetra, come se per un attimo si fosse scoperto incerto, come se volesse fermarsi per soccorrerla, come se volesse richiamare dentro di sé il potere. Ma poi vi guardò come per dire che non poteva fare altro, che questo era il momento, l'unico momento in cui il suo tentativo poteva riuscire, solo adesso che le fondamenta stesse di questo mondo erano state scosse e le sue leggi indebolite.
Avvolto dalla tiepida luce, Falasifa si voltò verso l'Amico e protese le mani davanti a sé, in silenzio, e mosse le dita nell'aria come se, assurdamente, cercasse di riconoscere al tatto qualcosa, un segno. Poi si fermò, strinse la mani quasi a pugno e con un movimento secco allargò le braccia, come se stesse cercando di strappare in due il velo dell'aria. Ma ciò che si vedeva era ben diverso: davanti a loro la sagoma dell'Amico cominciò a tremare, a sfaldarsi, a liquefarsi senza un rumore, senza un suono.
E dietro scoprirono con stupore che non c'era un volto umano, magari quello di Angelo, ma un'incredibile creatura simile ad un fiore dai molti colori, che tremava piano davanti ai loro occhi, e muoveva delicati tentacoli verdi come per sfiorarli, per toccarli. Sul suo corpo si trovano molte piccole infiorescenze, e là dove poco prima c'era statala testa dell'Amico adesso c'era un grande bocciolo dischiuso, dal quale si effondeva un odore dolciastro e penetrante, ma non sgradevole.
L'immagine durò pochi secondi e quindi, con un fremito, scomparve, e i loro occhi tornarono a vedere l'Amico, che piano si asciugava le lacrime e guardava in direzione dei suoi tre amici pochi minuti fa morti ed ora di nuovo in vita grazie a Demetra. Si alzò di scatto e si gettò su di loro, li coprì di baci, di carezze, sussurrò piano frasi infantili come quelle che i padri dicono ai figli, e le lacrime che gli solcavano il volto erano adesso di gioia.
Sola, quasi in disparte, la piccola donna esile era china sul corpo immobile di Demetra, e la guardava disperata, mentre le sua mani si muovevano impacciate per capire se davvero la loro amica, forse sua madre, era morta, così, in un attimo.
E nel silenzio si udiva solo la voce dell'Amico che parlava, quasi tremante per la felicità: “Sono vivi! VIVI! Oh, ti ringrazio! Sono vivi! I miei amici! Sono tornati! Li avete riportati a me! Lo avete fatto! Oh, grazie! Grazie! Ditemi cosa devo fare, cosa posso fare per voi! Vi prego! Oh, mi avete dato tanta felicita'! Sono vivi!” Ma la gioia nelle sue parole sembrava trasformata dall'eco della stanza vuota in una risata di scherno per Demetra....Sopra le risata dell'Amico si alzò un grido disperato, rabbioso, quasi folle. “NOOOOOO! DEMETRA, NOOOOO!” Era la voce di Morgana, ma non riuscivano a ricordare di averla mai sentita così. La videro immobile, come paralizzata, incredula, mentre chiudeva gli occhi come a cancellare l'immagine del corpo di Demetra schiantato a terra, come se quel gesto potesse cancellare gli ultimi minuti. Si voltò verso La Spada e appoggiò il viso nascosto tra i pugni chiusi sul grande petto del gigante. Il suo corpo era scosso dai singhiozzi e mormorava qualche parola tra le lacrime: “Stupida.... mia... madre... ingenua..... stupida... stupida... stupida...” Poi, di scatto, Morgana alzò il viso. Era rigato di lacrime, ma i suoi occhi scuri erano gelide fiamme. Avanzò a grandi passi verso l'Amico, i suoi capelli sciolti e turbinanti in un improvviso vento gelido che era penetrato nella stanza. L'Amico stava guardando Falasifa con gli occhi colmi di felicità e lo stava ringraziando per quello che avevano fatto, e sembrava non essersi accorto di Morgana.
Mentre ancora stava parlando, Morgana lo afferrò per i capelli e lo trascinò con forza, con rabbia verso il corpo di Demetra.
“GUARDA BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA, STRONZO, ROTTO IN CULO CHE NON SEI ALTRO! GUARDA!” Lo costrinse ad inginocchiarsi. “GUARDA A COSA PORTA IL TUO AMORE FALSO, EGOISTA, MESCHINO! PORTA MORTE PER MORTE! TU L'HAI UCCISA, TU HAI UCCISO LA MADRE DI TUTTI NOI, TUA MADRE, COLEI CHE HA PRESO TUTTA LA TUA MERDA E L'HA TRASFORMATA IN AMORE E VITA. MA IO NON TI PERDONO, IO TI ODIO!” Lo lasciò andare spingendolo con rabbia lontano da sé. “VI ODIO TUTTI“ Urlò guardandoli negli occhi uno a uno. Ma poi, incontrò lo sguardo di Alfredo e quello di La Spada e cadde in ginocchio scossa dai singhiozzi: “No, non voi... non è vero che vi odio.”
Intanto, in silenzio, come se le parole di Morgana non l'avessero raggiunta, la piccola donna che un minuto prima Nella stringeva tra le braccia le aveva preso delicatamente la testa e se l'era portata in grembo, e con la mano le accarezzava i capelli scomposti, glieli scostava dagli occhi, le cullava piano la testa, mormorando: “Svegliati, su, svegliati. Lo so che stai solo dormendo. O magari mi stai facendo uno scherzo, vero? Sì, è uno scherzo, l'ho capito.” E assurdamente cominciò a ridere piano, ma era una risata falsa, sforzata, dietro la quale si sentivano l'angoscia, la paura, il terrore. “Ti prego, svegliati. Non puoi andartene così, non puoi. Svegliati, per favore. Per favore." E cominciò a singhiozzare, mentre continuava ad accarezzare la testa di colei che l’aveva sconfitta.
Ma Gilgamesh le si avvicinò. In silenzio poggiò una mano sulla spalla della donna, che si girò a guardarlo con occhi colmi di pianto, e le fece capire che avrebbe voluto prendere lui in braccio la sua compagna caduta. La donna annuì, e si spostò di lato, lo sguardo fisso sul Guerriero Desiante, uno sguardo insieme dubbioso e disperatamente, illogicamente, assurdamente speranzoso. Gilgamesh si chinò a terra e con delicatezza sollevò il corpo di Demetra. Iniziò a cullarla e a cantarle nell'orecchio un canto sommesso e dolcissimo, mentre i suoi occhi iniziavano ad emettere una tenue luminosità ambrata.
Intanto, conscio di non poter far nulla per Demetra, Stefano si era avvicinato all'Amico, che si guardava intorno ancora sconvolto dalle parole e dalla furia di Morgana, e gli parlò con voce piuttosto dura: “Credo che tu possa essere soddisfatto di te, Amico. La tua debolezza ha ucciso i tuoi compagni, perché non hai voluto impedire questa lotta inutile, e adesso che Demetra si è sacrificata per restituirteli tu hai solo occhi per la tua gioia, mentre noi abbiamo forse perso un'amica. Se non fossi una persona calma e riflessiva potrei cedere alla tentazione di farti provare sulla pelle la sofferenza di Morgana, amico mio. Ma preferisco che sia Lord Raphael a scuoterti dai tuoi egoistici sogni di felicità a qualunque prezzo. Hai compreso le sue parole? Sappi che lui è il più potente stregone della storia, e ti assicuro che se dice che vuole distruggere l'intera città lo farà, e nel modo più sconvolgente che tu possa immaginare. Evocherà le creature più aliene e darà loro in pasto la tua città, amico mio. Vedrai i corpi dei tuoi amici penzolare senza vita dalle fauci di orrori senza nome, e udrai le urla disperate dei tuoi compagni mentre vengono stritolati dai tentacoli di creature nate nell'Incubo. Sì, Lord Raphael è uno stregone potente. Credo quindi che la tua gioia sarà di assai breve durata, amico mio. E adesso torna ad abbracciare i tuoi amici, se vuoi. E' un modo come un altro di preparasi alla morte..."
L'Amico si guardò intorno come se non capisse. Tutto gli sembrava risolto, davvero. I suoi amici erano tornati, erano di nuovo con lui. Guardò Morgana come se non riuscisse a comprendere il perché della sua reazione, come se per il semplice fatto di non essere un abitante di Bsorgu Demetra neanche esistesse, agli occhi del suo cuore. Poi però, piano, qualcosa cominciò a farsi strada in lui.
Per qualche secondo fu come se confrontasse il dolore dipinto sul volto e nelle parole di Morgana con il suo, e il corpo tra le braccia di Gilgamesh con quelli dei suoi amici. Il suo sguardo passò più volte da Demetra ai suoi amici risorti, mentre la sua mente si interrogava su tante cose. Alla fine si rivolse a Morgana: “Hai ragione. Sono stato un egoista. Ho pianto solo il mio dolore, e dimenticato quello di tutti gli altri. Se vuoi vendicarti su di me, fallo. Ne hai il diritto. Però voglio chiederti una grazia, prima. Lascia che affronti colui che chiamate Lord Raphael. Se mi sconfiggerà avrai la tua vendetta. Se invece sarà lui ad essere sconfitto, verrò io da te ad offrirti la mia vita.” Quindi si girò verso Stefano: “Non capisco le parole di Lord Raphael. Perché vuole distruggere la mia città? Che bisogno c'è di uccidere ancora persone innocenti? Se c'è un colpevole, sono io. Solo io devo essere punito. Cosa c'entra l'intera città? Te lo chiedo per favore, non puoi fare qualcosa per fermarlo?” Ma Stefano lo guardava senza parlare.
L'Amico allora riprese a parlare, con il tono di chi ha deciso, e adesso attende solo che il suo destino si compia: “Ho capito. E' troppo tardi per parlare. Va bene. Però” E si rivolse ai suoi amici “Voi resterete qui. Non voglio che rischiate ancora per me. Silenzio! Per una volta decido io. Vi ringrazio tutti, lo so che vorreste venire con me, e morire ancora una volta, se fosse necessario, ma non voglio. Non so cosa mi aspetta là fuori, ma forse per me ci sarà la morte. E allora voglio che voi viviate, che mi ricordiate, che continuiate ad essere felici anche senza di me. Ve lo chiedo come fosse un favore. Non vi ho mai ordinato niente, e non lo farò neanche adesso. Però vi prego: non seguitemi. E con queste parole si alzò, si rassettò i vestiti sporchi di lacrime e di polvere, e si rivolse verso coloro che avevano portato la Distruzione nella sua casa: “Bene, sono pronto. Andiamo. Non voglio far aspettare il vostro amico.” E si diresse verso la porta, camminando con passo lento ma sicuro.
Mentre l'Amico si dirigeva verso la porta, Gilgamesh continuava a stringere il corpo di Demetra e la luce che emanava dai suoi occhi diveniva ogni istante più morbida, più tiepida, come se stesse stringendo tutti i presenti in un magico abbraccio. Ma il potere di Gilgamesh era concentrato su Demetra, e quello che i suoi compagni percepivano ne era solo la pallida ombra, qualcosa che poteva a malapena dare loro l'idea di quali forze il Guerriero Desiante stesse mettendo in moto nel tentativo di riportare alla vita la loro amica.
Se fossero stati essi al posto di Demetra, se fossero stati loro in cammino lungo il sentiero che porta all'Oblio, allora forse avrebbero visto, e non avrebbero potuto più dimenticare. Perché in quegli istanti, in quei secondi quasi eterni, quando l'anima si contorce lentamente tra Vita e Morte, come un verme cieco imprigionato e quasi dimentico di tutto, anche qui vive il Desiderio.
Ma è un Desiderio oscuro, pesante, soffocante, il Desiderio di essere liberi, di abbandonare tutte le fatiche e i dolori della vita, il Desiderio di alzare le mani, finalmente, e dire : "Basta. Ho fatto ciò che potevo e comunque ora non importa più. Sono stanco. Basta".
Il Desiderio di dissolversi nel nulla, di lasciare che tutto, le speranze e le memorie, gli obiettivi e le emozioni, e anche gli stessi atomi del nostro corpo, tutto si abbandoni e lentamente si sfaldi come una nuvola che si allarga, si allarga e poi non si riesce più a vederla contro il colore del cielo.
Questo era il Desiderio che in quel momento albergava in Demetra.
Non che lei l'avesse voluto, no, ma anche nel cuore degli Immortali abitano forze oscure, che attendono solo un attimo di debolezza per prendere il sopravvento, per trascinare verso l'Oblio, verso la morte, seppure non per sempre. E questo era il Desiderio che Gilgamesh stava cercando di combattere, in una battaglia che solo il Primo di Desiderio poteva sperare di vincere.
Se fossero stati loro nel cuore di Demetra, avrebbero visto la luce dorata che lentamente li raggiungeva nella loro oscura prigione, che senza parole né immagini, ma solo con le emozioni, avrebbe loro ricordato il sapore, l'odore della vita, senza spiegare il perché, senza dare la possibilità di negare, di controbattere, di rifiutare quello che non era un dono, ma un ordine : "Vivi!". Perchè ti amo.”
Ma se fossero stati nel cuore di Gilgamesh, avrebbero conosciuto, in quei fatidici momenti, la paura del fallimento. Poiché chi può credersi così potente da contrastare il volere di Destino? E chi, per quanto grande la sua scienza, poteva sperare di entrare nel cuore di un Immortale e giocare con i suoi Desideri come con quelli di un uomo più piccolo? Forse nemmeno Gilgamesh.
Eppure Demetra era Demetra, e questo andò oltre il potere ancora imperfetto, incompleto, di Gilgamesh, oltre i comandamenti di Destino, oltre ogni cosa che fosse o mai sarà stata. Perché Demetra e' Demetra.
E allora gli occhi dei visitatori si allargano per lo stupore quando videro anche il corpo di Demetra cominciare piano a risplendere, come se prendesse il riflesso del potere di Gilgamesh dentro di sé e lo facesse battere al ritmo del proprio cuore, così come le piante ricevono la luce del Sole. Adesso Nella era avvolta da una tiepida luce quasi scura, del colore della terra fertile, nera, odorosa. E lentamente cominciò a morire.
Il suo corpo si coprì di macchie scure, la sua carne si fece flaccida e poi grinzosa, le dita si piegarono deformate, i capelli caddero a terra, e un odore di morte riempì l'aria. Gilgamesh, stupito, poggiò il corpo dell’amica a terra, e lo contemplò mentre si accartocciava, la pelle diventava quasi nera, le unghie si allungavano e cadevano. E ancora lo contemplò mentre, piegato in due come un grottesco bambino morto nel ventre materno, si crepava, come una corteccia, come il guscio di una noce, come un seme e nell'aria si spandeva l'odore fresco della vita che nasce, della primavera che torna dopo l'inverno, della speranza di un buon raccolto, di giorni più felici.
E come germoglio dalla terra, davanti a loro rinacque anche Demetra, avvolta di luce e di profumo di cose che crescono, e i suoi capelli color del grano sembrarono allargarsi come i petali di un fiore. Perché per tornare a loro doveva morire. Perché Demetra é Demetra.
E quando aprì gli occhi per sorridere, stanca ma viva, di nuovo viva, le labbra di Gilgamesh si allargano in un sorriso che diceva tutto, e anche se il suo corpo era scosso da tremiti, perché aveva chiesto molto al suo potere, forse troppo, dentro di loro c'era solo spazio per la gioia di questo piccolo miracolo.
E davvero sembrò che, per quante volte ancora potessero morire, e rinascere, e cambiare nome, e vita, e ogni altra cosa, questa gioia non avrebbero mai potuto dimenticarla.
La luce evocata da Gilgamesh e da Demetra si stava lentamente spegnendo, ed era come una piccola metafora, come se la magia della vita che nasce, o ritorna, stesse lasciando il posto alla fatica della vita che deve essere alla fine vissuta, della vita che è anche dolore, stanchezza, delusione, disperazione.
Ma nei loro cuori ancora viveva la gioia per il risveglio della loro amica, e in silenzio ne osservarono quasi rapiti i primi movimenti, come fossero quelli di un bambino appena nato. Infatti Demetra si guardava intorno come se tornasse da un mondo infinitamente lontano e, prima ancora di tentare di alzarsi, con un sorriso li abbracciò tutti, ad uno ad uno come se li riconoscesse solo ora, tentò di parlare, ma non ci riuscì, forse era ancora troppo debole per farlo. Lo sguardo che posò infine su Gilgamesh non aveva bisogno di parole perché valeva più di tutte le parole del mondo. Era affetto, amicizia, riconoscenza, fiducia... amore.
Poi, lentamente, con fatica, si alzò da terra... barcollò, ma si rimise in piedi, prese le mani di Gilgamesh, le portò alle labbra e le sfiorò con un bacio sussurrando: “...Io... mi ricorderò... sempre... di chi mi ha... chiamata... indietro... dal luogo oscuro...”
Mentre Demetra a fatica cercava di non ricadere a terra, e Gilgamesh ansimava appoggiato ad una parete, La Spada si avvicinò lentamente a Morgana, che era in ginocchio a terra, scossa dai singhiozzi. “Non piangere. Per favore. Non è giusto. Non è giusto che voi soffriate così per noi. Non c'è niente qui che possa valere le tue lacrime. Voi avete.. tu hai qualcosa, qualcosa che non capisco. Ma non importa. Io non capisco quasi mai.” Ed esibì un sorriso imbarazzato. “Tu hai cambiato la mia vita, e io non posso vederti così Non è giusto. Questa città è sbagliata, è malata, se fa soffrire così tanto. E non è giusto che siate voi a combattere questa guerra. Devo combatterla io. E se anche morirò, cosa importa? Io non sono come voi." E con queste parole timidamente allungò una mano e accarezzò soltanto per un attimo i capelli di Morgana, come se avesse paura di farle male, come se sapesse di non avere la delicatezza per poterla soltanto sfiorare. Quindi si alzò, afferrò lo spadone che aveva lasciato a terra, e si diresse verso la porta con passo sicuro. Verso l'Amico che si stava allontanando. “Se tu e il Difensore avete fatto soffrire Morgana, siete malvagi, siete sbagliati. E dovete morire." E mentre, con voce tremante, come se stesse pronunciando la più grande bestemmia che potesse concepire, alzò lo spadone, l'Amico, che si era girato indietro alle sue parole, lo guardò con gli occhi colmi di stupore, immobile, quasi paralizzato.
Come richiamata dalla voce del guerriero, Morgana alzò il volto, ma il suo sguardo sembrava ancora perso, come se avesse visto cose che a loro non era dato vedere, e forse ciò era un bene. Ma quando La Spada si avventò sull'Amico la reazione di Morgana fu rapidissima. Alzandosi di scatto urlò:
“NOOOOOO! FERMATI TI PREGO!” Quasi in un unico movimento Morgana si lanciò dietro al gigante, lo raggiunse, lo cinse alle spalle, lo abbracciò, lo costrinse a voltarsi. Il volto dell’ Incantatrice era ancora bagnato di lacrime, ma i suoi occhi ora sembravano presenti alla realtà che la circondava.
“Ti prego, non versare altro sangue non necessario. Io... sto bene. La sofferenza non è necessariamente un male. E' complicato anche per me. Credo di aver ricordato qualcosa che era sepolto da molto nei miei ricordi. E' la storia di un amore tragico, ma il suo ricordo sopravvive in me al di là del tempo. Non è colpa vostra.... Troppe volte Destino ha scritto pagine a me sgradite, ma questo non accadrà qui tra voi. Non è tempo di morte, non ancora, non più. Ti prego, accompagnami fuori, voglio vedere il Sole.”
Baphomet invece si limitò ad osservare la scena, sul volto un'espressione quasi incuriosita, non aveva fatto niente per cercare di fermare La Spada, ma ad alta voce aveva detto: “E' possibile che in questo luogo l'unico modo di risolvere i problemi sia uccidere la gente? Guerriero, sei certo che la tua sia la cura giusta?”
La voce di Teeteto era invece più dura, e i suoi occhi si fissarono su quelli di Morgana: “Morgana, rassicura La Spada, perché non è questo il modo di agire! Già una volta abbiamo anteposto la violenza alla diplomazia. Preferite la violenza come Lord Raphael o la diplomazia come Falasifa ? Perché è ora di decidere. Non possiamo continuare in questo modo, prima feriamo e uccidiamo, e poi curiamo e doniamo la vita."
Ma né Morgana né La Spada sembravano aver udito le loro parole. Mentre parlava, Morgana aveva mantenuto i suoi occhi fissi in quelli di La Spada, e le sue mani avevano carezzato dolcemente il suo viso. Il gigante l'aveva ascoltata in silenzio, i muscoli tesi che lentamente si rilasciavano, e negli occhi forse un riflesso strano, quasi come l'inizio di un pianto, ma solo appena accennato. Alla fine sembrò che volesse dire qualcosa, e il suo volto era quasi corrucciato, come se fosse arrabbiato con se stesso per la propria incapacità di esprimersi. Ma poi, con uno sguardo a metà tra il timido e il felice, si piegò e prese Morgana in braccio, come una bambina o qualcosa che si è pronti a difendere ad ogni costo. E adesso la teneva con delicatezza, i lunghi capelli di lei che gli scendevano lungo la spalla, e restò in silenzio, come se gli bastasse sentire il tepore del corpo di colei che aveva cambiato la sua vita, come se adesso che sentiva il cuore della Donna dei Sogni battere, piano, insieme al suo, non avesse più bisogno di nulla. E guardando solo gli occhi di Morgana La Spada si girò ed uscì dalla stanza, per portare Morgana a vedere il Sole.
E mentre le sagome dei due si allontanano, udirono Morgana che quasi tra sè diceva: “Ti ricordi le stelle, amore mio? Danzerò ancora per te alla luce della luna e saremo di nuovo insieme per un attimo al di là della morte.” E poi: “Farò in modo di esserti sempre vicino, finché vorrai. Poi ti spiegherò tutto.” Ma il volto di La Spada rivelava che non aveva bisogno di spiegazioni, che non aveva più bisogno di niente. Per terra giaceva il suo spadone, dimenticato come una cosa inutile.
Anche Demetra, barcollante, si diresse verso la porta, e con un filo di voce sussurrò, rispondendo alle parole di Morgana: “Vengo con te, amica mia... Sono ancora debole... ma sarò al tuo fianco, comunque...”
Accanto a lei anche Alfredo stava uscendo dalla stanza, e passando accanto alla spada abbandonata per terra mormora: “Sinceramente, l'avrei fatto anche io!”E mentre tutti, e insieme a loro anche l'Amico, lasciavano il salone devastato da Lord Raphael, Teeteto disse: “Secondo me la proposta di Falasifa di andare a fare una visita al Difensore, portandoci dietro l'Amichetto è la più saggia. E cercherei di evitare altra violenza.” Quindi si rivolse a Gilgamesh: “Gilgamesh, tu hai già manifestato il tuo scontento per il modo di agire violento di Lord Raphael, ti chiedo se pensi che sia giusto fermarlo. Non voglio sentirmi responsabile di aver permesso di trasformare questa città in cenere come ha minacciato lui. Voi siete Note e avete grandi poteri e come diceva un tale ‘a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità’”
E così gli rispose il Guerriero Desiante: “Hai ragione, Leo... ma sono stanco... e debole... mi spiace...” Così dicendo Gilgamesh barcollò visibilmente e pareva non smettesse più di ansimare, tutta la luce che lo circondava si era ormai spenta. Teeteto lo sostenne, lo guardò fisso e disse: “Gilgamesh, capisco.... lo sforzo precedente ti ha prosciugato le energie. Ma io sento il dovere di intervenire e non posso. Mi sento sovrastato dagli ultimi eventi.” Quindi, rivolto a tutti: “Morgana, Demetra, Andrea, tutti voi ... amici ... cerchiamo di calmarci e di capire come muoverci nel bene di tutti noi, della città e di Solone. Recentemente gli eventi sono precipitati, cerchiamo di ristabilire un clima sereno. Di rimetterci in forze e di andare dal Difensore assieme all'Amico prima che Lord Raphael distrugga tutto.”
Stefano ascoltò in silenzio, e suggerì: “Propongo che qualcuno più carismatico di me faccia da psicologo. Vi ricordo che dobbiamo ancora affrontare la faccenda delle quattro parti di Nomos...”
E nella stanza dove ormai restavano solo i compagni dell'Amico, combattuti tra il Desiderio di seguirvi e il rispetto per la richiesta del loro Signore, l'unica cosa che ancora si muoveva era la clessidra di sangue evocata da Lord Raphael. Solo poche gocce erano scese. A occhio e croce, mancavano ancora undici ore e mezza. E forse era perché c'era ancora qualcosa di importante da fare, prima della battaglia finale.
In silenzio attraversarono il Palazzo dell'Amico, e il loro sguardo si posò sulle cicatrici lasciate dalla creatura evocata da Lord Raphael, sui muri crepati, sui vetri infranti, su tracce di sangue per terra e sulle pareti, e non poterono fare a meno di domandarsi se questo era il destino che attendeva l'intera città e se questo di questo Destino loro erano gli involontari latori.Uscirono dal palazzo senza che nessuno li disturbasse, e si diressero in Piazza Saturno, dove forse si aspettavano di trovare Lord Raphael, ma il loro compagno non c'era, e non riuscirono a vederlo da nessuna parte.
In alto, il Sole colpiva con la stessa forza di quando erano arrivati, e per le vie della città udirono appena i rumori degli abitanti che si muovevano, che vivevano. La statua al centro della piazza sembrava guardarli divertita e insieme rattristata.
L'Amico disse: “Io sono venuto. Dov'è il mago che vi accompagnava?”
Quasi in risposta alle sue parole alcune sagome scure uscirono dall'Arcod-Isma-Ria. Con passi lenti e cadenzati superarono la grata di metallo inchiavardata al terreno all'ombra del palazzo e vennero loro incontro, in silenzio. Man mano che si avvicinavano i visitatori riconobbero la figura del Difensore, avvolto nel suo mantello bianco, e intorno a lui contarono sei guerrieri con armatura di maglia e lunghe alabarde. Giunto a circa dieci metri da loro il gruppo si fermò, il Difensore li guardò in silenzio, e quando passarono sulla figura dell'Amico i suoi occhi si accesero di un lampo d'odio quasi incontenibile, quindi vi parlò con voce profonda e autoritaria:
“Il Muto mi ha avvertito dell'ultimatum del vostro stregone, e io sono venuto. Vi ho riconosciuto l'autorità di decidere del mio Destino, ma non di distruggere la mia città. Sono qui per udire il vostro verdetto, ma se cercherete di abbattere la mia città vi combatterò con tutte le mie forze. Ditemi, quindi, cosa avete deciso?"A rispondere alla domanda del Difensore fu Teeteto: “Difensore, è giusto che tu voglia proteggere la tua città, ma non avere fretta nel trarre le dovute conclusioni. Io, Teeteto, non desidero abbattere la città e quindi non voglio combattere. Non ti sono nemico e anche i miei amici non ti sono avversi. Tutti noi ci troviamo in una situazione indesiderata ed è molto meglio cercare di portare la luce sui disguidi che ci stanno spingendo in questa folle corsa verso la Distruzione. Siamo venuti animati da nobili intenzioni, quelle di portare soccorso ad un amico. E non abbiamo altri scopi. Se Lord Raphael ha parlato di distruggere questa città, ha parlato solo a voce sua e non a voce nostra. Quello che vuole fare è sbagliato e spero che le parole pronunciate siano state dovute ad un momento di rabbia. Spero che si ricreda."
Nell'udire le parole di Teeteto il Difensore annuì lentamente, e anche l'Amico sembrò sollevato. E così rispose il Difensore al vostro compagno: “Bene. Perché una sola cosa deve essere chiara, in questo momento. Bsorgu deve continuare a vivere. Che sia io a trionfare sull'Amico, o che voi decidiate di appoggiare la sua follia, la città deve sopravvivere a questa prova. Questo è il mio volere e lo scopo della mia presenza qui. La città è tutta la mia vita, è la mia stessa vita. E deve sopravvivere.” E pronuncia queste ultime parole guardando i suoi interlocutori uno per uno negli occhi, come se volesse imprimere la sua volontà nelle loro menti.
Intanto, mentre il Difensore rispondeva a Teeteto, Alfredo sembrò intento a studiare l'Arcod-Isma-Ria, ed in particolare le sue zone d'ombra e l'ombra stessa proiettata in terra. Senza distogliere la sua attenzione dal lavoro che stava facendo disse ad alta voce, ma con un tono quasi assente: “Bel posto questo! Mi sembra anche adatto per iniziare la discussione che stiamo facendo.” Poi, alzando lo sguardo, rivolgendosi al Difensore e all'Amico esclamò: “Mi è venuta un'idea : che ne direste di sistemarci qui sotto, ma con una simpatica novità : il Difensore si potrebbe mettere dalla parte dell'arco del territorio dell'Amico, e viceversa: spesso vedere le cose da un'altra prospettiva aiuta parecchio! Magari se poi vi sentite a disagio potete sempre tornare alle rispettive metà, non credete?” L'aria con cui lo disse sembrava essere di spensierata innocenza, infine aggiunse: “Sarebbe un peccato se un incubo Heavy Metal distruggesse questa bellissima cosa.” E lo disse nuovamente con quell'aria svampita e distratta. Dopodiché ritornò a studiare attentamente l'arco e la sua ombra.
Il Difensore sembrò stupito dalla richiesta di Alfredo, e sul suo volto si disegnò un'espressione di dubbio, quasi di preoccupazione. Anche l'Amico non sembrava a suo agio, e si guardò intorno come se fosse turbato da qualcosa. Il suo sguardo spesso si dirigeva verso l'Arcod-Isma-Ria e l'ombra che gettava sul terreno. Infine il Difensore parlò:
“Questa è una sciocchezza! Non sono disposto a prestarmi a questi giochetti idioti! Non c'è motivo di spostarci da qui. Se dovete decidere potete farlo anche dove ci troviamo adesso. Io non intendo spostarmi!”
E l'Amico aggiunse: “Amici miei, perché volete andare sotto il palazzo? Se volete un po' d'ombra basta spostarsi più vicino alle case che si affacciano qui sulla piazza. Non credo ci sia bisogno di andare fin lì, amici miei. No, non credo ce ne sia bisogno.”
A rispondere all'Amico, ma come se stesse seguendo un proprio ragionamento inespresso, fu Morgana, che con un passo avanti si pose dinanzi ai due: “C'è ancora una cosa, prima che possiamo esprimere la nostra sentenza. E' necessario che entrambi spieghiate cosa è successo una settimana fa con ogni particolare. Vogliamo sentire entrambe le versioni se ci sono diversità e non credo che sarebbe male ascoltare il consiglio di metterci all'ombra.” Intanto Demetra si era accostata a Morgana e rimaneva vicino a lei, come a proteggerla o a cercare la sua protezione... Non fece nulla e non parlò... semplicemente era lì, accanto a lei... ed aspettava forse le risposte dei due Signori di Bsorgu. Ancora una volta fu il Difensore il primo a parlare:
“Ho detto che non intendo andare sotto l'Arcod-Isma-Ria. E' una cosa del tutto inutile e sciocca!” Quindi restò in silenzio alcuni secondi, e proseguì: “Riguardo alla tua domanda, non c'è molto da dire. Io e il Debole ci siamo sempre combattuti in silenzio, e una settimana fa la nostra lotta si è manifestata con più forza, e più evidente di prima. Forse nelle menti di alcuni sciocchi la nostra guerra è iniziata solo una settimana fa, ma questa è un'idiozia. Semplicemente un'idiozia. Noi siamo sempre esistiti e siamo sempre stati in guerra così come ci vedete adesso. Noi siamo eterni come eterna e immortale è questa città. Essa è sempre esistita così come la vedete e sempre esisterà. Voi oggi potete decidere la vittoria di uno di noi due, ma sarà comunque solo una vittoria breve, di pochi anni, forse, e alla fine la nostra lotta eterna riprenderà. Però in questi brevi anni quanto potrei fare per la mia città e per tutto il mondo..."
Alle sue parole fece eco l’Amico: ”E' vero, amici miei. Una settimana fa non è successo niente, assolutamente niente. Non distraetevi con simili inutili curiosità. Lo so che lo fate per poter meglio decidere, ma vi assicuro che non è successo assolutamente nulla, la settimana scorsa. Come dice l'Assassino, questa nostra dolorosa e inutile contrapposizione è purtroppo eterna. Adesso voi avete la possibilità di donare qualche anno di pace alla nostra, alla mia città. Vi prego, decidete in fretta, e non disperdete le vostre energie in domande che, lasciatemelo dire, hanno poca importanza. Ve lo ripeto, non è successo nulla, la settimana scorsa, assolutamente nulla.” L'Amico aveva parlato con estrema convinzione, ma La Spada lo guardava con un'espressione tra lo stupito e l'interrogativo, come se non riuscisse a comprendere la risposta del Signore di Bsorgu.
Il Difensore si era intanto voltato in direzione dell'Arcod-Isma-Ria, e sembrava aver dato un ordine alla sua scorta, anche se non gli Empathici non erano riusciti a capire cosa potesse aver detto, quindi il Difensore si rivolse nuovamente a loro: “Se abbiamo finito di perdere tempo con queste idiozie, potete farci il dubbio onore di comunicarci la vostra sentenza, o preferite passare qui il resto della vostra discutibile esistenza?”
Alle parole irate del Difensore, Alfredo si girò e con sguardo infuriato si rivolse verso l'uomo, mentre con alcuni passi accorciava sensibilmente la distanza dal Signore di Bsorgu, tanto che la scorta, che già cominciava a tornare indietro verso l'Arcod-Isma-Ria, si fermò come se temesse un'azione violenta da parte dello straniero.
“Punto primo: innanzitutto, discutibile sarà la TUA di esistenza, e non provare a fracassarmi il cazzo con una risposta offesa; se vuoi rispetto devi prima darcelo. Punto secondo: prima che quel fottuto pazzo rada al suolo questa cazzo di città abbiamo 10 ore almeno, e quindi tutto il tempo di discutere quanto cazzo ci pare. Punto terzo: non credere che il fatto che il tuo compagnone qui presente" Ed indica l'Amico "Abbia attentato alle nostre vite e tu no, mi induca a preferire te. Fosse per me vi farei ammazzare entrambi, e lascerei tutta la città in mano al Muto, che anche se non vuole dire in modo civile cosa gli passa per il cervello, almeno mi sembra che abbia il senno di tutti e due" Stavolta indicò entrambi i Signori "messi insieme. Noi siamo qui per decidere il meglio per Bsorgu e non ho certo intenzione di farmi mettere fretta da un uomo DISCUTIBILE come te, quindi non rompere."
E prima che il Difensore potesse replicare, Nella aggiunse: “Alfredo ha ragione, Signore... modera il tuo linguaggio ed abbassa il tuo tono. C'è già stata abbastanza violenza in questa città... Non cercarne altra. Tu, Difensore o Assassino... e tu, Amico o Debole... ognuno di voi pensa di poter regnare da solo... ma è possibile che siate così stupidi da non capire che siete incompleti? Ciascuno di voi è mutilato di una parte... Tu, Difensore, sei solo ragione e logica, fredda legge senza sentimento e tu, Amico, tu sei solo cuore e sensi... Possibile che non capiate... da solo, ciascuno di voi farebbe morire questa città e distruggerebbe dunque se stesso... Ambedue dite di volere il bene di Bsorgu... (o farei meglio a dire Burgos?) ed ambedue, da soli, la portereste all'annichilimento... Voi siete parti di un'unica essenza, come questa stessa città... pallide creazioni dalla mente e dal cuore dell'amico che noi siamo venuti a cercare... NON SIETE NULLA... da soli non siete nulla..."
Ma così rispose il Difensore: “Ti sbagli. Né io né il Debole siamo ‘incompleti’ come tu dici. Siamo semplicemente antitetici, nemici per l'eternità. Ma ciascuno di noi, pur non potendo conquistare la vittoria contro l'altro, ha il potere di governare questa città e il mondo che la circonda. Voi, qui, avete un solo compito: scegliere chi fra noi sarà il Signore della Città per questo tempo. Nient'altro. E ve lo ripeto: qui non c'è nessun altro, non c'è colui che dite di cercare, non l'abbiamo mai visto né lo conosciamo. Il vostro amico non è qui! E' chiaro, finalmente? E adesso decidetevi una volta per tutte, e giudicate! Oppure andatevene e lasciate che mi prepari a quando dovrò affrontare il vostro compagno. In ogni caso, smettetela con queste chiacchiere inutili!"
Ma alle sue irate parole fece eco la risata di Morgana: “Intanto abbiamo trovato uno dei segreti oscuri di questa città! Bene, se voi avete PAURA di passare sotto un arco non credo che siate degni di governare un'intera città." E in queste sue parole la Signora di Avalon mise un profondo tono di disprezzo; poi, senza aggiungere altro, Morgana si avviò verso l'ombra proiettata dall'Arco, seguita da La Spada che lanciava eloquenti occhiate in direzione della scorta del Difensore che nel frattempo aveva già raggiunto l'Arco.
Intanto Baphomet si aggiustò gli occhiali da sole, squadrò i signori del luogo e sospirò: “Certo che siete proprio due cazzoni... Mi fate venire voglia di trascinarvi all'ombra dell'Arco giusto per darvi fastidio..." E sorrise. “Perché VI DA fastidio, non c’è dubbio….”
Ma il Difensore e l'Amico non sembravano dell'umore adatto per apprezzare l'umorismo di Andrea. Infatti guardavano Morgana avvicinarsi all'Arco, e sui loro volti era dipinta un'espressione nervosa che si riusciva a decifrare. Dopo alcuni secondi si mossero comunque anch'essi per seguire l’Incantatrice, anche se i loro occhi puntavano più spesso sull'Arco che non sulla Signora di Avalon.
In pochi secondi Morgana raggiunse l'ombra dell'Arco, che si estendeva esattamente ai piedi del palazzo, un pozzo di oscurità assediato dalla luce impietosa del Sole. Al centro la grata inchiavardata al terreno. Tutt'intorno la scorta del Difensore, che però non sembrò reagire alla presenza di Morgana.
In alto la sagoma del palazzo, incombente.
I due signori di Bsorgu raggiunsero Morgana sotto l'Arco, e il Difensore disse:
“Bene, adesso che siamo all'ombra potete comunicarci il vostro verdetto, o avete in mente qualcos'altro, prima?” L'Amico taceva, ma i suoi occhi si muovevano rapidamente tutt'intorno, come se cercassero qualcosa o qualcuno.
Stefano Spock si girò lentamente verso il Difensore, lo fissò negli occhi e rispose così alle sue parole: “Bene, amici miei, prima che mi decida a dare una mano a Raffaele a sradicare dalla faccia dell'universo questa città stramaledetta, cosa ne direste se cercassimo tutti insieme di capire perché quest'Arco è tanto fastidioso per i nostri amici? Ho come l'impressione che non siano a loro agio, e la cosa mi dispiace moltissimo.” Le ultime parole vennero pronunciate in modo tale da fare capire che sottintendevano l'esatto contrario. Quindi si rivolse all'Amico: “Chi cerchi, Amico, c'è forse qualcuno qui intorno che ti disturba?”
Ma il Signore di Bsorgu restava in silenzio, mentre i suoi occhi cercavano quelli del Difensore, come se solo lui avesse la risposta, o la forza di pronunciarla. Ma anche il Difensore taceva, il volto chiuso in un'espressione quasi rabbiosa.
Intanto Gilgamesh era giunto sotto l'Arco e stava scrutando nelle ombre tutt'intorno, sembrava essersi ripreso in parte dalla sua spossatezza, mentre i suoi occhi parvero emanare luce dorata. Teeteto gli si avvicinò e, dopo qualche secondo, gli disse: “Già Alfredo aveva parlato di questi archi, poi Morgana e adesso tu li osservi così attentamente. C'è qualche cosa di cui non sono a conoscenza per cui ci aspettiamo qualche cosa da essi? Immagino di sì visto che quando si è avvicinata Morgana all'Arco i volti dei Signori erano tesi e nervosi.”
Ma Gilgamesh sembrava troppo concentrato sul suo potere per poter rispondere alle parole di Teeteto.
Anche Falasifa aveva raggiunto l'Arcod-Isma-Ria, e si era seduto all'ombra del palazzo, le gambe incrociate nella posizione del loto. Poi, carezzandosi la barba, iniziò a rimuginare a mezza voce, e non si riusciva a capire se stesse parlando a se stesso o a tutto lo strano mondo che li circondava.
“Perché è tutto così complicato, Fratellone? Perché? Cosa vuoi dirci? C'è un messaggio in tutto questo? Ci sei veramente tu dietro a questi due Signori?” Guardò per un attimo l'Amico, poi scosse la testa. “Quando ho lacerato il Velo di Maya e messo in luce la cosa in sé, sotto l'apparenza dell'Amico, è apparsa una... cosa, non saprei darle un nome, che non potevi essere tu. Forse c'erano altri veli da strappare, altre barriere metaforiche da infrangere...? E in fondo, c'è qualcosa dietro a questa serie di maschere? Domande, domande... dannazione. Dovrei essere io quello degli Enigmi, non tu!”
Morgana, quasi in disparte, restava invece in silenzio, forse in attesa degli sviluppi della situazione, mentre Alfredo si avvicinava alla grata, forse con l'intenzione di scoprire cosa si trovava al disotto. Due degli uomini della scorta però gli si mossero incontro, come a volerglielo impedire. Alfredo li guardò e disse: “Cosa volete fare? Vi permettete di fermare me? L'uomo che si può permettere di insultare e di giudicare la condotta del vostro Signore? Avete bevuto? Il vostro cervello forse? Suvvia, levatevi tre passi...”
Le guardie però portarono le mani alle spade, come se neanche avessero udito le parole di Alfredo. E il Difensore così gli rispose: “Mi sono stancato della tua arroganza. Una scelta deve essere compiuta, oggi, ma forse non è necessario che sia anche tu a farla...”
E nel silenzio carico di tensione che seguì si intuì qualcosa muoversi da qualche parte nell'ombra. Un uccello, o forse solo un grosso insetto. Ma in un istante era già svanito. Si sentivano osservati...
Ma dalla città alle loro spalle videro una sagoma avanzare, muovendosi come se non avesse peso, come se fosse troppo leggera per dover essere costretta a segnare il terreno con le proprie impronte. Pochi passi e fu vicina a loro. Riconobbero subito il Muto, ma dietro il suo perenne sorriso si leggeva una specie di tristezza, o forse di delusione. “Ben ritrovati, amici miei...”
Ma le sue parole furono sopraffatte da quelle del Difensore, la cui voce vibrava d'ira a stento trattenuta. “Basta così! Taci e vattene, Muto! Tutto questo non ti riguarda. Hai già interferito anche troppo, e io non sono disposto a tollerare altre intromissioni! Anche tu devi accettare il verdetto, come noi. Quindi adesso allontanati, e lascia che il Destino si compia.”
Il Muto lo guardò sorridendo, ma nella sua voce c'era una specie di pietà: “Hai ragione, tutto questo non mi riguarda. Io sono quello che sono, e quale che sia l'esito ultimo di tutta questa vicenda io non cambierò. Io non cambio mai.” E sorrise, ma sembrava che sorridesse soprattutto a se stesso “Però voi state barando. Avete mentito, e questo non è giusto. Ed è strano che debba essere proprio io a parlarvi di giustizia. Ma forse poi nemmeno tanto... Quindi adesso lascia che parli, Difensore. E accetta ciò che sarà."
Adesso il Muto si rivolse agli stranieri: “Bene, amici miei, ci sono alcune cose che devo dirvi, ma non temete : cercherò di essere sufficientemente oscuro... Siete vicini alla soluzione, più di quanto immaginiate ma ancora esitate a riconoscere una piccola verità, a rispondere ad un piccolo Enigma. Domandatevi : chi state cercando? Il cuore degli uomini è certo assai complicato, ma quello di alcuni di loro (e oso pensare che sappiate a chi mi riferisco) lo e' ancora di più. E dietro un volto d'uomo chissà cosa si può nascondere. Forse anche un vampiro terrificante? O magari due? E poi, svegliarsi non è mai semplice, né indolore. E a volte è più facile tornare a dormire. O esservi costretti... Magari perché c'è troppa luce... Eppure, eppure... ci sono sempre molte cose da valutare, da decidere, da considerare. E stavolta tocca a voi. Ditemi: vi piacerebbe tornare bambini? Dimenticare per essere un po' più sereni? Forse però e' meglio impugnare la spada e combattere in una tempesta di nemici nel nome di ciò che si ama. O magari correre in girotondo tenendosi per mano, e poi cadere a terra ridendo, e poi ricominciare anche se sanguinano le ginocchia. Ma ora basta, o davvero il Difensore potrà dirsi a ragione infuriato con me. Scegliete bene, amici miei, perché la scelta è solo vostra, e con essa il premio più grande: una piccola vita. E della vostra scelta una persona, da qualche parte, potrà essere... grata!” E con queste parole il Muto tacque, e sorrise, mentre il Difensore lo guardava irato, e poi guardava i membri del Pathos. E, quasi in disparte, gli occhi dell'Amico sembrarono luccicare come di pianto.
Intanto Gilgamesh, concentrandosi, lasciò che il tuo sguardo perforasse le ombre dell'Arcod-Isma-Ria, cercando come un falco o un segugio. Ma tutt'intorno non vide niente, non una persona o qualcosa che potesse attirare la sua attenzione. Neanche Lord Raphael. Ma quando ormai stava per richiamare indietro il potere, qualcosa lo colpì. Questa oscurità, era come se fosse una nube nera che piano piano si sfilacciava per scomparire prosciugata dal Sole. Non un'assenza di luce, ma qualcosa di diverso, di quasi solido. E in pochi secondi, osservando quanto il suo potere incontrasse resistenza in un punto piuttosto che in un altro, scoprì che l'origine dell'oscurità era sotto i suoi piedi! Dietro la grata! Ma per quanto si sforzasse non riuscì a vedere cosa la generasse, cosa si nascondeva in fondo, nel buio.
Falasifa intanto ascoltava con molta attenzione le parole del Muto, poi si mise a ridere di gusto arrivando a coprirsi gli occhi con la mano, continuando a sghignazzare. Sembrava che parlasse ancora all'intero Dominio. “Ecco, vedi? Te l'ho detto! Vuoi usurparmi il posto, con questi Enigmi?”
Ma Gilgamesh lo interruppe esclamando: “Tacete, vi prego! C'è qualcuno o qualcosa OLTRE quella grata, che origina tutta l'oscurità. Una Fonte Oscura, se così la posso definire... l'unico posto dove i miei sensi non riescono più di tanto a penetrare. Capite? E' un'Oscurità ‘solida’ e... si muove....." Così dicendo Gilgamesh si avviò risoluto verso la grata, affiancando Alfredo. Estrasse la sua arma e guardò con aria intimidatoria le guardie che stavano minacciando il suo compagno. “Baphomet, La Spada... volete aiutarmi?” La risposta di Andrea fu immediata: “Sempre a tua disposizione, amico mio.”
Anche La Spada si mosse dal fianco di Morgana per portarsi di fronte alle guardie, ma ormai non aveva più lo spadone, l'aveva abbandonato nel salone dell'Amico. Eppure adesso, forse proprio per questo, sembrò più imponente di prima, quasi più minaccioso, mentre squadrava le guardie in silenzio, come se non avere l'arma fosse un particolare senza importanza, come se per coloro che aveva davanti un'arma non fosse nemmeno necessaria.E dalle loro spalle si udì Stefano che diceva: “Se poi volete una mano a togliere quella grata io sono qui...”
La scorta del Difensore restava però immobile, le mani sull'impugnatura della spada, gli occhi fissi in quelli dei tre che li fronteggiavano, e alcune gocce di sudore cominciarono a scendere dalla loro fronte. Quasi sembrava di udire i loro pensieri, di sentire i battiti del loro cuore sempre più rapidi mentre immaginavano lo scontro che sarebbe seguito, e ricordando le voci in città sulla sconfitta della Guardia, i sei corpi sul selciato, e il palazzo che tremava sotto i colpi della creatura evocata da Lord Raphael, e già vedevano anche se stessi nelle pose scomposte della morte. Ma restarono in silenzio, e solo uno di loro, un ragazzo di forse vent'anni, cedette e i suoi occhi cercarono quelli del Difensore, di colui che solo avrebbe potuto evitare la sua morte, la fine dei suoi sogni, dei suoi Desideri di fare, vedere, ridere, amare..., ma fu un attimo, e poi il ragazzo tornò a guardare negli occhi Gilgamesh, forse soltanto un po' più pallido.
E i secondi passarono, il silenzio sembrò avvolgere tutti con un incantesimo, finché non udirono parlare l'Amico: “No, ti prego, fratello. Non altra violenza. Che bisogno c'è? Sapevamo che sarebbe potuto succedere, e forse è stato un nostro errore cercare di tenerglielo nascosto. Forse se vedessero potrebbero meglio capire, e accettare le nostre parole. Ti prego.”
Il Difensore lo guardò senza che dal suo volto trapelasse un'emozione, e rispose con voce gelida: “Sei sempre più debole. Incapace di tutto fuorché piangere e supplicare. Non capisci che questa può essere la nostra fine? Sei pronto ad accettare anche questo Destino, a chiudere gli occhi di nuovo, e per chissà quanti anni ancora? Sei patetico. Ma io valuto la vita dei miei servitori più delle tue suppliche, e non voglio vederli morire inutilmente. Allontanatevi dalla grata, figli miei. Avete agito bene." Alle sue parole le sei guardie fecero due passi indietro, e di sfuggita si vide passare sul volto del ragazzo un piccolo sorriso, mentre vedeva lo spettro della morte allontanarsi, ancora per un po'. Forse un giorno, forse soltanto poche ore...
Gilgamesh, La Spada, Baphomet e Alfredo, seguiti da Stefano, si avvicinarono alla grata: una maglia di sbarre di metallo spesse un paio di centimetri e infisse nella pietra, senza serrature o cardini sui quali girare. Costruita per sigillare per sempre ciò che si trovava al disotto. Adesso che erano così vicini poterono verificare le parole di Gilgamesh: qui l'oscurità era più fitta, e i loro occhi non riuscirono a scendere oltre pochi centimetri, permettendo soltanto d'intuire la sagoma di una specie di pozzo che si perdeva giù, in basso. Neanche i sensi acuti di Gilgamesh riuscirono a nulla. Soltanto, nel silenzio, il Guerriero Desiante riuscì a sentire, a malapena, il suono di un respiro, lento, cadenzato.
Accortosi delle difficoltà dei suoi amici, Falasifa si avvicinò anche lui alla grata e disse: “Permettetemi.”
Quindi si concentrò per pochi istanti, la sagoma traslucida del triangolo luminoso che una volta ancora compariva sulla sua fronte, e dalle sue dita gentilmente protese in avanti sorse una sfera di luce, simile a quella creata da Teeteto per accecare l'avversario di Gilgamesh nel salone dell'Amico, ma più grande e luminosa, e più soffice.
Come spinta dal vento, la sfera oltrepassò la grata e iniziò lentamente a scendere verso il basso. La sua candida luce perforò l'oscurità che la avvolgeva, e che adesso sembrava agitarsi come una bestia ferita, e rotolava su se stessa in molte spire simili a tentacoli di notte. E ad ogni centimetro la luce si faceva più debole, come se velocemente l'oscurità la stesse consumando, assorbendo, digerendo. Ma adesso scorgevano, a forse due metri da loro, qualcosa, una sagoma, un uomo in piedi ma col capo chino in avanti come se dormisse.
Ecco, la luce ormai fioca della sfera lo toccò, ne sottolineò i lineamenti, i capelli così corti da essere quasi invisibili, il profilo di una barba lunga e scomposta, gli occhi chiusi, le spalle rilasciate, e poi con un lamento la luce scomparve, alla fine inghiottita dalla notte.
Era Franco. L'avevano trovato.
Ma ancor prima che potessero dire qualunque cosa, fu il Difensore a parlare: “Bene, adesso sapete. Lì si trova colui che state cercando. Ma ancora non comprendete. Guardatevi attorno, guardate me e il mio indegno fratello. NOI siamo in realtà l'uomo che state cercando. Quello che giace lì sul fondo è soltanto un guscio inutile. Mortale. Accettate adesso ciò che finora non avete voluto vedere: NOI siamo Solone. Quello” E indicò la grata “E' soltanto Franco Malatesta. E adesso scegliete." E con queste parole incrociò le braccia sul petto e tacque.
Ma era l'Amico adesso a parlare: “E' vero, vi abbiamo mentito. Ma cercate di comprendere: dopo tanto tempo, tanto tempo, finalmente il risveglio, la possibilità ancora una volta di fare qualcosa, forse poco o forse molto, di aiutare chi soffre, di riportare un po' di pace in questo mondo. E invece la paura di tornare nell'ombra, di nuovo dimenticati, di nuovo soltanto un miraggio quasi irriconoscibile, un grido la notte e poi più nulla. Capite? Noi non possiamo ancora una volta dimenticare. Ancora una volta essere dimenticati. Vi prego. Io non voglio, non voglio...." E le sue parole si spensero in un singhiozzo.
Le parole dei due Signori di Bsorgu scatenarono la reazione di molti di loro. Andrea si rivolse al Difensore: “Inutile buffone, sei tu che non capisci. Io non sono venuto a cercare un nome. Io sono venuto a cercare l'entità che mi guarda e mi riconosce come amico. Tu ed il tuo fratellino siete solo squallide caricature. Fottiti." Quindi si voltò verso la grata: “Tutto ok, Angelo? Veniamo a prenderti.” Ma dall'oscurità non giunse alcuna risposta. Andrea si avvicinò alla grata, ma venne fermato dall'Amico che gli si pose davanti dicendogli:
“Ti prego, aspetta a giudicare. Io capisco che vuoi salvare il tuo amico, davvero, ma cerca di comprendere quali conseguenze avrebbe questo tuo gesto. Non so perché debba essere così, ma oggi noi tre siamo dinanzi a voi a chiedere di essere salvati, salvati da noi stessi. Non abbiamo la forza di vincere da soli, e la chiediamo a voi. Ma, vi prego, cercate di comprendere. Siamo vicini al momento finale, al termine del millennio. Oggi più che mai è necessario che Pathos sia unito, compatto, e consapevole. Io posso ottenere tutto questo. Solo io. Se sceglierete me, se deciderete che io dovrò avere il nome di Solone in questi anni, io porterò l'armonia in Pathos, una città dove tutti avranno una casa, un luogo di fratellanza e libertà. Ma per fare questo devo essere forte. Devo poter sconfiggere l'Assassino. E Franco Malatesta. Lui è solo un uomo, come può comprendere la meraviglia dei miei Desideri? Io ricordo gli istanti iniziali del Tempo, quando eravamo davvero fratelli, e liberi di mostrare il nostro volto bellissimo e inumano, senza dover sottostare a questa prigionia della carne mortale. Ma lui... lui non potrà mai capire. Voi non sapete quanto a volte sia debole, meschino, egoista, bugiardo, limitato. E' un uomo inferiore al compito che il Destino ci ha posto sulle spalle. Lasciate quindi che prenda sulle MIE spalle questa missione! Liberatemi da questi vincoli mortali! E il premio sarà un futuro migliore per tutti noi, e per tutti gli uomini."
Ma Falasifa commentò così le parole dell'Amico: “Ma per l'amor di Psiche, vi rendete conto delle assurdità che andate dicendo? Non farò una scelta che non ha ragione d'essere. Tutti noi, qui, abbiamo attraversato i secoli, spesso ignari del nostro status metafisico. La venuta della cometa Pathos ci ha risvegliati dal nostro lungo sonno. So benissimo che per noi Note di Psiche l'inconsapevolezza e l'oblio sono i mali peggiori: vi siete forse dimenticati che il mio ruolo è quello di chi fa chiarezza nella mente umana? Tu... voi avete sofferto come tutti noi di questa cosa. Ora che abbiamo la possibilità di tornare a vivere pienamente, chi mai desidererebbe un secondo oblio? Ma la realtà è molto più semplice di come la dipingete. Non c'è nessuna scelta da fare tra Solone e Franco Malatesta, perché sono la stessa cosa. Sono parti inscindibili di un tutto: e chi tenta di dividerle compie un delitto ad entrambe. Forse questa... situazione nasce da un'inconciliabilità tra le esigenze della Nota e le possibilità dell'uomo: ma ricordati che il Pathos è ancora debole. Ci sarà tempo per questo. Ora l'importante è ricucire lo strappo e riportare tutto alla normalità. Perché in fondo lo sapete anche voi: la normalità è quella di un'armonia tra i pezzi dello spirito di Nomos. Come prima."
“Posso accettare che gli altri non comprendano,” ribatté il Difensore “Ma tu dovresti essere più intelligente di così. E invece ti diverti a raccontarci storielle note da tempo e completamente inutili. ‘Solone e Franco Malatesta sono la stessa cosa’. Idiozie! Quante volte ho vissuto PRIMA di Franco Malatesta? Tu che parli tanto dovresti ben saperlo: noi non siamo nemmeno umani! Siamo entità antichissime, anteriori all’uomo, e che l'uomo a malapena può sperare di comprendere. Ma se anche il sapiente ‘Falasifa’ si confonde, non posso certo pretendere di meglio dagli uomini... E non straparlare dei ‘pezzi dello spirito di Nomos’. Che ne sai tu? Che ne sai della lotta che da sempre, DA SEMPRE!, si combatte nel cuore di tuo Fratello? Comprendere e assolvere, giudicare e condannare. Credi che abbia gioito quando ti ha visto morire, molti secoli fa? Credi che non avrebbe voluto anche lui portarti in salvo, fuggire, e che importa della Legge? Cosa ne sai tu di tutto questo? E se oggi la lotta è più forte, e il conflitto insanabile, forse è perché dopo tanto tempo finalmente il risveglio è stato più completo, più possente, o forse è per questo Sole che martella la mia città, o forse semplicemente perché Malatesta è un debole, la sua Psiche fragile e incapace di accettare la mia presenza. Ma che ne sapete che anche questo non sia previsto, da qualche parte nei polverosi volumi del Destino? Che ne sapete che oggi, finalmente, Solone non abbia la possibilità di tornare intero, completo, perfetto, come fu millenni fa? Non più costretto a scendere a compromessi con i limiti umani, ma libero, e potente. Ah, se solo potessi di nuovo impugnare la Legge come spada affilata, e guidare eserciti contro i barbari, erigere mura invalicabili attorno a coloro che amo, vendicare le ingiustizie." E dicendo questo guardò Gilgamesh! ”Pensate a questo. Pensate a quanto potrei fare se fossi io il vincitore."
Stefano guardò in silenzio entrambi i Signori, con un po' di compassione l'Amico, con assoluto odio il Difensore. Quindi disse: “Voi due siete pazzi se credete che possiamo scegliere una Parte al posto del tutto. Solone, Nomos, Angelo valgono per me mille volte i suoi vari aspetti. E se invece la scelta che mi proponete è tra Angelo e Solone... beh, allora credo proprio che il lungo sonno vi abbia rimbambiti entrambi, perché non c'è differenza tra le due cose: Angelo e Solone sono UNO, sono MIO FRATELLO, ed è lui che rivoglio. Spero di essere stato abbastanza chiaro.”
“Sì” rispose questa volta l’Amico “Questo è stato vero. Ma forse oggi non lo sarà più. Un tempo noi e i nostri gusci mortali eravamo uniti, avvinghiati in una morsa soffocante per entrambi. Per noi, che umani non siamo, e soffriamo tutto ciò che ci distoglie dal nostro compito: la paura, la debolezza, la morte. E per l'uomo, costretto a convivere con frammenti di fuggevole consapevolezza, incubi senza nome, Desideri destinati al fallimento. Perché così è sempre stato. Noi abbiamo una missione, una compito gigantesco, sterminato, la ragione della nostra stessa esistenza, del nostro nome tra gli uomini. Ma quante volte l'avete raggiunto? E non capite che è stata la vostra natura umana a limitarvi, a rendervi incapaci di realizzare i vostri Desideri? Ma oggi forse questo può cambiare. Voi avete la possibilità di liberarci, di liberarmi, da questa tortura, di darmi finalmente la possibilità di raggiungere lo scopo della mia vita, i miei Desideri. Vi chiedo solo questo: datemi una possibilità. Se in me qualcosa vi ricorda il Solone che conosceste, così come in voi io vedo il riflesso di tante cose che furono, vi prego, ascoltatemi. Esaudite il mio Desiderio."
Ma Gilgamesh guardava corrucciato tanto l'Amico che il Difensore: “Sapevate fin dal principio chi eravamo e che rappresentavamo le varie forze del Pathos. Ci avete mentito fin dal principio, mentendo a chi era venuto per aiutarvi, voi tutti, a coesistere con l'Uomo che ora fa parte di voi. Voi stessi avete messo in pericolo questo dominio, presentandovi divisi all'ira di Lord Raphael. Ebbene: ci avete chiesto un giudizio, e ve lo daremo, statene certi... ma sappiate che Voi avete imprigionato Franco là sotto, e per i Mille Volti di Desiderio, VOI lo riporterete su, in un modo o nell'altro!" E così dicendo Gilgamesh prese la sua Spada e la conficcò violentemente nel terreno, in attesa.
E subito giunse la risposta del Difensore: “Non riuscite proprio a comprendere, vero? Siete solo capaci di seguire i vostri meschini schemi mentali, i vostri facili pregiudizi... E voi dovreste salvare il mondo? Non siamo stati noi a ‘imprigionare’ Franco Malatesta. Non abbiamo motivo di amarlo, è vero, ma lui era il nostro campo di battaglia, a lui spettava, come sempre è stato nei millenni passati, la scelta tra me e il Debole. Una scelta inconscia quasi sempre, ma pur sempre una scelta. E' per la sua debolezza che adesso siete voi a dover decidere. Io e il mio povero fratello ci siamo limitati a costruire questa grata, ma non abbiamo in alcun modo nuociuto al vostro amico. Se lui dovesse morire, io e il Debole torneremmo nell'Oblio, per chissà quanto tempo ancora. La grata è qui per proteggerlo, non per imprigionarlo. Ma non chiedetemi perché il vostro amico sia giunto proprio qui, o cosa potete fare per salvarlo, perché non ve lo direi nemmeno se lo sapessi. E adesso che spero abbiate compreso almeno un poco l'importanza della vostra presenza, vedete di decidere, una buona volta. Non sopporto questa vostra incapacità."
“Ah, sì?” esplose Gilgamesh in preda all'ira “Avete SOLO messo una grata? E questo non significa imprigionare L'Uomo con il quale siete fusi e che vi permette di vivere? Questa è ciò che chiami giustizia, Difensore? Ascoltatemi entrambi voi, sciocchi fantasmi! Giuro che provo uno strisciante Desiderio di pentirmi della mia reazione contro Lord Raphael, che vi stava parlando nell'unico linguaggio che vi si addice, e la prima volta che lo vedrò mi piegherò a fargli le mie scuse. Ebbene!" E con queste parole estrasse la Spada e la alzò con la punta verso l'Amico "Noi qui presenti esprimiamo diversi aspetti del Pathos, il Pathos di cui siete espressione e che pure voi ostacolate nel suo momento più importante, mentre si scatena la guerra di fine millennio; io posso parlare solo in nome di quella parte del Pathos che incarno: il Desiderio che guarda a se stesso, e Desidera di continuare a Desiderare, per cui il mio giudizio è solo per te, ‘Amico’, ma non dubitare, Difensore, sono certo che i tuoi Fratelli in Psiche, qui presenti, sapranno giudicare anche te, secondo Ragione."
Gilgamesh parve illuminarsi della luce che lo pervadeva ogni volta che chiamava a sé il potere di Desiderio, e nella sua bellezza splendente, la sua voce si fece solenne e lapidaria.
“Tu, Amico, parte dispersa ed errante di Nomos, mio fratello in Desiderio e in Pathos, tu che hai creduto di portare il Desiderio Deviato a governare questo Dominio che non appartiene ad esso, sappi che del Desiderio sei divenuto la più angosciosa delle Negazioni. Siamo venuti per ridare libertà all'Uomo che hai tentato di celarci, e tu e tuo fratello avete tentato d'impedircelo. La libertà, Amico Traditore, è ciò che rende possibili i Desideri. Senza di essa i Desideri sono vuoti e senza scopo. Tu quindi, attentando alla libertà, hai minacciato Desiderio stesso. In nome di Desiderio, io ti giudico colpevole di aver soffocato i Desideri dell'Uomo che ti ha tolto dall'Oblio, e ti condanno a servire colui che hai offeso, ricongiungendoti ad esso, cosicché possiate tornare ad essere Solone, sorgente di forza nel Pathos!"
La voce di Gilgamesh era potente e autoritaria, le sue parole colpirono profondamente l'Amico, che chiuse gli occhi e abbassò il capo come un colpevole dinanzi al giudice che lo condannava, che schiacciava senza pietà i suoi Desideri, che li allontanava da sé, che li umiliava. Quando rialzò la testa i suoi occhi erano colmi di lacrime:
“Mi hai giudicato, Primo di Desiderio. Il potere del Pathos è grande nelle tue parole. Accetto il tuo giudizio, perché non posso combatterlo. Morirò, quindi, e tornerò pensieri senza nome nella mente di un uomo. Morirò. Questo sogno è finito, per me."
Intanto Falasifa si era mosso verso il Difensore, fino ad arrivargli vicinissimo. Per lunghi secondi i loro sguardi s'incontrano, in silenzio, poi Falasifa parlò:
“Libero e potente, hai detto? Forse ti stai dimenticando il nostro retaggio? Noi SIAMO uomini. Noi Note di Psiche non possiamo essere altro: come potremmo portare il nostro messaggio agli uomini se non parlassimo la loro lingua, se non camminassimo in mezzo a loro, se non fossimo ‘come’ loro? Tu dunque ambisci a essere nuovamente uno spirito disincarnato, un concetto? Come nella notte dei tempi, quando l'uomo era solo un sogno del Destino? E mi dici come farai a ‘impugnare la Legge come spada affilata, e guidare eserciti contro i barbari, erigere mura invalicabili attorno a coloro che ami, vendicare le ingiustizie’ quando non avrai due braccia, due occhi e un cuore umani? No, Difensore. Io non conosco il tumulto che da sempre agita il tuo cuore. Non lo conosco, né mai potrò conoscerlo: solo tu puoi. Ma una cosa sola conosco: non sei l'unico a sentire queste strazianti lacerazioni nell'animo. O ti sei forse dimenticato che le Note posseggono una doppia natura? Quante volte mi trovo in bilico tra Psiche ed Enigma e non so scegliere? E il non scegliere è già una scelta, purtroppo. Ogni volta che non imbocco una di queste due vie, il Pathos si indebolisce. Lo stesso vale per te: è necessario che entrambe le parti del tuo animo si contrappongano dialetticamente, come è da sempre nella natura di Nomos. Ed è necessario anche che l'Amico e il Difensore lottino nel cuore di un uomo, o la loro interazione sarebbe solo... parole al vento.” Detto questo gli diede le spalle. Fece per andarsene ma non si mosse, i pugni contratti. La sua voce era quasi un sussurro. “E so, so che una parte di Nomos avrebbe voluto salvarmi da condanna. Ma non potemmo fare diversamente. Tu hai sofferto, e ne soffri ancora. Anch'io.”
Il Difensore restò in silenzio, sul volto un'espressione forse per la prima volta d'incertezza, come se in pochi secondi stesse riesaminando le sue convinzioni, le sue teorie, le sue speranze di poter essere, in qualche modo, libero da se stesso. Ma è sempre difficile abbandonare lo scopo della propria esistenza, accettare la sconfitta.
“No, ti sbagli! Ti sbagli! Noi possiamo vivere anche senza l'uomo! Noi siamo più grandi di loro! Più potenti! Noi...”
Incapace di trattenersi ulteriormente, Stefano si voltò verso il Difensore, in una smorfia indefinibile tra l'odio, il dolore e il disgusto. Scattò verso il Signore della città e lo afferrò per il collo, sollevandolo di peso. “Adesso piantala. Taci. Non voglio più sentire una tua parola. A costo di far del male a mio fratello, tu starai zitto, da adesso in poi. Perché noi siamo esattamente come Angelo, noi capiamo la lotta tra lo spirito mortale e quello immortale. Sappiamo che non ci è concessa l'inazione, che non ci è concesso il sonno, e soffriamo perché esso ci garantirebbe una vita comoda e sicura. Ma quanto inutile e vana! Il fatto stesso che tu disprezzi la mortalità delle nostre incarnazione dimostra che non hai capito un emerito cazzo di cosa sia una Nota. Lascia che te lo spieghi, a parole chiare e semplici. Noi siamo (e soprattutto voi Due) forze, noumeni, spiriti. Abbiamo un Destino segnato, e non possiamo essere diversi da quelli che siamo nemmeno volendo. Gli Eterni, benedetti i loro sette nomi, coloro che erano, sono e saranno i Signori dei Cuori degli Uomini, sono forze, e volontà di esistere, e nulla più. Sono ancora meno liberi di noi. Costoro” Aggiunse indicando Alfredo e Teeteto “Sono i nostri figli, i nostri fratelli, ma sono anche nostri superiori. Perché essi POSSONO SCEGLIERE. Ed è per questo, emerito imbecille, che noi Note possiamo e dobbiamo incarnarci nel mondo. Perché per quanto limitato sia il nostro potere, quando siamo sotto le nostre spoglie mortali siamo LIBERI DI AGIRE. Capisci? Fattelo entrare in quella testa che vede solo ordine! I sette Eterni vivono nell’Oceano del Pathos, che è l'oceano del caos e della libertà. La tua maledetta e miope concezione della legge è APATIA, e come tale il mio fratello Solone l'avrebbe giustamente CONDANNATA. E per quanto riguarda te, Amico, anche la tua città dell'affetto, non credere, non è meno apatica e disgustosa ai miei occhi. E agli occhi dei sette Eterni. Questo è ciò che penso. E credo che i miei fratelli siano d'accordo con me." E con queste parole lo rimise a terra.
Il Difensore guardò verso la grata. “Possibile che abbia sbagliato? Che sia stato tutto un errore? Che la libertà, la forza che cercavo fossero solo un'illusione di morte? Ma non importa più, ormai. Vi ho chiesto un giudizio, e il giudizio è giunto, forse meno esplicito di quello che ha subito l’Amico ma altrettanto chiaro. Non sarò tanto meschino da non accettarlo. Spero soltanto che davvero abbiate ragione voi. Che la mia sconfitta serva almeno a qualcosa..."Ma mentre il Difensore parlava, la luce tutt'intorno a loro, al di la' dell'Arco, sembra farsi sempre più intensa, come se il Sole stesse abbandonando il suo trono in cielo per scendere a terra, come un Dio che si appresta alla guerra. I due Signori di Bsorgu sembrarono come paralizzati, gli occhi spalancati e vuoti.
Dall'alto si udì provenire una voce, dura e profonda, che si rivolgeva agli stranieri, ma era come se parlasse a tutto quel mondo martoriato:
“Pathos è un abominio, schiavitù e corruzione. Deve essere abbattuto nel nome dell'Uomo. Perché tutti gli uomini possano essere liberi, i Demoni di Pathos devono essere abbattuti! Non posso accettare che uno di loro sia salvato dal suo destino di condanna e sofferenza. Il Sole è più forte di ogni Demone. Il Sole trionferà!
E davanti ai loro occhi il Difensore e l'Amico cominciarono a trasformarsi, le loro sembianze umane in pochi secondi caddero lasciando libero il loro vero aspetto.
L'Amico sembrava scosso da fremiti, mentre sotto la pelle si agitava qualcosa, come piccoli e frenetici tentacoli. Poi la pelle si sfaldò, lacerata dall'interno, e al posto dell'uomo che conoscevano videro ora quella strana Pianta che già Falasifa aveva costretto a rivelarsi. Un profumo dolce e quasi inebriante si spandeva nell'aria. La mostruosa Pianta agitò le radici tutt'intorno, ma i suoi tentacoli più lunghi saettarono verso la sagoma di Gilgamesh, per afferrarlo e stritolarlo.
Intanto anche il Difensore era ormai scomparso, le sue vestigia umane cadute come una maschera di creta. Al suo posto c'era adesso una creatura di metallo, una Sfera composta da centinaia, migliaia di archi, semisfere, circonferenze, che si muovevano una dentro l'altra, una sopra l'altra, in un sincronismo perfetto. La Sfera si stava muovendo adesso verso Falasifa e Stefano, e sul selciato si sentiva il rumore graffiante di lame ed uncini di metallo talmente affilati da lasciare profonde ferite perfino nel pavimento.
In alto la voce ripeté: “Il Sole trionferà, oggi e sempre!”
Tutt'intorno all'Arcod-Isma-Ria la luce del Sole risplendeva di un fulgore innaturale e violento che sembrava attraversare la stessa pietra del palazzo per raggiungerli tra le ombre. Ciò nonostante, Falasifa si sporse per guardare direttamente il Sole, senza schermarsi gli occhi. “Da non crederci... Elio G. ha davvero indottrinato la mente di... già, di chi? Di Franco? Di Nomos? Mi sa proprio che come avversario ti abbiamo sottovalutato. Vedremo di rimediare anche a questo.” Poi tornò ad osservare la cosa che un attimo prima era stato il Difensore, una Sfera di metallo lucente che in un rumore di ingranaggi e meccanismi si avvicinava a lui e a Stefano. “Ottimo. Dimostrami quanto sei libero obbedendo ai comandi di un altro. Che aspetti? Io non muoverò un muscolo per difendermi.” Con queste parole si inginocchiò per terra, le braccia dietro le schiena. E guardò sommessamente a terra, respirando con calma. Stefano e Teeteto lo imitarono.
La Sfera sembrò rallentare, le ruote dentate che arrivavano quasi a bloccarsi, come se non potesse costringersi ad attaccare l'uomo inerme davanti a sé. Ma la voce dall'alto ripeté, con forza ancora maggiore:
“Il Sole trionferà! COMBATTETE!”
E in risposta la Sfera ricominciò ad avanzare, più rapida, le lame che si protendevano verso Falasifa, che attendeva immobile, indifeso. Ma quando ormai soltanto mezzo metro la separava dal loro compagno, con un movimento quasi felino Andrea le si pose davanti, le labbra inarcate nel sorriso che ormai tutti avevano imparato a conoscere. E mentre sfoderava la spada corta il Demone mormorò quasi a se stesso:
“In effetti mi chiedevo dove fosse la componente mitraica in tutto questo.” Quindi, rivolto al Sole: “Ma parlarne da persone civili, no? Un civile confronto dialettico?” Poi guardò la Sfera che avanzava e si rispose da solo: “No, un selvaggio scontro muscolare.”
Non fece quasi a tempo a terminare la frase che venne investito da una tempesta di colpi rapidi e precisi che lo costrinsero ad arretrare. La Sfera era irta di lame ed uncini, li muoveva in archi e traiettorie assurde, impossibili per un combattente umano, e con una velocità che quasi impediva di distinguere i colpi. Baphomet fu colpito più volte e sul poncho sbocciarono rossi fiori di sangue. I colpi del Demone erano accurati come sempre, ma le difese della Sfera sembravano impenetrabili, e gli ingranaggi che la animavano indistruttibili. Meccanismo perfetto, la Sfera sembrò non avere punti deboli e in pochi secondi Baphomet fu costretto con le spalle alla parete, il braccio sinistro che pendeva inerte al suo fianco.
Intanto Gilgamesh, raccogliendo la Spada che aveva conficcato nel terreno, aveva accettato la sfida della Pianta che pochi momenti prima era stato l'Amico, e aveva invocato il potere del Pathos su di sé. Ancora una volta la sagoma di Gilgamesh si Illuminò e diventò di uno splendore e di una bellezza accecanti. Il canto di guerra di Gilgamesh si fece roboante, come una tempesta che spazzava via tutto davanti a sé, e fra le sue note si sentiva l'ira dell'Eterno Desiderio che si scatenava. La Spada di Gilgamesh intanto avvampava di una fiamma multicolore dentro al quale cominciavano a pulsare minacciose venature nere. Un turbine di vento parve avvolgere la figura del Guerriero Desiante aggiungendogli un'eterna maestà. Sotto i piedi del Primo di Desiderio, la Terra si inaridiva e si spaccava, sconvolta dalla furia del Pathos che Gilgamesh stava evocando.
Ma la Pianta era nel suo Dominio, e non retrocesse dinanzi alla furia di Gilgamesh, le sue radici si avventarono come tentacoli danzanti sulla sagoma del Guerriero Desiante. Eppure non arrivavano a toccarlo, ma gli si piegavano davanti, gli giravano intorno, sopra la testa, e poi si univano gli uni agli altri, per poi ricominciare avvinghiati la loro danza. E fu evidente che il loro scopo non era stritolare Gilgamesh, ma avvolgerlo in una specie di bozzolo, in un abbraccio silenzioso e forse mortale.
Gilgamesh roteava la Spada con forza e abilità, e già molte radici giacevano recise al suolo, immobili, ma altre avevano preso il loro posto, e in più punti si erano strette in pareti che la Spada del Primo di Desiderio faceva fatica ad attraversare.
Ma dalle ombre uscì Nella, che in pochi passi si portò davanti al Guerriero Desiante attraversando la tempesta di tentacoli come se non esistesse, o come se fossero proprio le radici a farla passare nel Desiderio di stringere una nuova preda.
Immobile davanti a Gilgamesh, Demetra incominciò a fare dei gesti con le mani, mentre i tentacoli le saettavano intorno, gesti sempre più veloci, come se raccogliessero dall'aria bracciate e bracciate di fili invisibili... a mano a mano che la sua silenziosa pantomima continuava, i gesti si facevano più lenti, come se diventassero via via più faticosi. Grosse perle di sudore gocciolarono dalla fronte della donna... fino a che, con un ultimo sforzo, Demetra sembra aver tratto a sé tutto ciò che cercava di raccogliere. Strinse le mani, avvicinò i pugni serrati e poi li allontanò di scatto, come per recidere qualcosa che teneva stretto nei pugni. Si udì chiaramente una specie di sibilo seguito da uno schiocco acuto, come se una corda metallica si fosse spezzata d'improvviso... I tentacoli ebbero un fremito e si paralizzarono. Cambiarono rapidamente di colore, da verde scuro a marrone, mentre sembravano essere colpiti dal gelo dell'inverno o dalla siccità dell'estate, come se il potere di Demetra avesse sottratto loro la linfa vitale.
Uno ad uno si piegarono, mentre si facevano neri e morti, e poi, raggrinziti, caddero a terra senza un rumore. Adesso giacevano ai piedi dei due compagni, in un nero arazzo in decomposizione.
Ma la Pianta non era morta, e il suo gigantesco bocciolo colorato cominciò a fremere delicatamente, spandendo nell'aria come cortina dorata un polline dal dolce profumo. Quelli fra gli Empathici che erano ai margini della nube sentirono risvegliarsi nel loro cuore la sensazione struggente dell'abbraccio della madre o della persona amata, il Desiderio di chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Ma se per loro bastò uno gesto della volontà per liberarsi dell'incantesimo, Gilgamesh e Demetra erano al centro della nube, e su di loro la potenza del polline era cento, mille volte più grande.
Intanto Alfredo si era portato al fianco di Morgana, al centro dell'ombra gettata dall'arco, quasi sulla grata. Si guardava intorno controllando lo svolgimento della battaglia, e dalla cintura aveva estratto la lunga frusta di cuoio che impugnava con forza. Dalla frusta sembrava emanare un'aura luminosa di colore indefinibile.
Al suo fianco, Morgana scrutava tutt'intorno come per cercare quale verità si nascondesse dietro la battaglia che infuriava sotto l'Arco. Davanti a lei, come sempre, La Spada, anche se sul volto del guerriero si leggeva chiaramente il Desiderio represso di correre ad aiutare quelli di loro che erano impegnati in combattimento.
Dopo qualche secondo, in silenzio, Morgana uscì dall'ombra dell'Arco, mentre ancora nelle loro orecchie risuonavano le parole del Sole. Il suo portamento era calmo e fiero, imperturbato da ciò che stava accadendo intorno, anche se il suo sguardo era intensamente vigile e acuto. Il pericolo non erano gli orrori in cui si erano trasformati i Signori di Bsorgu, e lei intendeva affrontare il Vero Nemico. Quando parlò, le sue parole furono decise e profonde, mentre guardava in alto il disco luminoso:
“Hai già perso, servo di Mitra. Franco ha scelto di tornare a Noi e i tuoi tentativi di riportarlo indietro sono deboli e sciocchi. Lui non ti ha dichiarato guerra, ma Io sì. Io, Morgana, la Signora delle illusioni, non ti temo perché ti vedo per quella piccola pulce insignificante che sei. Mitra non è niente altro che polvere negli occhi, ma per quanto possa accecare come pagliuzze d'oro nella notte, il vero cuore della vita, il Pathos, le disperde come rugiada al sole. Per quanto la luce della luna riflessa nell'acqua possa sembrare splendida, il fulgore dell'alba del Pathos allontana ogni dubbio. Io ti condanno a servire questo Dominio, affinché i dubbi che provochi possano essere fonte di rinnovamento eterno."
Così dicendo Morgana tornò sotto l'Arco e si avvicinò alla grata. Con un gesto chiese a La Spada di aprirla, e il gigante si piegò per afferrare due sbarre di metallo nella morsa dei pugni. Le sue spalle si inarcarono, i muscoli si tesero come cavi d'acciaio, e il sudore cominciò a colare per terra.
Per alcuni secondi la grata sembrò resistere, mentre dal petto di La Spada si sentiva nascere una specie di ruggito, una vibrazione bassa e profonda, ma poi, in un attimo, le sbarre di metallo cedettero di schianto, e il guerriero le divelse dal terreno in un unico gesto.
In fondo al pozzo l'oscurità, quasi un sudario, era ancora fitta, anche se la luce del Sole sembrava lentamente sfilacciarla. Morgana si avvicinò al margine del pozzo, si chinò in ginocchio e protese una mano verso il basso:
“Vieni, amico mio. Sono giunta, infine, come promesso. Abbandona il dubbio, hai già deciso e lo sai. E ancora una volta è difficile e doloroso, ma come il puro fiore di Loto cresce nella melma, così dalla nostra sofferenza nascerà una gioia più grande. Vieni, mettiamo fine a tutto questo. Io ti sarò accanto, e ti approverò, perché il mio cuore sa già che cosa sente il tuo e la mia mente conosce i mille frammenti dell'Amore e del Desiderio.”
Ma a risponderle fu soltanto il silenzio.
Dal pozzo, come liberata dalla prigionia, si fece avanti solo una nube d'oscurità che si muoveva lentamente attorno a Morgana, in dense spirali ondeggianti. E nella sua mente l’Incantatrice udì quasi a malapena la voce di Franco:
“Io... Il buio mi protegge... il silenzio... troppe cose che non posso capire... troppi fantasmi dentro di me... voglio dimenticare... tornare a dormire... qui non c'è niente da capire, niente da capire... ... ma tu mi chiami, voi mi chiamate... mi costringete a vivere, a sopportare il dolore... io... perché non posso tornare quello che sono sempre stato? ... perché questo Destino è toccato a me? ...io sono solo un uomo, solo un uomo... ... ma non devo chiudere gli occhi, lo so... un equilibrio... tra ciò che sono e ciò che vorrei essere... tra ciò che sono stato e ciò che posso ancora essere... la forza di riaprire gli occhi...". La voce dal pozzo tacque per alcuni istanti.
"... Io...voglio ricominciare a vivere... voglio rivedervi, sentire di nuovo le vostre voci, vedere i vostri occhi....sì... aprire gli occhi... sì... libero dal passato... sì...." ripeté con la voce rotta.
"Laura... sì... prendimi per mano, ti prego..."
E la nube d'oscurità come trascinata dal vento si sfaldò in lembi e scomparve, e al centro del pozzo, sospeso, immobile, apparve la sagoma di Franco, gli occhi colmi di lacrime, tremante, pallido, che tendeva una mano davanti a sé verso Laura.
Ma dall'alto ancora una volta la voce urlò, piena di rabbia: “No! NO! Questo non deve accadere! Fermatelo!”
E all'unisono, come marionette prive di volontà, la Sfera abbandonò Andrea, e la Pianta lasciò Gilgamesh e Demetra avvolti nella nube di polline, e insieme, in un ultimo gesto disperato, si avventarono contro Morgana e Franco. Davanti a loro soltanto Alfredo e La Spada.In un angolo, Demetra e Gilgamesh stavano affrontando il potere della Pianta che era l'Amico, avvolti in una nube dorata che cercava di piegare le loro volontà di continuare a combattere.
Gilgamesh, il Primo di Desiderio, si scrollò di dosso senza difficoltà la lusinga della rinuncia. Nessuno più di lui conosceva gli oscuri meandri del Desiderio, e ora che grazie alle lotte che aveva sostenuto, si era Risvegliato completamente, nessuno, nemmeno uno dei Signori di questo mondo, poteva sperare di giocare con il suo cuore con tanta facilità. Rapido ed elegante, Gilgamesh si portò fuori dalla danza del polline e si avventò sulla creatura che l'aveva attaccato, la Spada levata in alto per calare il colpo finale.
Ma Demetra stava ancora combattendo la sua battaglia, avvolta in un abbraccio tiepido e soffocante. Si scorgeva a fatica la sua sagoma, mentre restava immobile, quasi inerme, forse già sconfitta, finché, in un ultimo disperato tentativo di salvarsi dal Desiderio che stava per appropriarsi della sua mente e della sua volontà, Demetra cercò di invocare le forze della Grande Madre Terra, le immani forze che muovevano le nubi e spazzavano i cieli con le tempeste, portatrici insieme di acqua che era nuova vita per i campi e della parola misteriosa di Distruzione.
Le mani alzate nel gesto dell'invocazione, pronunciò parole strane, in una lingua dimenticata ed infine gonfiò le gote ed incominciò a soffiare piano... Ne uscì un sibilo sommesso... Ma il refolo d'aria prese vita d'improvviso e crebbe... crebbe... diventò un soffio, poi una forte raffica ed infine un vento violento che si accanì sulla nube di polline fino a disperderla completamente, lontano da tutti... quindi Demetra smise di soffiare ed il vento cessò d'improvviso.
Intanto Alfredo e La Spada stavano fronteggiando l'Amico e il Difensore in una battaglia dall'esito incerto. Nuovi tentacoli sorgevano adesso dal corpo dell'Amico, e si avventavano su Alfredo, che stava muovendo la frusta in modo da creare uno scudo per sé e per Morgana alle sue spalle. L'arma di Alfredo emanava adesso una luce rossa, come di fiamma, che si accese in un lampo insanguinato quando un tentacolo la sfiorò, e, ustionato, fu costretto a tirarsi indietro. Ma i tentacoli erano molti, e per quanto abile potesse essere il giovane, in numero sempre maggiore si stavano muovendo per circondarlo, e stringerlo in un abbraccio letale.
Ma Alfredo non era intenzionato a cedere, e lo scudo vivente che la frusta aveva creato intorno alla sua figura cominciò a risplendere sempre più intensamente, mentre il braccio che impugnava l'arma iniziava a coprirsi dapprima di fili e placche di plastica, e poi di metallo fino a diventare un braccio cibernetico che si muoveva con rapidità e destrezza sovrumane.
Dalla Pianta ormai proveniva un odore di morte e decadimento, mentre i suoi tentacoli si agitavano feriti e anneriti tutt'intorno ad Alfredo, e lo stelo che la sorreggeva fremeva ad ogni nuovo colpo ricevuto. Eppure l'Amico continuava ad avanzare, nonostante il dolore, lento ma inesorabile, mentre i suoi tentacoli cercavano un varco nelle difese di Alfredo e il bocciolo si apprestava a far uscire nuovamente il polline dorato...
Ma con un balzo giunse in aiuto di Alfredo Gilgamesh, il volto bellissimo e altero una maschera di furore. Con rapidi e sapienti colpi di spada amputò i pochi tentacoli che lo separavano dallo stelo della Pianta, per poterlo finalmente recidere, e insieme ad esso spezzare la vita del suo nemico.Al fianco di Alfredo, La Spada stava affrontando il Difensore, ma era una lotta senza speranza. Neanche Baphomet era stato in grado di tenere testa alla Sfera di metallo, e lo spadone di La Spada giaceva ancora sul pavimento del salone dell'Amico.
In silenzio, il gigantesco guerriero si girò per guardare ancora una volta Morgana, ma la sua salvatrice gli dava le spalle, mentre tendeva le mani verso il ritrovato Franco.
Il volto privo di espressione, quasi assurdamente rilassato, La Spada si rivolse quindi verso il suo avversario, che un tempo era stato il suo padrone, e per un attimo talmente breve che forse neanche lui stesso se ne accorse, sembrò sorridere. Immobile, le braccia aperte davanti a sé come una barriera di carne, attese che il Difensore lo raggiungesse.
E ancora restò immobile quando le lame lo colpirono, quando gli uncini lo afferrarono, quando sul suo corpo si aprirono profondi archi insanguinati. I muscoli tesi per il dolore, il volto attraversato da fremiti, La Spada era tutto ciò che separava il Difensore da Morgana.
E restò immobile.
Riscosso dal sacrificio di cui era stato testimone, Falasifa si rialzò di scatto e si guardò intorno per valutare lo sviluppo della battaglia. Osservò Alfredo e La Spada, due Uomini, affrontare incubi generati dal Pathos, dalla debolezza di suo Fratello. Con un gesto lento e solenne alzò il braccio, e dalla punta del suo indice iniziò a emanare un alone di luce fredda, che in breve investì e quasi accecò tutti i presenti. Dietro di lui sembrava che Teeteto e Stefano, con gli occhi chiusi, in qualche maniera stessero aiutando lo sforzo del loro compagno. Man mano che l'energia si diffondeva, i corpi di Alfredo e di La Spada si rivestirono della parvenza di statue di candido marmo, i lineamenti lentamente si addolcirono nell'armonia immortale sognata dagli scultori dell'antica Grecia.
Ma il potere di Falasifa non era solo mera apparenza: Alfredo e La Spada sentirono i loro corpi farsi più pesanti, più possenti, i muscoli riempirsi di nuova forza, le ossa divenire resistenti come roccia, come marmo.
E anche Falasifa era ora una statua di marmo, ma il suo volto era cambiato: adesso guardava i suoi compagni con gli occhi profondi di un maestoso uomo dalla folta barba riccioluta.
Tale era il potere di Falasifa, che neanche le lame del Difensore riuscirono più a ferire La Spada, che adesso davvero si ergeva come muro invalicabile davanti alla Sfera di metallo.Ma l'Amico e il Difensore continuarono a combattere. Incapaci di disobbedire all'ordine ricevuto, schiavi privi di volontà del Sole che aveva chiesto loro di uccidere gli intrusi, continuarono a combattere.
Fu Baphomet ad intervenire. Si era rialzato con fatica, ferito, sanguinante, il Demone riguadagnò l'equilibrio, grugnì per il dolore, buttò a terra gli occhiali da sole e urlò rivolto alla Pianta ed alla Sfera:
“Stroooonziiiiiiiiiiii... Succhiate questo e ditemi che sapore ha!”
Una piccola sfera di fuoco apparve dal nulla di fronte a lui, rimase per un istante sospesa a mezz'aria e poi schizzò in direzione degli aggressori con un boato assordante, aumentando rapidamente di dimensioni.
L'impatto fu devastante, e per evitare le fiamme Gilgamesh fu costretto a gettarsi di lato, mentre Alfredo e La Spada erano difesi dal potere di Falasifa. La sfera di fuoco esplose in un lampo che costrinse tutti a chiudere gli occhi, e quando la nube di terra e fumo si posò si vide che per terra si era aperto un cratere fumante, e tutt'intorno giacevano frammenti e schegge di pietra. L’effetto della sfera di fuoco sui due nemici era stato devastante: l'Amico, che già era stato notevolmente danneggiato dagli attacchi precedenti, si era accartocciato su se stesso, lo stelo raggrinzito e bruciato, i petali anneriti e lacerati, le radici trasformate in nere tracce sul terreno.
Il Difensore era immobile, gli ingranaggi che lo animavano deformati e fusi, le lame e gli uncini piegati e contorti, le placche di metallo incastrate le une sulle altre. Tutt'intorno c'era soltanto il silenzio.
Ma ancora una volta la voce dall'alto ordinò: “Non fermatevi! COMBATTETE!” e, assurdamente, i due signori di Bsorgu obbedirono.
Ormai soltanto moncherini bruciati e contorti, patetiche caricature di qualcosa di più grande, di qualcosa di più importante, le due creature ricominciarono ad avanzare, tremanti, con movimenti spezzati come quelli di burattini rotti.
Ma fu Morgana a rispondere al Sole.Mentre i suoi compagni combattevano, L’Incantatrice aveva preso Franco per mano e l'aveva portato a sé, fuori dal pozzo. Osservandolo, aveva scoperto che era diverso dal Franco che conosceva.
Il suo amico era quasi nudo, e soltanto un lembo di stoffa grigia e sporca gli copriva i fianchi. Sembrava più alto, e più muscoloso, anche se ancora tremava, e si appoggiava alle sue spalle come se temesse di cadere. Su tutto il corpo aveva il segno di numerose cicatrici, forse la testimonianza di lontane battaglie, forse la metafora di tanti dolori che non era riuscito a dimenticare. E non era più un ragazzo, ma un uomo che aveva vissuto ormai la maggior parte del tempo che il Destino concede agli uomini. Il suo volto aveva rughe che non riconosceva, e la barba, più folta, era grigia, ormai quasi bianca.
Si era guardato intorno quasi smarrito, come se avesse bisogno di tempo per tornare a vivere, per afferrare il senso della realtà che lo circondava.
Morgana però aveva smesso di guardarlo, e si rivolgeva al Sole, urlando:
“Hai perso, ti ho sconfitto, Franco è qui al mio fianco e ha scelto il Pathos. Vattene, Noi te lo ordiniamo.” Quindi si voltò verso Franco, guardandolo negli occhi per cercare una conferma.
Franco ricambiò lo sguardo per lunghi secondi, come incantato, poi chinò il volto a terra, e quando lo rialzò sulle guance la sua amica Laura vide scendere le lacrime.
“E' colpa mia... colpa mia... non sono stato forte, non sono stato forte... Ma ora basta. Basta." Ancora piangendo si girò verso l'Amico e il Difensore, e con un gesto della mano chiese ad Alfredo, Gilgamesh e La Spada di farsi da parte. Subito le due creature deformi si avventarono su Franco, ma erano ormai così ferite che sembrava si avvicinassero all’uomo non per attaccarlo ma per abbracciarlo, così come i figli abbracciano i padri.
E davvero Franco allargò le braccia, in silenzio, e quando l'Amico e il Difensore lo raggiunsero, lentamente li circondò con le braccia, li strinse a sé.
Tra le sue braccia l'Amico e il Difensore ripresero il loro aspetto umano, e per un attimo sui loro volti si lesse lo stupore, e la paura.
Poi Franco li prese dentro di sé, le loro figure si fecero pallide, traslucide e scomparvero, e Solone restò solo, in piedi con le braccia protese come se ancora poggiassero sulle spalle dei due uomini.
Poi, muovendosi ancora a fatica, uscì dall'ombra dell'Arco, e alzò il volto verso il Sole, gli occhi aperti nonostante la luce accecante. Solo una parola uscì dalle sue labbra:
“Basta.”
E con un ultimo lampo il Sole lentamente cominciò ad allontanarsi, a tornare in alto nel cielo, di nuovo anche lui servitore, e non sovrano, del Dominio di Solone.
Ma mentre il Sole si allontanava, il cielo si riempì di nubi, prima pallidi squarci di bianco, poi cumuli carichi di pioggia, e infine cominciò a piovere. Franco guardò stupito in alto, poi si girò verso Morgana e sorrise, mentre con gli occhi chiusi assaporava la danza delle gocce d'acqua sul suo corpo e su tutto il suo mondo, sulla sua anima.E dalle loro spalle si udì una voce:
“Bene bene, Fratello. Stavo proprio cominciando ad annoiarmi, qui. Non succede mai niente! Se non ci fossi io a ravvivare l'atmosfera ogni tanto....” Ovviamente era Lord Raphael, che se ne stava tranquillamente appoggiato con la schiena all'Arco, mentre sorseggiava l'ennesima birra. Sopra la sua testa, a mezz'aria, una specie di gnomo reggeva un ombrello. E dietro Lord Raphael c’era il mago-bambino che guardava i compagni del suo nuovo padrone sorridendo sinistramente.
“Ah, a proposito...” Continua Lord Raphael estraendo un foglietto di carta da una tasca “Questo è il conto spese della mia partecipazione a questa scampagnata. Dato che siamo fratelli sono disposto a farti pagare anche a rate...”
Franco lo guardò stupito, quasi a bocca spalancata. Poi sorrise, e lentamente il sorriso si trasformò in una risata.
Anche Falasifa uscì dall'ombra dell'Arco. La pioggia che cadeva sciolse le vestigia di statua evocate dal suo potere, e il loro compagno tornò pian piano quello di prima. Si avvicinò sorridendo a Franco e gli prese le mani fra le sue. “Bentornato, fratellone. Ora è tempo di tornare tra gli uomini: ci sono altre battaglie da combattere.” Detto questo, con un ampio gesto della mano aprì un portale vorticante d'energia bianca, e vi si collocò di fianco, offrendosi, come all'inizio di tutto, quando fece da guida nei Domini di Solone, di accompagnare adesso chi lo volesse fuori da queste terre, nel mondo che alcuni chiamano reale.
Gilgamesh abbracciò tutti i suoi compagni con trasporto. Davanti a Lord Raphael chinò leggermente il capo: “Forse sono stato troppo affrettato a giudicare le tue azioni, Stregone. Non credo che potremo essere mai amici, ma non dimentichiamoci che entrambi lottiamo per il Pathos, ognuno a modo suo. Addio Fratello!”
“Ma lo siamo, Gilgamesh, lo siamo…..” gli fece eco sorridendo la voce di Raffaele Venosta.
"E' tempo di tornare", proseguì poi il Guerriero rivolto agli altri compagni, e il suo sguardo si illuminò. " Una guerra ci attende...." E si avvicinò al portale che Falasifa aveva aperto.
Alfredo, dopo aver rivolto uno sguardo di disprezzo a Lord Raphael, abbracciò La Spada, che ricambiò, e si voltò per assicurarsi che stessero tutti bene, specialmente Laura e l'anziano signore che ora era Franco, al quale disse: “Lei deve assolutamente leggere 'Il libro di Ptath': è la storia di un dio che si incarna in un uomo e ne trasporta il corpo nel mondo da cui proviene, ma è talmente ingenuo ed imbranato che per sopravvivere ha bisogno di lasciar il posto alla mente dell'uomo a cui ha usurpato il corpo: un carrista qualunque, un soldato inglese della Seconda Guerra Mondiale, armato solo di buon senso.”
Franco lo guardò sorridendo, e rispose: “Sì, sarà una lettura interessante. Ma forse sarebbe stato meglio se l'avessi letto qualche giorno fa, eh?” Sorrise, e porse la mano ad Alfredo.
Quindi Alfredo si avvicinò a Lord Raphael, e con un gesto indicò il proprio braccio destro, che stava iniziando a tornare alla normalità, e poi quello del negromante, ed esclamò: “Ti va di fare a cambio? Non so cos'hai attaccato alla spalla sinistra, ma credo che starebbe bene con questo. Se non altro potresti davvero spacciarti per un effetto speciale di un film di Spielberg, o magari di Dario Argento.” Mentre parlava il metallo e la plastica venivano riassorbiti, solo la manica strappata in più punti ricordava cosa era accaduto. Poi riavvolse la frusta, la legò nuovamente alla cintola, si girò e si guardò attentamente intorno per osservare se nel mondo che lo circondava, nella città di Bsorgu, vi fosse qualche cambiamento, ma sembrava che tutto fosse rimasto uguale a se stesso. Sottovoce, mentre andava verso il portale, mormorò: “Cazzo, che ‘viaggio’!”
Morgana intanto si era avvicinata a Falasifa, e gli aveva chiesto: “Puoi aspettare ancora qualche minuto? Devo fare una cosa prima di andarmene.” Quindi, senza aspettare la risposta del suo compagno, con un grande sorriso si voltò verso La Spada, lo prese per mano e si avviò con lui verso l'arido deserto da cui erano arrivati. In lontananza che il giallo della terra si stava coprendo rapidamente, come per incanto, di verde erica. Quando arrivarono sulla cima di una collinetta Morgana si fermò e chiede a La Spada la ghianda che gli aveva donato.
Il gigantesco guerriero la estrasse da una tasca quasi con riluttanza, come se non volesse rinunciare a quel dono. Poi guardò Morgana negli occhi e gliela porse. Quindi, insieme, affondarono le mani nella terra umida e profumata e scavarono una piccola buca profonda. La donna posò con delicatezza la ghianda sul fondo, e poi i due la ricoprirono con la terra. Ancora inginocchiati Morgana prese le mani del gigante nelle sue: “Devo andarmene, lo sai.”
La Spada guardò per terra, la buca appena scavata dove ora riposava la ghianda, e sottovoce rispose:
“Sì, lo so. Qualcosa dentro di me vorrebbe chiederti di restare, o di promettermi che tornerai, ma so che non sarebbe giusto. Tu non appartieni a queste terre. Tu sei diversa.” Cercò di abbozzare un sorriso. "Però, se vorrai tornare... non importa quando, o perché... io sarò qui ad aspettarti. Sempre."
“Devo andare,” Rispose Morgana “Ma una parte del mio cuore sarà sempre qui. Da oggi tu sarai Il Custode di questo giardino. L'albero che crescerà su questa collina diverrà grande e maestoso in breve tempo. Finché sarà verde e rigoglioso saprai che io starò bene. Se un giorno tu lo vedessi ingiallire e appassire saprai che la mia vita è in pericolo. Così io mi lego a te. Qui c'è il segreto per giungere nel mio regno, appena fuori delle porte di Arcadia. Adesso andiamo, si sta facendo tardi." Così dicendo si alzò e fece per avviarsi per tornare in città.
Dopo qualche passo si voltò e tornò indietro, correndo. C’erano lacrime nei suoi occhi. “Non credo di meritarmi tanto.” Sussurrò. Poi gettò le braccia al collo del gigante e pose le sue labbra su quelle dell'altro in un lungo e appassionato bacio. Infine, lentamente, si avviò verso gli altri.
La Spada restò immobile a guardarla mentre si allontanava.
E dentro di sé cercò di ricordarsi che i guerrieri non piangono...Adesso il gruppo di amici era riunito davanti al portale che li avrebbe condotti di nuovo a casa. Franco li guardò in silenzio per qualche secondo, poi disse: “Amici miei, non ci sono parole per quello che vorrei dirvi, per spiegare quanto debba a ciascuno di voi.” Si zittì per un istante, poi guardò Lord Raphael, e sorrise. “Non vi ringrazierò, perché sminuirei il dono che mi avete fatto, ma ricorderò tutto questo per sempre. E per sempre avrete un posto nel mio cuore.”
“Questo vale anche per me?”
Con stupore i presenti realizzarono che era stato il Muto a parlare. L'avevano perso di vista durante la battaglia con l'Amico e il Difensore, ma adesso era a pochi metri da loro, ancora nascosto nell'ombra dell'Arcod-Isma-Ria.
Franco rispose senza neanche girarsi, la voce di colpo dura e autoritaria: “No. Posso anche essere in debito con te, ma la guerra tra noi due non è ancora terminata. E adesso vattene."
Il Muto, sorridente come sempre, fece un profondo inchino verso coloro di cui era stato guida, e commentò: “Dico! Se non è ingratitudine questa....! Amici miei, è stato divertente conoscervi. Spero che le vostre strade incrocino ancora una volta la mia... o era il contrario? E, se conosco bene chi dico io, questo non è affatto improbabile! Per ora, addio! E ricordate: La verità detta in modo comprensibile non sarà mai creduta!”
E con queste parole fece un passo indietro e scomparve nell'ombra. Franco restò in silenzio per qualche secondo, poi nuovamente sorrise: “Beh, come vedete c'è ancora qualcosa che devo sistemare, quaggiù, anche se, in tutta onestà, non credo che ci riuscirò. Ma non preoccupatevi: stavolta faccio da me! Credo di essere diventato un po' una palla al piede, per voi, non è vero? Prima Burgos, adesso questo... Ma ora è meglio che andiate, o mi vedrete scivolare davvero nel patetico... Io resterò ancora per un po'. Ho bisogno di ricordare, e ancora più di dimenticare. E poi, voglio fare due chiacchiere con La Spada..." E dicendo questo guardò Laura, e sorrise "A presto, amici miei!"
E mentre si facevano condurre da Falasifa fuori dal Dominio di Solone i Fratelli nel Pathos videro Franco che si dirigeva verso La Spada, sulla collinetta.
PATHOS © 2000
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