LA
GENESI DEL CERCHIO
di Nostradamus
da Destino di Destino ai fratelli più cari,
la voglia di urlare emerge prepotente mentre ascolto una canzone che parla di tempi non distanti e delle emozioni che accompagnavano gli uomini di quel periodo.
“Io mi ricordo…
Quattro ragazzi e una chitarra
e un pianoforte sulla spalla…”
Ancora mi sorprendo a pensare quanto veloce sia l’uomo a cambiare le sue idee: quello che poco più di vent’anni fa era un valore adesso è già perso nel tempo.
“…Notte di polizia…”
E noi cosa siamo o fratelli?
Su di noi il tempo ha segnato profondi solchi nei secoli eppure non siamo
mai stati pienamente coscienti di quanto ci capitava. Mai pienamente parte
del tempo perché noi non possiamo appartenere a nessun tempo.
Noi siamo il tempo.
Lampi di coscienza esplodono davanti ai miei occhi ricordandomi cosa ho sentito più di cosa sono stato. Il mio passato, eterno, torna ad assalirmi come collezione di emozioni e non come serie di ricordi.
E, nuovamente il presente mi si confonde dinanzi agli occhi: attorno a me non vedo più lo studio del povero Andrea Mantegna, misero involucro ambizioso ed assetato di fama. Ma una luce mi acceca costringendomi a chiudere gli occhi.
C’è polvere, rumore e confusione.
Sento il terreno vibrare sotto ai miei piedi. Adesso sono nel deserto,
a piedi.
Attorno a me dei carri armati vomitano fuoco ed avanzano fendendo le polveri
dei loro stessi colpi. Sento ordini secchi in inglese. Nei carri stanno,
gli uni accanto agli altri, arabi e statunitensi. Arabi combattono contro
altri arabi.
Soldi, potere, orgoglio (non fa differenza se religioso o nazionalistico)!
Queste tre parole definiscono il senso della guerra… Perché non
c’è senso nella guerra!
Questa visione così reale è il futuro. Riconosco la sensazione che provoca dentro di me. Non è un semplice sogno, ma una sensazione di inevitabilità’: non siamo noi a decidere… E il Destino che possiede sempre l’ultima parola.
Chi può opporsi al Destino?
Lo posso forse io?
Riconosco la sensazione. L’ho provata così tante volte…
Quella volta,
quella spiaggia,
quel piccolo villaggio di uomini e donne scalze.
Sudore ed odore di mare. Attorno alla capanna le palme proiettavano la
loro ombra fin sopra al giaciglio sul quale mi trovavo.
La donna avrebbe partorito e sarebbe morta. Anche quella volta avevo commesso l’errore di imparare ad amare il corpo del quale ero ospite. Un errore che, col tempo, avrei imparato a non commettere più. Ma a quale prezzo!
Ho visto il mio cuore inaridirsi nei scoli e diventare una pietra senza
vita per resistere alle emozioni della vita. Per imparare a servire il
mio signore restando freddo nell’attesa del tempo.
Il tempo.
Quale condanna è stata mai quella di vederlo scorrere quale
solo spettatore neutrale.
Quale dilaniante lacerazione è stata quella di mettere da parte
tutti i miei sentimenti e restare guardare lo svolgersi della tela intessuta
dal mio signore.
Il neonato urlava, ed io osservavo dalla porta il mio corpo esanime.
Mio marito piangeva tenendomi la mano, ma non ero più io la donna
morta davanti a lui.
Il nuovo corpo fremeva: una giovane fanciulla appena sbocciata.
La mia presenza la invadeva come un dolce torpore, finché non potette
più resistere e cadde al suolo svenuta.
La luce della luna filtrava dal tetto della capanna. Lontano potevo
udire il rumore della risacca nella baia. Fuori gli uomini parlavano sommessamente
dalla morte della donna.
Io guardavo il soffitto esplorando le sensazioni di quel nuovo corpo. Era
come arrivare dopo un viaggio. Nuovi posti, nuove visioni, nuove sensazioni
ogni volta.
Poi uno di loro entrò nella capanna e si stese accanto a me.
Le sue mani iniziarono ad accarezzarmi, parlandomi con dolcezza per consolarmi
della morte della cara amica.
Quella gente era molto libera nei costumi sessuali e questo mi piaceva. Per questo mi era fermato presso di loro.
Le cose allora , in quel luogo, non erano ancora contaminate dal concetto di peccato. La vita non era solo più semplice… Era, soprattutto, più umana.
L’uomo salì sopra di me e consumò il suo atto, poi si
girò addormentandosi.
Nessuno, a quel villaggio aveva una sua dimora, tranne il capo, ma tutti
potevano entrare liberamente ovunque fossero accettati e passare la notte
lì.
Non avevo sonno. Mi alzai in silenzio e scesi fino alla spiaggia.
Quanto era stato lungo il viaggio fino a quell’isola.
C’erano voluti anni prima di raggiungerlo, ma allora ancora credevo di
poter fuggire dal mio Destino. Ci sarebbero volute migliaia di anni prima
che qualcuno scoprisse l’esistenza di questo grappolo di isole solitarie
in un mare del quale ancora non si concepiva neppure l’esistenza.
Eppure Voi quella notte veniste a trovarmi!
Nella notte senza stelle l’isola oltre la baia si intuiva appena.
Tutto taceva, ma il mio cuore non era pago di quella visione. Il corpo
della fanciulla, rilassato dal recente rapporto sessuale non era in sintonia
con l’animo di chi lo possedeva. Quello infatti avrebbe voluto restare
sdraiata sulla sabbia corallina e dormire cullata al suono della risacca,
mentre, in me un’ansia crescente mi costringeva ad alzarmi per immergermi
nella calde acque della baia.
Mi immersi e poi tirai sù il capo per portare i capelli dietro alle spalle e quello che vidi quando aprii nuovamente gli occhi non era più la baia, ma un vuoto senza confini, una stanza infinita senza pareti il cui pavimento era quella stessa acqua nella quale ero immerso fino alla vita.
Il giovane corpo sembrava aver ripreso vigore, mentre un vago senso
di eccitazione cominciava a diffondervi in esso.
La pelle cominciò a tendersi percorsa da brividi.
Non ero sola in quell’acqua, potevo avvertire più che vedere la
presenza di altri individui attorno a me.
Il corpo della fanciulla cominciò a fremere.
Molte volte, prima di allora avevo imparato a godere delle gioie della
carne sia come uomo che donna, ma non ricordo piu’ un emozione come quella.
Non era solo il corpo a godere, ma lo spirito stesso del quale in essenza
io sono che fremeva e si agitava incontrollato.
Era un’emozione che diventava passione e furore, mentre la voglia di esplodere
dai confini della carne mi rendeva insopportabile anche quel limite.
Se avessi potuto avrei strappato quelle carni con le sue stesse mani,
ma voi arrivaste a fermarmi. Vi sentii accanto e vi riconobbi.
Chi eravate allora?
Quale aspetto avevate scelto?
Non lo ricordo, né mi ricordo di voi quali vere e proprie figure.
Come nel sogno io so che qualcuno è presente senza per questo doverlo
necessariamente guardare, così mai io vi guardai, ma vi sentivo
e le emozioni cominciarono a cambiare.
Il furore si trasformò lentamente in gioia ed appagamento.
La voglia di esplodere dal corpo venne saziata dal senso di completezza
che emanava dal vostro contatto.
Mi sentivo finalmente parte del tutto, eterno ed infinito. Nessun limite
fisico né spirituale.
Mai emozione fu più grande di quella, mai proverò qualcosa
di simile
Io vi amo fratelli così come amo me stesso perché voi siete
parte di me da quel momento.
Dal momento in cui ci unimmo, per l’eternità.
PATHOS ©
1999
Associazione di Letteratura Interattiva