Caro Borges

di Francesco Beltramini


La luce gialla della candela illumina il mio essere.
La stanza, disordinata, risponde ai miei sguardi
con urla dal passato.

C'è tutto quello che ho fatto qui.
I più grandi errori,
le estasi, le epifanie.

Forse c'è tutto quello che sono stato.
Genio mediocre, apatico sublime,
triste cronico per incapacità.

Forse c'è proprio tutto, in questa stanza.
E questa stanza è quella di Borges o Jung o Platone o 
Echeggia, miti e voci lontane, dal mio passato, dal passato di tutti.

Tutti gli uomini sono un uomo solo
a chi tocca la ramazza e a chi la spada,
a chi le catene e a chi la chiave.

Nessun ciclo giustifica tutto ciò.
Nulla concede la spada allo spazzino.
Lo schiavo non ha speranze se non le cerca dentro di sé.

C'è un attimo però, almeno uno, in cui tutti siamo uguali.
chi nel campo di battaglia, chi nel proprio letto di seta,
chi sotto il sole a lavorare, chi a spazzare in un vicolo.

Tutti hanno avuto una stanza come la mia.
Per qualcuno è stato un libro, per altri un albero.
Tutti  conoscono la retorica frase secondo cui il sangue di tutti è rosso.

E' un nodo inestricabile. Siamo tutti lo stesso Adamo?
Ma Abele è diverso da Caino, il padrone della prigione
 (perché è un padrone) è diverso dal prigioniero.

[30/8/2000]
 


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