CAMBIO
DI STAGIONE
di
Stefano Masi
E solcherò il tuo corpo come se fosse terra
Cancellerò quei segni dell’ultima tua guerra
Estirperò col fuoco quell’erba tua cattiva
E ti farò con l’acqua più fertile e più viva
e aspetteremo insieme che venga PrimaveraR.Cocciante
Dominio di Demetra, 22 Dicembre, ultimo giorno d’estate, Vespri.
Feliottelo, stava raccogliendo gli ultimi frutti dal suo albero di fichi, quell’anno era stato dolce ed abbondante, tanto che nell’ultimo mese la terra era fiorita di nuovo e aveva donato un secondo raccolto.
Era la prima volta che succedeva a memoria d’uomo, era come se quell’anno qualcosa avesse riscaldato e nutrito ancora la Madre terra spingendola verso una seconda Primavera.
Il sole stava scendendo dietro l’orizzonte dopo aver scaldato le creature che a lui si affidavano, Feliottelo dette una svogliata occhiata alle lontane montagne perennemente innevate, sua moglie lo stava chiamando e lui sorridente si voltò per rispondergli.
Un improvviso alito di vento gelato lo zittì e sentì in esso, come un lugubre avvertimento, che qualcosa stava cambiando, ma era solo un piccolo refolo,
l’aria ancora calda del tramonto lo avvolse di nuovo.
Guardò la sua casa, non aveva ancora finito di rinforzare il tetto, né sostituito una finestra che si era rotta qualche mese prima, alzò le spalle, ci avrebbe pensato l’indomani, stasera voleva solo una buona cena e le carezze di sua moglie, suo figlio stava piangendo.Annisa una giovane vestale affrettò il passo, doveva raggiungere il vecchio tempio di Geonike per aiutare il saggio Fitalo nei rituali che andavano celebrati in quel periodo dell’anno.
L’aria calda ed immobile di quel tramonto era carica di strane energie, energie che indicavano cambiamento, energie oscure, e lei non si sentiva ancora pronta per affrontarle da sola, la paura la prese, non voleva che le cose andassero diversamente da come era.Un uomo nei pressi della città stava camminando a fatica, la malattia che lo indeboliva era ormai al culmine, doveva raggiungere il tempio, lì lo avrebbero curato, era la sua sola possibilità di vita, lo sentiva, lo voleva.
Il sole tramontò ad occidente, come ogni sera, come da sempre aveva fatto, unica cosa forse immutabile.
Dominio di Demetra, 22 Dicembre, ultimo giorno d’estate, Compieta
Astarte, capobranco dei lupi del Signore dell’Inverno, si staccò dai suoi fratelli che correvano eccitati nella tempesta che si era distesa in quel nuovo territorio fino a quel momento a loro precluso, avrebbe voluto correre ancora con loro, cacciare e falciare i rami secchi di quelle parvenze di vita che gli si sarebbero parate davanti come era stato ordinato loro, ma il suo compito era diverso.
Il signore dell’Inverno gli aveva parlato, lui, il primo nato, il più grosso e potente tra i suoi servitori e compagni, era stato scelto per trovare il seme nuovo e portarlo al tempio segreto, non capiva il perchè di tutto questo, sapeva solo che tutto dipendeva da lui, che doveva fare in fretta e che non avrebbe fallito il suo compito.
Alcune margherite sorprese da quel cambio di clima, ormai completamente ghiacciate andarono in frantumi sotto le sue zampe spargendo tutt’intorno mille frammenti di un urlo mai emesso, un fumo nero che saliva lento in lontananza lo attirò e si diresse da quella parte.Una casa completamente crollata si parò dinanzi a lui, il tetto non aveva retto la tempesta, entrò tra le rovine, vide che da sotto una trave spuntava una mano ancora stretta ad un cesto di fichi, ne assaggiò uno, erano ottimi, anche l’uomo lo era, d’un tratto sentì un vagito provenire da dietro un pezzo di parete che si era appoggiata al camino ancora acceso, si avvicinò e vide un infante che era miracolosamente sopravvissuto e seppe cosa fare.
Lo prese delicatamente tra le fauci, lo sollevò ed iniziò a correre.
Astarte iniziò la sua gara con il vento stesso, volute di neve si alzavano ad ogni suo passo e la tempesta le portava lontano, un brandello di tessuto gli passò davanti, tessuto bianco, da vestale, macchiato di rosso come uno stupido tocco di rossetto nel candore impuro della morte tutt’intorno.
Superò due cuccioli, nati da pochi mesi ma già in grado di abbattere un cane adulto, che stavano giocando litigandosi un osso di mucca già spolpato, quei cuccioli, così strani, unici ad avere un ciuffo blu tra la pelliccia immacolata.
Avrebbe voluto rimanere lì ad osservarli per ore, a divertirsi del loro essere cuccioli, la stanchezza lo prese, ma non doveva pensarci, doveva andare avanti, l’unica cosa che importava ora era correre.Matus, capocaccia, insieme al suo piccolo branco circondò un uomo, era patetico nel suo arrancare strisciando nella neve, sorpreso dalla improvvisa bufera.
Dove voleva andare, per lui era inutile, ormai loro erano lì.
Iniziò il suo canto, il canto della morte, l’uomo gli avrebbe risposto, risposto che era pronto, che accettava il suo destino.
Non fu così, l’uomo si alzò sulle ginocchia, guardò il lupo che gli stava davanti, la sua voglia di vivere e la sua determinazione brillavano in quegli occhi lucidi per la febbre, non sono pronto, non sono pronto, non sono pronto ......
Matus lanciò un basso guaito e si allontanò seguito dal branco, avrebbe cercato altre prede, avrebbe cercato delle prede.
Si voltò un attimo e vide quell’uomo alzarsi in piedi, e riiniziare a camminare tornando sui suoi passi, non sarebbe morto, questo lo sentiva.Astarte giunse nei pressi del Tempio segreto, vide molti dei suoi fratelli che al suo apparire iniziarono ad ululare, vide il Signore dell’Inverno che entrava accompagnato da altri umani e si affrettò a raggiungerli.
Dentro il tempio stavano parlando, l’energia di quel luogo gli elettrizzò il pelo, guaì.
Quel suono attirò l’attenzione di una donna, un urlo, un vortice di luci e potere lo avvolse, si sentì cadere, non riusciva più a capire dove fosse, era debole.
Poi tutto cessò, si rialzò a fatica, vide il suo signore piangere davanti ad un involucro annerito, poi ......... da quella crisalide nera si alzò qualcosa, senti la gioia di quell’apparizione le energie gli ritornarono, il suo signore sembrava ancora più potente, imponente e si inginocchiò.
Dette il bambino a quella donna, gli sembrò naturale, che quello fosse il suo posto, dopo di che il Signore dell’Inverno lo accarezzò e gli disse “ Astarte, figlio e compagno mio, ora puoi tornare dai tuoi fratelli, c’è un mondo che deve apprendere la mia legge e tu sarai la mia voce, la voce di Misha Araldo ed inverno di Demetra Nera.
Va ora.”Reggenza di Misha del Dominio, 23 Dicembre, primo giorno d’inverno, Laudi
Astarte corse fuori, il suo branco lo aspettava, si diressero verso la città, dove case diroccate facevano eco ad edifici intatti e possenti nello sfidare l’inverno, vide esseri cercare di correre via da loro, sorrise tra le fauci.
Stava ancora ridendo quando il primo liquido caldo e gustoso gli irrorò la gola.