LA CADUTA DEGLI DEI
di Leonardo Di Giovanni
Questo racconto s'ispira liberamente a un episodio storico realmente accaduto: la rivolta, avvenuta all’alba del XV° secolo, di un piccolo centro della Liguria Orientale, contro la potente Repubblica di Genova, all’apice della sua potenza. La storia di Càrpena e della sua rivolta senza speranza, nonché della sanguinosa repressione che ne seguì, ha sempre colpito la fantasia dell’autore di questo racconto, che ha pensato di realizzarne una versione “empathica”.
PROLOGO
Corre l’anno del Signore 1412.
La Serenissima Repubblica di Genova, dopo la caduta di Pisa alla Meloria, ha la supremazia su tutto il Mediterraneo nord-occidentale, ma mentre in mare gli unici nemici sono le occasionali scorrerie saracene e i sempre più rari scontri con convogli mercantili dei Veneziani, a terra i nemici non mancano.
Ostili sono i grandi Ducati dell’Italia Padana, oberati dai pesanti dazi imposti dai Genovesi per l’uso dei loro porti, ostili sono i popoli della soggiogata Corsica, ansiosi di scrollarsi di dosso i nuovi padroni. Ostili sono infine i Vescovi-Conti della Liguria, i cui feudi, assorbiti lentamente prima nella sfera di dipendenza economica, poi in quella politica, finiscono per diventare parte integrante del territorio della Repubblica. L’ultimo rimasto in possesso di un vasto ma traballante possedimento è, in questi anni, il Vescovo di Luni, le cui truppe controllano le fertili terre del basso corso del fiume Magra.
In questo clima di diffusa diffidenza per la Repubblica, l’antico feudo montano di Carpena, situato alle spalle dello spartiacque delle Cinque Terre, da tempo già assorbito da Genova e Podesteria boschiva della Superba, si ribella all’autorità della Repubblica e, costituendo un piccolo ma efficace esercito di cinquecento uomini, si dichiara autonomo ponendo a capo del feudo l’ultima discendente dell’antica famiglia di Marchesi che risiedeva nel paese prima dell’annessione a Genova.
Purtroppo per i Carpenesi, le Podesterie vicine, prima fra tutte quella fiorente della Spezia, rifiutano di seguire il suo esempio e Carpena si ritrova da sola contro la grande Genova.
La reazione dei Genovesi non si fa attendere: un poderoso esercito di duemila uomini, integrato con forze del Vescovo di Luni e di altri feudatari della sua diocesi, schieratisi sorprendentemente a fianco della nemica tradizionale per schiacciare questo piccolo paese ribelle, comandati nientemeno che dal patrizio Antonio Doria, esponente di spicco della più illustre delle famiglie genovesi, si abbatte sul piccolo feudo, in un inaudito parossismo di massacri e violenze, sterminando tutta la popolazione, bruciando i campi e radendo al suolo il paese e la fortezza che lo sovrasta.
CAPITOLO PRIMO
La giovane Armida, dalla vetta del Monte, guardò ansiosamente
nella Valle.
Gli eserciti genovesi erano arrivati di sorpresa dal Colle di Montenero,
il che poteva solo significare che le galee avevano attraccato a Vernazza.
Carpena, la sua città, era cinta d’assedio; i Genovesi avevano con
loro un’efficiente artiglieria ed erano forti di almeno duemila uomini,
più un contingente che portava la ben nota bandiera del Vescovo
di Luni.
Quella notte Armida si era destata come sempre nel povero giaciglio della
sua casa per andare a mungere il latte. Il cielo ad oriente non si era
ancora tinto dei colori dell’alba quando le era parso di sentire la voce
del Padre Confessore.
“Alzati, Armida.” Le aveva detto “Non hai molto tempo. Sella il tuo ciuco e sveglia la tua sorellina: raccogli le cose più preziose che hai e fuggi sulla montagna, giacché una tempesta di morte sta per abbattersi sulla tua casa.”
Armida non aveva avuto esitazioni. Il Padre Confessore era un grande
Uomo di Dio, un Santo di cui era orgogliosa di aver attirato la paterna
attenzione: lei, umile contadina, una protetta del più alto prelato
del feudo!
Dopo aver fatto un fagotto delle sue povere cose e svegliato la sorellina,
prima ancora che l’alba fosse sorta, erano salite entrambe in tutta fretta
sul Monte delle Capre. Ora, lasciata la sorella affaticata a riposare sulle
felci, Armida si era inerpicata sulla vetta per vedere dall’alto cosa stava
accadendo nel paese sottostante.
I Genovesi avevano cominciato ad arrivare all’alba e nessuno aveva potuto fermarli. Le forze della giovane Marchesa di Carpena, guidate dai suoi due valenti Capitani, avevano tentato invano di opporre resistenza sulle alture del Parodi, ma il nemico arrivava da monte ed era molto più numeroso. Ora, alla fine del pomeriggio, i Genovesi avevano schiacciato tutte le resistenze, e di Carpena rimaneva intoccato solo il Castello, ritto sulla rupe rocciosa e protetto dalle sue formidabili fortificazioni, ma il logorante cannoneggiamento era già iniziato e Armida capì che la sua città era perduta e non c’era possibilità di resistere a meno di un miracolo. Già tutte le case fuori della cinta di mura erano invase dalla soldataglia e si levavano le urla degli orfani e delle donne violate.
Armida si prese il volto fra le mani e pianse, finché un urlo
agghiacciante le fece alzare la testa di scatto.
Si era trattato di un urlo di morte, ma mai Armida avrebbe creduto che
un uomo morente potesse lanciare un urlo così forte.
Guardò timorosamente verso il basso e vide il rogo dove i Genovesi
bruciavano gli ufficiali nemici, accusati di aver servito la Marchesa-Strega.
Dal rogo si innalzava un fumo nero e denso, nelle cui volute, che salivano
in alto verso il cielo, parve ad Armida di riconoscere la sagoma indistinta
di una figura umana, fatta di fumo, che si contorceva dal dolore.
Armida si ritrasse spaventata e si fece rapidamente il Segno della Croce.
I Genovesi dovevano aver invocato l’Anticristo in persona!
“Armida.”
La giovane si voltò. Dietro di lei c’era un vecchio frate francescano dalle vesti logore, la lunga barba bianca e la testa calva, che la guardava con benevolenza.
“Padre! Padre!” Gli corse incontro Armida, e gli si inginocchiò davanti, stringendogli le gambe con le braccia. “Ho visto il Demonio, laggiù, saliva dai fuochi!” e scoppiò in singhiozzi.
Il Padre Confessore si chinò per abbracciare la giovane e prese ad accarezzarle dolcemente i lunghi capelli neri.
“No, figliola, non temere. Satana non è ancora giunto qui, sebbene è probabile che sia proprio Lui la forza che usa i Genovesi a suo beneficio. La cosa che hai visto nel fumo era un’anima. Un’anima che ritornava al cielo, ma contorta e consumata dal proprio Desiderio di Distruzione.”
Armida alzò lo sguardo e vide le guance rugose del vecchio rigarsi di lacrime.
“Ed era l’anima di mio Fratello che hai visto salire al Cielo.” Aggiunse
sospirando il frate.
“Vostro fratello, Padre?” chiese stupita Armida “Non sapevo che ne aveste
uno.”
“Oh, sì invece: ne ho addirittura sei, Armida cara” disse sorridendo
il vecchio, come se la sua tristezza fosse scomparsa “e ben quarantadue
fratellastri!”
“Quarantadue!” Esclamò Armida “Che famiglia numerosa! Ma di certo
Vostro padre deve aver avuto più di una moglie!” concluse, pensando
come sarebbe stato bello avere una famiglia e dei figli, così da
poter dimenticare con loro tutto l’orrore che ora la circondava. Ma nel
momento stesso in cui formulava quel pensiero, le venne in mente che in
realtà il Padre Confessore probabilmente non alludeva ai suoi fratelli
carnali, ma ad altri membri dell’ordine di Santo Francesco. Armida chinò
lo sguardo sentendosi una stupida.
“Ascoltami Armida, io sto per lasciarti, e credo che sarà difficile
che ci rincontreremo in futuro…” disse dolcemente la voce del frate.
“No, no, non andate via, Padre, vi prego, ho bisogno della vostra guida
e della vostra saggezza, sono sola al mondo!” strillò Armida disperata.
“No, figliola, non è vero; non c’è forse tua sorella abbandonata
al sonno, laggiù fra le felci? E persino ora non sei sola ma hai
dei congiunti con te.” Gli occhi del frate si allargarono e diventarono
neri pozzi di sapienza, che sembravano guardare lontano, oltre ogni distanza
che la giovane contadina avrebbe mai potuto percepire. “Vedo che in te
c’è già parte dell’essenza dei figli che un giorno genererai
con l’uomo che avrà la fortuna di essere il tuo sposo.”
“Da-davvero, Padre?” balbettò ammirata Armida “Potete davvero vedere
queste cose? E’ la Vergine Maria che ve lo dice?”
“Ascoltami Armida, ti prego, ho poco tempo…” la interruppe il vecchio.
“Sì, Padre, vi ascolto”
“Ti chiedo di fare una cosa per me.”
“Ditemi Padre, la farò certamente!”
“Devi custodire questo oggetto.” E così dicendo estrasse dalla tasca
della tonaca un cofanetto di legno grezzo, senza serratura, chiuso con
robuste borchie metalliche saldate, e lo consegnò nelle mani tese
della fanciulla.
“Che cos’è?” chiese incuriosita Armida.
“E’ un oggetto molto antico, una reliquia da non profanare, chiusa dentro
un involucro che non dovrà mai essere aperto. Hai capito bene Armida?
Non lo dovrai mai aprire…”
“Certo Padre, non temete.” Disse Armida con la voce tremante: di sicuro
nel cofanetto era conservata una reliquia del Santo Francesco, e il Padre
Confessore non voleva cadesse nelle mani dei Genovesi.
Armida strinse a sé il cofanetto. Il Padre Confessore aveva scelto bene, lei avrebbe difeso la reliquia a costo della vita.
“Presto mi daranno la caccia” riprese il vecchio “e dovrò sparire nell’oblio come tutte le cose che invecchiano, ma tu sei giovane e forte e la tua volontà è salda quanto quella di poche creature mortali.”
Così dicendo il francescano chiuse gli occhi e posò dolcemente il palmo della mano sulla fresca fronte della fanciulla.
“Ora il potere del Pathos è dentro di te, piccola Armida, e nella tua mente ho posto Enigmi che col tempo si scioglieranno rivelandoti nuovi mezzi che ti permetteranno di adempiere meglio al tuo compito. Il Cielo mi perdoni, Armida, perché ho fatto di te una figlia degli Eterni, una preda del Nemico, l’ultima rimasta delle mie Alterazioni!”
Armida guardò confusa il Padre Confessore.
“Non capisco Padre, parlate di cose troppo difficili per me. Cosa è
un’Alterazione? Chi sono gli Eterni?”
“Ho parlato anche troppo, piccola mia e il mio compito è da sempre
quello di porre Enigmi e non quello di aiutare l’Uomo a risolverli, mi
dispiace.”
Il Padre Confessore esitò un attimo, poi si chinò a baciare sulla fronte Armida.
“Vai ora, piccola mia, ho posto un velo di ombre attorno a te e a tua
sorella, cosicché possiate allontanarvi da questa valle senza essere
notate. Non tornate mai più qui, perché questo è un
luogo di Morte.”
“Dio vi benedica, Padre… farò come mi dite.”
“Dio benedica te figliola, e ora va’!”
E come se non potesse resistere a quell’ordine e fosse sorto improvvisamente dentro di lei l’impellente Desiderio di fuggire, Armida corse verso la sella ricoperta di felci dove aveva lasciato sua sorella, portando con sé, inconsapevole, il seme di una nuova leggenda.
CAPITOLO SECONDO
Le esplosioni e le urla provenienti dall’esterno parevano non significare
nulla per le due figure che si fronteggiavano nella penombra della stanza.
Dalla stretta feritoia rivolta ad occidente si intuiva che il Sole stava
tramontando dietro al Monte delle Capre, i suoi ultimi raggi scendevano
obliqui come a separare la Sacerdotessa e il Guerriero.
La Sacerdotessa era una donna dai lunghi capelli neri e dalla pelle abbronzata,
dalle sue anonime vesti di popolana, che nascondevano appena le forme generose
e provocanti, proveniva un lieve profumo di erba fresca; tutto in lei suggeriva
una forza e una passione senza pari, ma il suo volto corrucciato era contratto
in una smorfia dolente.
L’alto Guerriero dinanzi a lei vestiva una pesante armatura sporca di polvere
e sangue incrostato. Sul suo splendido volto, incorniciato da arruffati
capelli neri, due grigi occhi velati di tristezza fissavano la figura innanzi
a sé. Nonostante le colossali dimensioni del Guerriero mettessero
in ombra la Sacerdotessa, le due figure parevano emanare un’eguale aura
di maestà e di potenza.
“Non ci credo.” Disse con voce atona il Guerriero “Non tu.”
“E’ ora che qualcuno ti faccia comprendere quello che a te solo sfugge,
Fratello. L’urlo di morte che hai sentito straziare la tua mente e il tuo
cuore è solo il principio della rovina in cui la tua follia ci sta
precipitando. Gli Eterni stanno lentamente assopendosi e non c’è
più spazio per le azioni di forza in questo millennio. Ti ho seguito!
Ho messo tutta la mia forza al servizio dei tuoi Desideri perché
esprimevano un magnifico Sogno. Ma è finita. Gli aiuti che attendi
non verranno mai. Le parole di Horus ancora mi martellano nella mente,
e chi meglio di lui poteva squarciare il velo che ci divide dal nostro
Destino?”
“Horus è un vigliacco!” tuonò il Guerriero con ira “La sua
sapienza ci sarebbe stata utile in battaglia, ma ci ha abbandonato ancor
prima che i Genovesi varcassero il Monte! Spero che il resto della sua
attuale vita sia tormentato dai rimorsi e dagli incubi!” Gli occhi della
Sacerdotessa si strinsero impercettibilmente, come per contenere l’impulso
di controbattere sullo stesso tono.
“Le tue parole sono vuote Fratello, sai bene che Horus ha visto la rovina
di questa città e ha capito che il suo fato era segnato; la sua
è stata una scelta di saggezza, o avresti preferito vedere anche
il suo corpo ardere nei fuochi genovesi?”
“Io so che mentre Horus stava già fuggendo con la coda fra le gambe
verso valle, un altro dei nostri Fratelli sacrificava la sua vita per proteggere
Desiderio Incarnato.”
“Basta!” la Sacerdotessa sembrò crescere di statura e fece un passo
avanti. Sorpreso, il Guerriero indietreggiò di fronte alla furia
della Sorella. “Sciocco! Stupida testa di legno! La donna che adori lassù
in quella torre, sarà presto carne bruciata! Ella non è mai
stata il Nostro Signore, ma un corpo attraverso il quale ci ha parlato,
seppure per pochi attimi! Certo, il contatto con l’Oceano del Pathos l’ha
mutata per sempre ma ella non è la Dea che tu hai voluto credere
che fosse! L’unica sacralità che possiede è quella di cui
tu l’hai ammantata e che sarà la causa della sua morte! Morte di
cui solo tu sarai responsabile!”
Il Guerriero reagì come se la Sacerdotessa lo avesse schiaffeggiato
in pieno volto. Parve perdere il controllo di sé e afferrò
le spalle della Sorella come se volesse stritolarle. Allarmata, con una
smorfia di dolore sul volto, la Sacerdotessa alzò una mano per quanto
le era possibile, ma il Guerriero ben sapeva quanta minaccia portava per
lui quel gesto.
I due Fratelli rimasero così per degli attimi interminabili, sfidandosi
con gli sguardi infuocati dei loro occhi immortali che avevano visto parlare
i Profeti e crollare gli Imperi. Poi il Sole scivolò definitivamente
oltre la Montagna e sulle due possenti creature cadde silenziosamente il
buio, gravido di un Destino ineluttabile.
Poi dopo un tempo che parve infinito, il Guerriero allentò lentamente
la presa e la Sacerdotessa abbassò la mano. Si guardarono entrambi
come ombre nel buio, restituiti all’umanità che era la loro forza
e la loro maledizione. Infine, fu la stanca voce del Guerriero che ruppe
il silenzio.
“Vattene dunque per i tuoi boschi, Sorella; avrei avuto tanto bisogno della tua magia, ma ne farò a meno.”
La Sacerdotessa indugiò un attimo. Una lacrima scorreva sulla sua gota, poi si voltò e si avviò per il corridoio. Giunta sulla soglia si fermò e senza voltarsi indietro sussurrò:
“Non conosco magie per far resuscitare i morti, Fratello, né per riesumare le speranze perdute.” E così dicendo uscì dalla porta e sul Guerriero sconvolto lo sconforto si abbatté come il coperchio di un pesante sepolcro.
CAPITOLO TERZO
L’antico e umido cunicolo era silenzioso e buio.
Alla luce delle torce, il Cavaliere della Croce avanzava con lo spirito
ardente di colui che sa di combattere dalla parte del Bene. Dietro di lui
i sei migliori guerrieri della Diocesi di Luni, scelti e benedetti dal
Vescovo in persona. Completavano il gruppo sei soldati genovesi e il loro
Capitano, un giovane nobiluomo dall’aria decisa e disciplinata.
Le informazioni si erano rivelate esatte. Dalla piccola fortezza settentrionale
di Castè, su cui ormai batteva la bandiera dello Scudo di San Giorgio,
un passaggio segreto menava ad un cunicolo sotterraneo che, sfruttando
anche preesistenti grotte naturali, arrivava direttamente sotto la Cittadella
di Carpena, fornendo, in caso d’assedio, un eccezionale via di fuga.
L’informazione era stata fornita al Vescovo dagli ultimi Signori di Vezzano
in declino, i cui avi avevano fondato Carpena e costruito il suo formidabile
castello.
Il Cavaliere aveva faticato a far accettare al Generale Doria il piano
d’incursione ma alla fine la sua tenacia aveva avuto ragione delle perplessità
del genovese. Lo scopo del manipolo era l’eliminazione della Marchesa e
del suo amante, il Capitano della Guardia.
Egli aveva già incontrato una volta il Capitano. Quella creatura
di Satana, di cui si diceva che fosse l’amante della Marchesa, aveva intercettato
con la sua scorta il gruppo di prelati scortati dal Cavaliere e dai suoi.
La battaglia era stata sanguinosa e lo stesso Cavaliere era stato ferito.
Creduto morto, aveva potuto osservare, con assoluto orrore, le azioni del
Demone. I quattro prelati erano gli unici rimasti di tutto il gruppo, e
avevano continuato ad implorare salva la vita. Al che il Capitano di Carpena
aveva riso profondamente e quindi aveva detto:
“No, non vi farò grazia della vita, ma non temete, vi concederò di morire nei vostri più brucianti Desideri.” Così dicendo il volto del Guerriero era mutato in quello di un Demone di Lussuria e spiriti invisibili s’erano impadroniti dei quattro prelati, spingendoli a sconcertanti atti di libidine che erano degenerati presto nel deliquio e nella morte.
Ora, a distanza di dodici anni al servizio di Santa Madre Chiesa, il Cavaliere aveva affinato le capacità di combattimento e rinforzato la sua volontà. La sua Fede era più salda. Dentro di sé sentiva scorrere come un fluido di potere, la forza datagli dalla fiducia che riponeva nella Parola di Dio.
Il sangue del Demone sarebbe stato bevuto dalla sua spada.
I guerrieri avanzarono in silenzio nelle viscere della Terra e fu proprio
mentre il cunicolo iniziava ad inerpicarsi verso l’alto, che da davanti
a loro si avvertì chiaro, nel silenzio della caverna, un singhiozzo
umano.
Il Cavaliere fece cenno di procedere più cauti e in poco tempo il
manipolo arrivò in un piccolo slargo.
Legata alla parete per i polsi e le caviglie a due pesanti anelli di ferro,
c’era un’esile, giovane donna dai lunghi e sporchi capelli biondi. I resti
delle vesti lacere indicavano che si trattava di una donna di rango. In
più punti la pelle era tumefatta, come se la donna fosse stata picchiata
ripetutamente e selvaggiamente. I punti in cui le vesti erano state strappate
non lasciavano dubbi sul genere di violenza che la donna aveva subito.
Alla comparsa dei Lunensi gli occhi le si spalancarono dal panico e la
fanciulla prese ad implorare con voce rotta:
“No, no… Vi prego… basta…. Vi prego….”
“Non temete Madonna” la rassicurò il Cavaliere “non intendiamo farvi
del male.” Ma mentre diceva queste parole si guardava attorno circospetto.
Fece cenno ai Genovesi di avanzare, poi prese con sé i suoi due
migliori guerrieri e proseguì un altro po’ nel cunicolo tastando
il terreno in cerca di trappole.
Quando ebbe finito tornò indietro e vide che i Genovesi avevano
liberato la ragazza che ora singhiozzava disperatamente fra le braccia
del Capitano.
“Per la Santa Croce! Che avete fatto?” esplose il Cavaliere “Non avevo
dato alcun ordine di liberarla!”
“Sciocchezze!” ruggì il genovese “Credete che abbia bisogno della
vostra autorizzazione per liberare una donna in pericolo? O pensate forse
che sia cosa da cristiano lasciare una povera fanciulla innocente legata
al muro di una lercia segreta!”
“Quanto sia innocente è ancora da stabilire, mio imberbe Capitano;
potrebbe lei stessa essere un Demone!”
Il Capitano lo guardò con disprezzo.
“I Demoni affollano solo la vostra fantasia malata, Cavaliere. E’ evidente
che questa ragazza è stata violata con la forza e picchiata ripetutamente.”
“Va bene.” Tagliò corto il Cavaliere “Ormai il danno è fatto,
ma non ho alcuna intenzione di tornare indietro per colpa di costei! Volente
o nolente ci seguirà!”
“Voi siete pazzo! Portare una ragazza nel covo di quei ribelli…”
“Quella ragazza di certo ha passato più tempo di voi in quel ‘covo
di ribelli’. Chiedetelo a lei!”
Il Capitano annuì e con un gesto gentile della mano, alzò dolcemente il mento della ragazza, che stava tremando nascondendo il viso sul suo petto.
“Non temete, Madonna, ditemi il vostro nome.”
“Arian di Dolceacqua, mio signore” disse la fanciulla.
“Come sei arrivata qui, Arian?”
“Mio padre era un mercante di gioielli, mio signore, con lui mi stavo recando
verso Firenze con un ingente quantitativo di merce, quando la nostra carovana
è stata assalita e sono stata portata prigioniera in un castello
sconosciuto. Qui un uomo che si proclamava il Senescalco del Castello,
minacciando me, costrinse mio padre a sottoscrivere una missiva che autorizzasse
il suo magazzino di Nervi ad inviare un altro carico. Quando mio padre
ebbe firmato, il Senescalco lo uccise spietatamente e poi mi… poi mi…”
“Basta così, Madonna” disse il Capitano “non occorre che andiate
oltre.”
A queste parole la fanciulla scoppiò nuovamente in lacrime e nascose di nuovo il viso sul suo petto.
“Avete sentito Cavaliere?” esclamò il genovese con voce dura “Questo vi dovrà bastare!”
Il Cavaliere osservò la scena interdetto. Qualcosa non lo convinceva.
La fanciulla aveva nominato l’astuto Senescalco della Marchesa, che avrebbe
certo potuto compiere una simile azione per ottenere i fondi necessari
ad equipaggiare l’esercito, ma Arian aveva dato una versione troppo schematica
dell’accaduto, troppo precisa, come se fosse un discorso che si era preparata
da tempo. Tuttavia se il Cavaliere ora l’avesse accusata di mentire, di
certo i Genovesi avrebbero preso le sue difese, e la missione a lui affidata
avrebbe rischiato di fallire per causa di quella donna.
Il Cavaliere imprecò fra sé: l’arrivo di quella donna aveva
portato la Discordia fra loro, poiché questa, fin dai tempi di Eva,
era stata la specialità delle donne.
“Bene” concluse “Madonna Arian verrà con noi, perché, sebbene me ne dolga, non possiamo permetterci di affidarle una scorta che la riporti a Castè e mandarla da sola è fuori discussione. Avete però l’ordine di proteggerla da tutti i pericoli cui potrebbe andare incontro restando con noi.”
Ma mentre pronunciava queste parole e notava il sollievo del Capitano,
il Cavaliere avvertì che l’alterco aveva creato una frattura fra
i Lunensi e i Genovesi, che fra loro si guardavano con aperta ostilità.
No. Non poteva sbagliarsi, la tensione era palpabile. Stava accadendo qualcosa,
lo sentiva nel profondo dell’animo. Un potere sconosciuto era all’opera
e di certo non era benevolo.
Decidendo dentro di sé che avrebbe tenuto d’occhio Arian, il Cavaliere
fece cenno di proseguire. Il cunicolo si snodava per diverse decine di
metri in salita, poi svoltava a sinistra, per divenire molto più
ripido, fino a sbucare in un’ampia caverna naturale.
La caverna era bellissima e a molti dei soldati sfuggì un’esclamazione
di rapita meraviglia. Stalattiti opalescenti scendevano come drappi dal
soffitto diseguale, andando incontro a più massicce, candide stalagmiti
che s’innalzavano dal terreno. Da qualche parte avanti a loro proveniva
il cristallino sgocciolio dell’acqua che cadeva in un sifone sotterraneo.
Il primo pensiero che balenò al Cavaliere della Croce fu che quello era il posto ideale per un agguato; dietro le concrezioni avrebbe potuto esserci chiunque, ma quello che più lo stupiva era l’insieme di fili sottili tesi fra le concrezioni in ogni direzione, che rilucevano alla luce tremula delle torce e gli ricordavano, con uno spiacevole accostamento, i fili di una smisurata ragnatela.
“Procedete lentamente.” Disse ai suoi uomini “Non tagliate i fili con
le armi, ma piuttosto bruciateli con le torce. Fate movimenti rapidi a
lato degli ostacoli per non farvi sorprendere da un eventuale nemico acquattato,
state all’erta…”
“Fate andare avanti i Genovesi” interloquì uno dei soldati lunensi
con un sogghigno “alla ragazza ci pensiamo noi!”
“Maiale servo dei preti!” ringhiò un genovese che gli stava vicino.
Per tutta risposta, prima che lo stesso Cavaliere potesse reagire, il
guerriero lunense tirò un violento pugno in faccia al genovese,
che cadde indietro addosso al suo Capitano, che a sua volta ruzzolò
rovinosamente a terra. Arian, che era al fianco del Capitano, si scostò
rapidamente con uno strillo di spavento.
Sembrò il segnale di avvio di una rissa furibonda. Il Cavaliere
della Croce guardò sconcertato i Genovesi e i Lunensi che brandivano
le armi gli uni contro gli altri, massacrandosi a vicenda.
“Fermi! Pazzi! Che state facendo?” urlò lanciandosi nella mischia per dividere due dei contendenti. Poi un colpo violento lo raggiunse alla nuca e fu il buio.
Quando riprese conoscenza il Cavaliere scoprì che era legato
saldamente con delle corde e che la testa gli faceva molto male. Aprì
gli occhi con una smorfia di dolore e si guardò attorno. Una torcia
appesa a una parete illuminava una scena mostruosa e irreale.
Si trovava su un’enorme ragnatela concentrica sospesa su un abisso oscuro.
Una moltitudine di fili vischiosi lo teneva legato impedendogli qualunque
genere di movimento e relegandolo in una specie di osceno bozzolo dal quale
gli uscivano solo la testa e le spalle. A poca distanza un bozzolo simile
imprigionava il Capitano genovese, che fissava con orrore qualcosa al centro
della ragnatela.
Il Cavaliere voltò la testa per quanto gli concedeva la sua infelice
posizione, e quello che vide gli gelò il sangue nelle vene. Al centro
della ragnatela c’era un ragno nero di dimensioni mostruose: il ventre
gonfio e repellente sgocciolava un umore biancastro mentre grappoli di
piccoli occhi rossi sovrastavano un orifizio irto di piccoli e aguzzi denti
sbavanti. Le zampe pelose terminavano in mani umane, saldamente aggrappate
ai fili della ragnatela.
Il Cavaliere chiuse gli occhi e iniziò a recitare un Pater Noster:
aveva raggiunto l’anticamera dell’Inferno e un Demone delle Tenebre stava
per divorarlo. Doveva raccomandare l’anima al Signore.
La preghiera fu bruscamente interrotta da un sussulto della ragnatela,
come se qualcosa di grosso stesse percorrendola rapidamente avvicinandosi
alle due vittime impotenti.
Il Cavaliere della Croce aprì gli occhi.
Arian si trovava accucciata sulla ragnatela e con movimenti aggraziati,
vagamente simili a quelli di un ragno, si pose fra i due bozzoli. Il ragno
gigante era scomparso.
“Tu…tu…” balbettava il genovese con gli occhi sgranati.
“Io…Io…!” commentò sardonica Arian, con un ghigno crudele sul volto.
“E’ un Demone dell’Inferno!” urlò il Cavaliere “Prega per la tua
anima, genovese, prima che sia troppo tardi!”
“Tu sei un Demone dell’Inferno” Gli rispose seccamente Arian “e presto
all’Inferno tornerai, lentamente… Ma prima, mi occuperò di te.”
Aggiunse voltandosi repentinamente verso il giovane Capitano.
“Sei stato molto utile ad Aracne, e Aracne ti riserverà una morte
più piacevole… non è forse anche Aracne Signora del Desiderio?”
E così dicendo Arian salì a cavalcioni del bozzolo che teneva prigioniero il Capitano e cinse il collo della sua vittima fra le mani.
“Prova il più supremo dei piaceri, mortale.” Sussurrò Aracne con la voce roca, mentre lo sguardo del genovese si faceva vitreo.
Il Cavaliere della Croce capì cosa stava per accadere: lo aveva
già visto una volta, e comprese che Arian era un Demone dell’Inferno
della stessa schiatta del Guerriero di Carpena.
Tentò di divincolarsi, per raggiungere il coltello che aveva nello
stivale, ma più tentava di muoversi, più i lacci vischiosi
lo stringevano con forza. Non poteva finire così…non doveva! Era
scritto nel Libro dei Libri che il Male non poteva trionfare.
“Magnificat anima mea dominum” esclamò il Cavaliere mentre i
lacci che lo avvinghiavano si facevano ora sempre più lenti.
“Et exultavit spiritus meus in deo salutari meo…”
Il Cavaliere della Croce raggiunse il coltello, lo afferrò. Non
perse tempo a liberarsi, ma mise tutta la sua forza e tutta la sua Fede
nel lancio.
Il coltello trapassò il cuore di Arian e il suo urlo di morte echeggiò
a lungo nelle caverne vuote.
CAPITOLO QUARTO
La Marchesa aveva perso i sensi e questo facilitò il compito del boia. Afferrò per i capelli il corpo esanime e lo trascinò sulle fascine fino al palo.
“Maledetto! Ti pentirai di quello che stai facendo!” urlò con
rabbia il Guerriero, cercando di divincolarsi dalle catene che lo imprigionavano.
“Fatelo tacere.” Ordinò il Condottiero, e subito due soldati lo
colpirono ripetutamente con l’asta della picca. Il Guerriero barcollò
e la sua bocca si riempì del sapore del sangue. Era molto debole
e aveva usato tutte le risorse a sua disposizione durante la battaglia.
Alzò lo sguardo, e vide che il boia aveva già legato la
sua Signora al palo e faceva segno ai soldati di portare le fascine per
completare la pira.
Come si era potuti arrivare a quel punto? Doveva pur esserci una soluzione!
Il Guerriero sconfitto si guardò disperatamente intorno: soldati,
soldati ovunque! Qualche prete inviato da Luni a godersi lo spettacolo
e i notabili dei Feudi vicini, invitati dal genovese per imparare bene
la lezione d’obbedienza.
Eppure l’ultimo dei suoi Fratelli non era stato catturato, né aveva
avvertito la sua morte. L’Astuto, colui che aveva ricoperto per anni la
carica di Senescalco del feudo, doveva ancora essere in libertà
e di certo la sua mente acuta, affinata da millenni di sapienti inganni
e stratagemmi, doveva già avere escogitato il sistema per salvarli…
Ma dove era? Dove?
“E’ inutile, Desiante, non verrà nessuno a salvarti.” Disse il
Condottiero avvicinandosi al nemico sconfitto. “Anche le altre Armonie
stanno subendo la stessa sorte a voi toccata: non c’è più
spazio per gli antichi Dei in questo millennio. “
“E tu chi saresti?” chiese con odio il Guerriero.
“Sono Antonio Doria, Comandante dell’esercito che ti ha sconfitto.” Sorrise
il Condottiero.
“Questo lo so, ma chi sei veramente?” insistette il Guerriero.
“Ti basti sapere che sono la tua morte, Desiante. E la sua.” Aggiunse indicando
il centro della spianata.
Il prigioniero seguì con lo sguardo la direzione indicata dal
vincitore: il boia si era avvicinato alla pira e stava appiccando il fuoco.
Il Guerriero osservò con impotente disperazione le fiamme che minuto
dopo minuto consumavano crepitando le fascine, attaccavano le vesti che
lui tante volte aveva disciolto, ardevano i capelli per mille notti accarezzati,
e il dolore fu talmente tremendo che, mentre le lacrime scendevano a rigargli
il viso, la morte sopravvenne a liberarlo. Gilgamesh chiuse ancora una
volta gli occhi, abbandonandosi a quel familiare, pietoso abbraccio.
“Ecco come periscono i nemici della Repubblica” gridò il Condottiero rivolto ai notabili che fissavano immobili la pira. “Ora tornerete nei vostri castelli, ma saprete cosa vi attende in caso di rivolta.”
Il Condottiero si voltò, vide il corpo senza vita del Guerriero
e vi sputò sopra con un moto di stizza, poi fece un cenno al suo
seguito e si allontanò accompagnato dai suoi ufficiali.
Uno dei notabili alzò il capo, trattenendo le lacrime.
Aveva ancora molto da fare prima di dormire, compiti da svolgere, piani
da progettare in nome del più alto degli Ideali, e spesso la fedeltà
agli Ideali era superiore al Desiderio di morire.
Mentre il Condottiero si allontanava, per riferire ai suoi Signori il suo
successo, Odysseus ingoiò il dolore e si preparò ad affrontare
un nuovo giorno.
Oggi Carpena è un piccolo paese immerso in fitti boschi
di castagni nel Comune di Riccò del Golfo, in provincia di La Spezia.
Il paese è raggiunto con difficoltà da una stretta carrozzabile
e conta una ventina di anime, quasi tutti anziani. Non c’è più
traccia delle antiche fortificazioni e i pochi muri rimasti sono stati
demoliti per ricavare materiale da costruzione per le nuove case dei contadini.
Eppure si respira nel paese l’aria di una passata grandezza, e saliti alla
chiesa, costruita sul sito dell’antico castello dei Marchesi di Carpena,
la vista spazia dalla Valle del Vara a quella della Magra, fino ad abbracciare
l’Appennino e le Alpi Apuane. A sud la massiccia mole del Monte Capri divide
il paese dal Comprensorio delle Cinque Terre e dal chiasso del turismo
vacanziero: una piccola oasi di pace in un luogo che ha già subito
tutta la violenza che poteva sopportare.
© 1998 PATHOS
Associazione di Letteratura Interattiva