EDIPO A BISANZIO
di Francesco Beltramini
Avvertenza: I fatti narrati nell’antefatto sono liberamente ispirati a fatti storici reali, la realtà storica la potete cercare nei libri. Non è comunque detto che sia più “reale” di quella da me narrata. Il racconto vero e proprio è R3 e voi sapete come giudicarne il grado di realtà.
ANTEFATTO
Molti anni prima, a Costantino XI, l’ultimo dei Paleologhi, che ancora
non era imperatore, venne fatta una profezia. Un saggio sufi, che stava
fuggendo da Baghdad, gli annunciò che il suo primogenito sarebbe
stato una freccia nel cuore di lui e di tutta cristianità.
Costantino, che certo era uomo saggio e pio, all’età di 26 anni
decise di liberarsi del figlioletto avuto da una serva infedele (nel senso
di musulmana) e lo diede, per toglierlo dal cuore della cristianità,
a Murad II, Sultano ottomano.
In cambio ottenne, da Murad, l’appoggio, diciott’anni dopo, alla sua candidatura
come successore del fratello Giovanni VIII al trono di Costantinopoli.
Costantino non s'interessò più del pargoletto, forse perché
pensava che Murad lo avrebbe usato per qualche rito demoniaco mettendo
così fine alla sua breve esistenza, forse perché Murad stesso
aveva fatto un incantamento al buon amico Costantino, forse semplicemente
perché l’Enigmatico Fato così voleva.
Murad chiamò questo figliastro Muhammad ma poi esso venne detto
Maometto II il conquistatore. Il piccolo venne allevato come un vero e
proprio figlio, facendolo crescere accanto al piccolo Ahmed, primogenito
di Murad. I due non conobbero mai la vera discendenza del minore, che veniva
amato, istruito e consigliato dal fratello più grande.
Muhammad, appena poté ragionare con la propria testa, decise di
voler conquistare l’antica Bisanzio e poi buona parte del mondo cristiano.
Per fare ciò doveva, però, per lo meno, essere Sultano. Detto
fatto, all’età di 21 anni, morto il padre, uccise il fratello che
tanto l’aveva aiutato e consigliato, dando così inizio ad una lunga
serie di fratricidi.
LA VICENDA
“E’ una bella serata... anche se questo freddo vento di fine inverno
mi ha fatto seccare gli occhi, la pelle e la gola... Hadija, ti prego,
va pure dalla tua padrona e chiedile di raggiungermi appena può,
nella mia tenda... Hadija...”
“Sì, padrone?”. ”Niente... scusami, va!”
La giovane ancella, che certo doveva avere più sangue latino che
arabo nelle vene, si allontanò silenziosa nelle vesti bianche e
verdi. Era intimorita dal bel padrone che sembrava sempre assorto in strani
pensieri.
Muhammad, che poi fu detto “Al Fatih”, entrò nella sua tenda, la
più grande e ornata dell’accampamento. Si slacciò la cintura
dalla quale pendevano le preziose armi, s'inginocchiò sul cuscino
ricamato a Venezia, dono del suo amico Costantino e si mise a pregare.
Amico... era distratto e si mise a pensare alla vita, e a quella sura che
sempre gli ricordava suo fratello Ahmed, (Che possa correre in eterno sulla
groppa del miglior mehari della Giannah) prima che lo facesse ammazzare:
“ La vita dell'uomo saggio è tortuosa come i disegni del'henna sulle
mani di una bella donna truccata, ma anche diritta e fine come i suoi capelli”.
Muhammad non sapeva se era un uomo saggio, e non gli importava. Suo padre
Murad (Che il ricordo delle sue parole possa riecheggiare per sempre nelle
orecchie di coloro che gli furono amici) era stato saggio, e questo non
aveva impedito la sua morte, due anni prima. Ahmed (Che i suoi figli possano
eguagliarlo in possanza, bellezza e intelligenza) stesso si considerava
molto saggio, quando dispensava sure e sadj, come un vecchio kahin.
Il Sultano voleva solo riposarsi. Il giorno dopo avrebbe dovuto incontrarsi
con alcuni sufi che avevano molto viaggiato e molto conosciuto. La scommessa
che aveva fatto con Costantino era oltre le sue possibilità e non
sapeva come fare. Voleva Costantinopoli e soprattutto voleva mettere le
mani sui tesori dei crociati e sulla fantastica biblioteca che si diceva
essere nascosta sotto la chiesa di Santa Sofia.
Avrebbe ucciso Costantino, così come sempre aveva assassinato coloro
che s'interponevano tra lui e la sapienza. Tra lui e il potere. Tra lui
e Roma! Il sangue dell’imperatore, dopo undici generazioni, era ormai annacquato
e non sapeva mettere a frutto le conoscenze racchiuse nei luoghi più
antichi della città. Tantomeno poteva fungere da scudo per il resto
d’Europa come avevano fatto i più valenti antenati. Ci voleva nuovo
sangue in Europa, e una nuova fede, l’Unica.
“Sapienza non è saggezza” diceva Ahmed (Che le sue figlie possano
avere matrimoni ricchi e felici) “Il vero saggio si accontenta di non sapere”.
Sputò nella terra grigia all’interno della tenda.
Quanto ci metteva Manah? Era stanco e voleva coricarsi! Stava appunto assopendosi
quando la tenda fu scostata dalla grassa confidente. Le robuste mani della
donna gli sciolsero i muscoli della schiena e la sua calda voce lo spinse
a raccontare della giornata appena trascorsa con quello che avrebbe dovuto
essere suo acerrimo nemico e per il quale invece non provava che un’infinita
pietà. Costantino... si perse nuovamente a riflettere sul fato bizzarro.
La giornata passata di gran nascosto nel palazzo imperiale era stata tremendamente
lunga, nemmeno gli scacchi avevano alleviato il tormento di sentirsi sempre
dileggiare dall’arrogante imperatore, e per giunta aveva anche perso. Costantino
non aveva perso occasione per ricordargli parti dell’enigma che gli aveva
sottoposto più di un mese prima e al quale ancora non aveva trovato
risposta. Per posta c’era l’antica Bisanzio, che fino allora si era mostrata
impenetrabile e che Costantino riteneva divinamente protetta. Gliel’avrebbe
fatta vedere lui... attendeva per il giorno seguente qualcuno che sicuramente
avrebbe trovato una risposta all’indovinello del suo amico mortale. Parlò
distrattamente con la serva dei suoi progetti. Manah lo ascoltava, paziente
come sempre. E come sempre cercò di baciarlo, ma lui era stanco
e la scacciò quasi bruscamente. Voleva che per quella notte i servigi
dell'abile donna si limitassero ai quasi taumaturgici massaggi che gli
aveva appena concesso. Manah diceva di aver appreso quelle tecniche da
un ifrit che da giovincella aveva approfittato di lei per poi così
ricambiarla.
Rimase solo e presto i pensieri furono coperti dalla fine sabbia del deserto
dei suoi avi, e si addormentò. Come molte altre notti sognò
Roma e un impero unito sotto i fedeli servi del vero dio.
Il giorno dopo arrivarono i tanto aspettati saggi; i tre sufi che aveva
fatto convocare si presentarono come muezzin, e ciò lo fece sorridere.
La maggior parte dei muezzin che conosceva l’avrebbero dichiarato infedele
solo al vederlo parlare con quei tre asceti. Si chiuse nella tenda e spiegò
loro il fatto, traducendo l’enigma che Costantino gli aveva sottoposto.
Quell’astruso poema coinvolse le energie dei tre fin oltre il tramonto.
Muhammad li stava per congedare, spazientito e sconsolato, quando il più
giovane dei tre strizzò gli occhi, toccandosi la barba.
“Muhammad, non avere fretta! Ascolta Dahanash! Il semplice fatto di essere
nato cinquecento anni dopo del mio collega, qui, non vuol dire che io non
sappia consigliarti per un affare così da poco!”. Muhammad sorrise,
guardando il vecchio eretico che dimostrava una sessantina d’anni, come
pure gli altri due saggi, che mostravano in quel momento astio nei confronti
di colui che aveva parlato.
Dahanash continuò: “Esiste qualcosa, Oh Muhammad figlio di Murad,
figlio di Muhammad, figlio di Bayazid a sua volta figlio di Murad, figlio
di Orkhan, figlio di Osman, fondatore della dinastia ottomana, esiste un
bastone, una sorta di scettro, citato anche dal saggio Al Qurti, che fu
costruito da un jinn in persona e da lui dato al figlio di un re, affinché
potesse sciogliere un enigma, spingere un mostro nemico del jinn al suicidio
e far avverare una profezia. Questo bastone darebbe a chi lo porta il potere
di sciogliere qualsiasi enigma e avrebbe inoltre in sé altri miracolosi
poteri.”
“Dimmi allora!”, lo incalzò l’impaziente Sultano “Dov’è questo
bastone?”.
Dahanash, senza badare all’insolenza del bramoso Muhammad spiegò
che il bastone si trovava probabilmente laddove erano sepolte le spoglie
mortali del precedente possessore, ma che non sapeva né chi fosse
costui né tantomeno dove l’avessero seppellito.
Muhammad si mise a riflettere e non ci mise molto a ricordare una tragedia
greca, una delle ultime scritte da un autore vissuto quasi duemila anni
prima, che gli era rimasta ben impressa nella memoria fin da quando il
suo precettore, un fanatico ellenista che poi fu esiliato proprio per queste
simpatie, glielo aveva fatto leggere.
Edipo! Un personaggio che sempre l’aveva affascinato! Edipo aveva sciolto
l’enigma della Sfinge l’unico che il sultano ricordasse a memoria: “Qual
è quell’animale che all’alba cammina con quattro zampe, il giorno
con due e la sera con tre?”. Aveva sempre pensato che un enigma così
l’avrebbe risolto lui stesso senza il bisogno di pensarci più di
tanto.
Gli bastò consultare i testi che sempre si portava dietro per sconfiggere
la noia tra una battaglia e l’altra, per scoprire che Edipo aveva finito
la sua vita mortale a Colono, vicino ad Atene. Lì era stato fatto
diventare un semidio, guadagnando il diritto a salire sull’Olimpo con i
suoi pari... una sorta di premio per aver vissuto tutta la vita come una
marionetta nelle mani degli dei greci.
Il sultano non dovette nemmeno pensarci: fece sellare Buraq, il miglior
cavallo che mai avesse posseduto e scelse dodici uomini affinché
lo accompagnassero nell’impresa che forse, finalmente, lo avrebbe portato
alla conquista di Costantinopoli e poi delle terre cristiane fino a Roma!
Diede disposizioni affinché ognuno della scorta avesse un tappeto
e un paio di vasi arabi. Prese con se le armi, una sacca di denaro, dei
fichi secchi, acqua fresca e il necessario per pregare e partì,
prima che il sole sorgesse.
A chi lo incontrava per strada Muhammad diceva di essere un mercante di
nome Harun al-Rashid e prima di raggiungere Atene aveva già venduti
dieci tappeti e altrettanti vasi.
I cavalieri arrivarono nella capitale dell’Attica un pomeriggio di inizio
primavera, i cavalli, esausti, vennero cambiati per la quarta volta da
quando il gruppo era partito dall’accampamento di Costantinopoli. Il sultano
parricida era preso da una folle euforia, ogni minuto era più vicino
alla sua meta, ogni secondo lo separava dal trionfo.
Prima che il sole tramontasse i tredici uomini erano giunti ai confini
del bosco sacro alle Erinni. Lasciarono i cavalli e si incamminarono all’interno
della macchia. Le querce e le sughere erano coperte in alcuni punti di
liane, l’erica sferzava le gambe di Muhammad che mentre si inoltrava forsennatamente
nel profondo della vegetazione pregava Allah che gli facesse trovare la
tomba dell’astuto greco. Gli uomini accesero le torce. Il sultano decise
di fermarsi per il ringraziamento della sera. Disse ai suoi soldati, tutti
uomini pii e di gran virtù, di sforzarsi di dirigere le loro preghiere
verso il suo obbiettivo.
Appena cominciarono però udirono delle risate provenire dal bosco.
“Chi è che osa disturbare la nostra preghiera?” La voce di Muhammad
era inquieta.
“Ah! Ah! Ah!” Continuarono le risate.
“Siamo le Eumenidi, Muhammad al Fatih. Siamo le Erinni. Siamo vendetta
e odio sconfinato. Siamo il tuo destino.”
Tre voci, diverse, si mischiavano, provenendo da diversi punti del bosco.
Dopo un poco convinto ghigno di scherno Muhammad disse: “Non burlatevi
di noi, coloro che dite di essere, se mai sono esistite, sono state scacciate
dall’Unico Dio, il Grande!”
“Ah! il tuo dio è potente è vero, ma anche le tue colpe lo
sono, Muhammad! Siamo Aletto. Siamo Tisifone. Siamo Megera” Per la prima
volta le tre voci si scomposero. Poi, ancora unite: “Siamo figlie di Nyx,
la notte, siamo quelle che si occupano di coloro che si macchiano del sangue
dei consanguinei.”
I rami delle piante adiacenti la piccola radura in cui si trovavano il
sultano e i suoi uomini vennero scostati. La luce era sempre più
debole. Le voci iniziarono nuovamente: “Sono Aletto. Sono Tisifone. Sono
Megera. Siamo il tuo destino”
Le sagome a mezz’aria delle tre Erinni si stagliarono nel cielo crepuscolare,
le serpi che avevano per capelli stavano placide, avvolte in acconciature
composte.
“Sei nella foresta che a Noi è sacra Muhammad!”
Il nobile arabo e i suoi uomini iniziarono ad urlare, raccapricciati. Un
paio di uomini sguainarono le spade. Muhammad tremava vedendo in faccia
il proprio fato.
“Ma non temere...”
“Zitta Tisifone!” la voce di una delle dee venne interrotta da bruscamente
da un altra.
“No Aletto, taci tu, non abbiamo tempo da perdere!” Poi continuando all’indirizzo
del sultano: “Capisci Muhammad, di questi tempi abbiamo molto lavoro!”
“Mi stavo divertendo...” protestò ancora Aletto.
I tre mostri nel frattempo si erano dati aspetti più umani. Aletto
era una giovane mora, dai tratti quasi orientali, Tisifone una bella donna
matura, bionda, e prosperosa, la terza era invece una vecchia, dall’aspetto
severo e dignitoso con i capelli raccolti in una grigia crocchia. I volti
delle tre parevano però mutare lentamente, ringiovanendo o invecchiando
e i loro vestiti cambiavano velocemente foggia, con stili che il sultano
non conosceva e che gli parevano via via lussuriosi, casti, stravaganti
o famigliari.
Le tre si avvicinarono tra loro, mettendosi di fronte a Muhammad, che era
impietrito e totalmente affascinato.
“Non siamo qui per ucciderti, né per devastare i tuoi averi, no...
per questo ci sarà tempo quando i tuoi possedimenti saranno anche
maggiori... non siamo qui per sbranare le tue carni, no... anche se lo
vorremmo e anche se te lo meriti, avendo compiuto i crimini peggiori...
siamo qui per aiutarti!... già... il fato ha giocato così...
il fato a voluto che qualcuno ci chiedesse di aiutarti e siccome abbiamo
con lei... con lui... dei debiti di sangue, siamo qui... ringrazia, Muhammad...
ringrazia che il signore dei misteri abbia voluto favorirti o se vuoi prega
il tuo dio così potente... il tuo dio unico... non tornerai mai
più qui per uscirne vivo... mai... e un giorno verremo a prenderti...
ma intanto... prendi... questo è ciò che stavi cercando...
questo è l’oggetto che ti permetterà di guadagnare onori
e gloria... già... la gloria dei mortali... degli esseri insignificanti
che presto verranno dimenticati... è la follia a spingere coloro
che furono prima di noi a dare fiducia, interesse ed ascolto a voi macchine
di carne... ora devo andare Muhammad, ma torneremo... torneremo...”
Il sultano si riprese solo quando gli echi delle voci delle Erinni furono
assorbiti dal verde silenzio della foresta.
Aveva, nelle mani giunte, un bastone d’osso, con delle rifiniture di rame
e di cuoio logoro.
I guerrieri lo guardavano silenziosi. Fece loro cenno di continuare la
preghiera, poi, tutti e tredici, si incamminarono verso le cavalcature
e ripartirono.
© 1998 PATHOS
Associazione di Letteratura Interattiva