BELLEZZA E' VERITA'?
di Stefano Spock
Il sole si abbassò e sfiorò l'orizzonte, mentre il Golfo di napoli avvampava di un fuoco purpureo.
Spock bevve avidamente la scena, e non poté trattenersi dal pensare
a una metafora: "Il mare è un'amante pieno di vergogna, che arrossisce
nell'abbraccio e nel bacio dell'amato."
Sicuramente non erano parole che appartenevano a lui. Ma erano sue,
inscritte nella sua mente, insieme a lingue che non sapeva e segreti che
non conosceva, insieme a donne che non aveva conosciuto e uomini cui non
poteva aver stretto la mano. Ma che pure erano lì. Lì con
l'altro se. Lì con un se diverso.
Si allontanò di un centinaio di metri dall'attracco dell'aliscafo
che l'aveva portato sull'isola di Ischia, e con un cenno chiamò
uno dei microtaxi in attesa di turisti. Spock sorrise come sorrideva sempre
nel vedere quelle piccole mostruosità: apecar riadattati al trasporto
di persone, motore truccato e marmitta bucata, ma unico mezzo di locomozione
turistica dell'isola.
Montò nel piccolo vano del veicolo, si accomodò su un
vecchio sedile in fintapelle rossa, con la sua inseparabile valigetta tra
le mani, e disse "Mi porti a Forio d'Ischia"
Il guidatore fece "ok" col pollice, e mise in moto. Poi, a voce alta
per sovrastare il rombo del cinquantino tirato oltre ogni limite, chiese:
"Niente bagaglio, dottò?"
Spock lo guardò. Non più di 18 anni, sicuramente meno
anzi. Fece cenno di no, poi si sporse e gli disse "E non chiamarmi dotto',
o mi sento vecchio."
Come se già non mi sentissi abbastanza anziano. Vecchio come il mondo. Più del mondo, in verità. Il giovane sorrise, e iniziò a guidare spericolatamente verso Forio.
Le strade ischitane sono trappole mortali per il turista dotato di automobile, e sono di una pericolosità assurda anche per gli abitanti dell'isola. Ma Spock aveva fatto il callo a quei passaggi a pelo che costituiscono il modus vivendi del tassista ischitano. Così si immerse per qualche istante nella lettura di una piccola mappa turistica e di alcuni documenti che aveva stampato assieme a Gennaro durante la sua permanenza a Napoli.
Era proprio in quel frangente, mentre chiuso in uno stanzino dell'ospedale lavorava sui dati che stavano cercando, che aveva progettato quella piccola escursione in un luogo che amava tantissimo.
Il tassista gli aveva chiesto qualcosa. Fece cenno come a dire che non
aveva sentito. "Da dove vieni ?"
Spock pensò di mentirgli, ma poi decise che non ne valeva la
pena. "Milano"
"Da lontano !" esclamo' il tassista, accelerando ulteriormente, quasi
sperasse di prendere il volo.
Non c'era certo bisogno di leggere le emozioni sul volto del giovane
per capire che Milano alle sue orecchie suonava come "mondo". Ed Ischia,
questa piccola perla che era la sua casa, in cui chiunque avrebbe voluto
vivere, suonava come "prigione". Come fa lo spirito immenso di un adolescente
a vivere in un isola che si gira in 2 ore ?
"Già, da molto lontano..." bisbigliò Stefano.
Sbucarono sul lungomare di Forio, quasi deserto in quella stagione.
Spock lo guardò un po' deluso. Il ragazzo sentì quasi il
bisogno di scusarsi: "Non e' ancora 'a staggione..."
"Già, dovevo immaginare" fece Stefano, smontando dal veicolo.
Anche il giovane conducente scese.
Stefano si appoggiò a braccia conserte sul parapetto e guardò
il mare, con il disco rosso del sole che spariva appena oltre l'orizzonte.
Accanto a lui anche il giovane ischitano osservava il mare. Aveva capelli
nerissimi, e occhi scuri e intelligenti. Stefano provò un'istintiva
simpatia per quel volto furbo e cordiale, e gli tese la mano:
"Stefano"
"Giovanni" disse l'altro, con un ampio sorriso.
Rivolsero entrambi la loro attenzione verso l'orizzonte. Il giovane ischitano, con il savoir-faire tipico di quelle zone, iniziò a raccontare le meraviglie della sua terra: "Dicono che in alcuni periodi dell'anno, per un motivo che non si riesce a spiegare, le acque del mare d'Ischia vengano illuminate da un raggio di luce..."
Ed ecco, dopo alcuni istanti, appena sotto la superficie del mare si formò un cono di luce, esattamente come se un pittore folle avesse staccato una fetta di mare e l'avesse ridipinta in un colore più chiaro... La voce di Giovanni si perse nello stupore della contemplazione. Con un sorriso, Spock disse a mezza voce "Il raggio verde... non potevo perdermelo."
E poteva forse mettersi a spiegare, in quel momento, che quel fenomeno non aveva nulla di inspiegabile ? Che si trattava dell'effetto, puro e semplice, della rifrazione causata dall'aria al tramonto, lo stesso fenomeno per cui il sole ci appare rosso ? Ma il colore rosso del Sole e il raggio verde che componevano quel paesaggio mozzafiato avevano in se una bellezza che non avrebbe sopportato l'oltraggio della spiegazione, così come una vergine pudica non sopporterebbe di essere violentemente privata del velo che la copre e la ammanta di una sensuale e misteriosa bellezza.
Quest'idea aveva un senso, quest'idea era la risposta a una domanda, si disse Stefano. Ma quale domanda ?
Solo quando, lentamente, la luminescenza scomparve, i due ragazzi si
riscossero. Stefano chiese a Giovanni "C'e' qualche albergo aperto in questa
stagione ?"
"Non 'o sacc', ma a casa mia c'è una camera che affittiamo."
"Veramente... non vorrei disturbare..."
"Ma quale disturbo ! E' li' apposta. E poi paghi !" rispose sorridendo
l'isolano.
"Allora ok" sorrise Stefano.
"Iamm' ! Prima passiamo dalla piazza, però, che saluto 'a compagnia"
Alla luce cangiante del tramonto, la piccola piazzetta di Forio sembrava davvero desolata. Stefano che l'aveva vista solo d'estate, traboccante di turisti, ne fu spiacevolmente colpito, esattamente come dal lungomare poco prima.
In mezzo alla piazza, seduti chi su un muretto e chi sui mattoncini di tufo, un gruppo di giovani si godeva la sera quasi primaverile. Stefano non si sarebbe stupito di vederci in mezzo una chitarra. E infatti così' era.
Giovanni salutò a uno a uno i suoi compagni, e gli presentò "il suo amico da Milano", come se si conoscessero da una vita. E poteva essere vero.
Giovanni sedette a terra, e Stefano rimase in piedi, senza sapere bene
cosa fare; non era mai stato un tipo facile ad imbarazzarsi, ma era la
prima volta che gli capitava di essere in una situazione del genere. Con
la tipica ospitalità partenopea, i giovani aprirono il cerchio,
lo fecero sedere, gli offrirono sigarette (rifiutate) e un sorso di birra
(accettato di buon grado). Giovanni prese la chitarra e soprappensiero
intono' una canzone. Stefano per poco non lasciò cadere la sua valigetta
al sentirla:
"There's no time, for us... there's no place for us..." cantò
il ragazzo, mischiando le tonalità della lingua inglese con il suo
accento.
Stefano continuò, quasi inconsciamente: "What is this thing
that builds our dreams, yet slips away from us..."
Giovanni lo guardò sorridendo, e restò interdetto nel
vedere il giovane quasi sul punto di piangere: "Che hai ?"
Spock, con la voce incrinata disse:"No... niente... e' una delle mie
canzoni preferite... ma anche delle più dolorose."
"Ti ricorda qualcosa ? Una ragazza magari ?"
"Sì. No, non solo. Io..."
Stefano tese la mano a chiedere la chitarra. Gli venne data. Con la
meccanicità di un lungo allenamento, le dita della destra si sciolsero
in alcuni arpeggi, mentre la sinistra ritoccava l'accordatura.
E Stefano iniziò a cantare. La voce sgraziata che possedeva per una volta non si fece sentire. Cantò, e suonò, una nenia triste, di un tempo lontano. Cantò parole che non ricordava, in una lingua che non conosceva. I ragazzi lo ascoltarono, rapiti dal suono. Ma soltanto uno parve ascoltare con attenzione le parole.
E Stefano cantò, e levò la sua voce di solito inespressiva negli acuti del dolore, e la tuffò nelle profondità della disperazione, la schiarì in parole di speranza, ed espresse vibranti e tenorili note d'amore. Il suo canto descriveva la vita, la vita oltre la vita, la non vita priva di morte. Descriveva l'amore, descriveva il sacrificio, parlava della Missione. Nessuno la comprese, nemmeno lui forse, nondimeno era lì.
E il suo canto attraversò le epoche, e la musica lo seguì: dal gregoriano al barocco, dallo stile romantico al rock'n'roll, la sua voce descrisse un arco melodico che illuminava sempre lo stesso tema nelle sue infinite combinazioni e differenze. Cantava il Destino dell'uomo, lo cantava nelle sue grandezze e nelle sue miserie, senza celebrarlo e senza svilirlo.
E li sentì prima ancora di vederli. Sentì il turbamento
nel cuore dei ragazzi. Sentì, imprevista, l'ira esplodere nel suo
animo. Si voltò di scatto.
Dietro di lui, due uomini vestiti da vigili urbani si avvicinavano.
Non due vigili urbani (specie rara, nell'isola d'Ischia).
Due uomini VESTITI da vigili urbani.
Per quanto poteva importargli, avrebbero anche potuto vestirsi da Arlecchino
e Pulcinella: li avrebbe riconosciuto comunque a un chilometro di distanza.
Anzi, a SECOLI di distanza, per dirla tutta.
La musica si interruppe, i ragazzi si riscossero dalla loro sognante
reverie. Alcuni si alzarono. Uno dei ragazzi chiese: "Cosa vuole, signor
vigile ?"
Stefano sorrise, tristemente. Notò che Giovanni squadrava il
tipo in modo strano, ma non diede peso alla cosa.
"Andate a casa, ragazzi, state dando fastidio a tutto il quartiere.
Forza, forza."
Tra sbuffi e mugugni i giovani iniziarono ad armeggiare con motorini
e biciclette.
Una ragazza si avvicinò a Stefano e gli sorrise dolcemente,
dandogli un colpetto amichevole su un fianco: "Grazie per la musica."
"Di nulla. Se voi ne porterete almeno un frammento nel cuore io sarò
soddisfatto" rispose Stefano, lanciando uno sguardo significativo all'indirizzo
dell'uomo vestito da vigile, le cui mani vibrarono d'ira repressa.
Rimasero in due. Giovanni, che sembrava pensieroso, e Stefano, a fronteggiare
quei due vigili urbani. Stefano dopo qualche istante spezzò il silenzio:
"Ancora qui siete ?"
"Potrei farti la stessa domanda. Con maggiori ragioni." rispose il
vigile.
"Non ho giustificazioni, ne sento il bisogno di dartene"
"So che non ne hai. E' questo il punto: non c'e' giustificazione per
quello che fate."
"Insegnare canzoni ai ragazzi ?" ironizzò Spock.
"Voi non siete un corpo nocivo. Siete un corpo estraneo. Non c'entrate
niente con questo universo. E semplicemente cercando di rimanervi causate
danni irreparabili."
"Anche insegnando una canzone ?"
"La tua canzone parla di cose che è meglio scompaiano insieme
a voi."
Giovanni si sistemò il ciuffo: "Chi sei tu ?"
Stefano si voltò e fece per rispondere.
"Zitto !" intimò il figuro "Non permetterò che
tu sparga le tue menzogne ulteriormente"
"E' la verità." si voltò Spock piccato.
"Come preferisci."
"E se parlassi ?"
"Lo condanneresti. La verità non è sempre salutare"
Giovanni lo interruppe: "No, no. Non dicevo a Stefano. Dicevo a te."
Il tizio lo guardò senza capire.
"Chi sei tu per dirgli di tacere ?" chiese con una voce molto dolce
e quasi priva di inflessioni dialettali il giovane ischitano.
Stefano sussultò, avvertendo l'aura dolce e minacciosa della Presenza tutto intorno a se. Poteva sentire quell'energia misteriosa, come un profumo di canto gregoriano, colore di incenso, sapore di rugiada. Lottando contro quella sensazione di misticismo, osservò con sbalordimento i due uomini voltarsi e darsi precipitosamente alla fuga.
Stefano si concesse di espirare, rendendosi conto che aveva trattenuto il fiato per qualche istante. Giovanni si era voltato verso di lui, i suoi occhi accesi di una luce diversa da quella di prima. Gli sorrise. Poi l'aura cessò, improvvisa come era venuta, Giovanni gettò il collo all'indietro come un cigno, la sua bocca si aprì in un sospiro, e con una movenza cinematografica cadde tra le braccia di Spock.
Tre colpi. Pausa. Un colpo. Pausa. Un colpo.
La porta si apri' lentamente.
"Vai."
Colui che aveva aperto, senza fare domande, lasciò la piccola
casa situata in un anfratto vicino Forio. Stefano distese Giovanni su un
divano e, senza fretta, attese.
Dopo alcuni minuti il giovane riprese conoscenza. Si rizzò a
sedere sul divano, portandosi le mani alla gola in un urlo strozzato.
"Bevi" disse Stefano, tendendogli dell'acqua.
La prese con le mani tremanti, e ne sparse un po' sul tappeto. Stefano
gli prese le mani tra le sue e con dolcezza e fermezza lo costrinse a bere.
E piano piano si calmò un poco.
"Io... non capisco" disse il giovane.
"E' normale" rispose Spock in maniera enigmatica.
Poi fece segno sull'orologio. "Non è tardi ?"
Giovanni guardò il suo orologio: "Si è rotto" disse "segna
le 19.10. Comunque i miei genitori mi aspettano alla fine del turno, alle
dieci..."
Rimasero in silenzio per un momento.
"Ricordi cosa è successo ?" chiese Stefano, bruscamente.
Giovanni strinse gli occhi: "Ricordo... la tua canzone... un calore
dentro di me... era un canto emozionante, ma qualcosa mi impediva di apprezzarlo
del tutto. E vedevo i miei amici ascoltarti rapiti... e pensavo che non
ero mai riuscito a suonare così, ne mai ci sarei riuscito... e capivo
anche perché... in quel momento capivo PERCHE'. Era come se..."
"Ricordassi..." fece Stefano, annuendo lentamente.
"Poi la canzone si è interrotta. E io ho visto quegli uomini,
e loro erano vestiti da vigili ma non erano vigili, era strano ma... io
li ho riconosciuti... poi... poi non ricordo nulla."
Stefano tacque, cercando di capire a sua volta cosa fosse successo.
Loro erano lì per lui ?
O per il Messaggero ?
E il Messaggero era in Giovanni ? Come l'Altro era in lui ?
Ma Giovanni stava seguendo il suo filo di pensieri e disse: "Spiegami
tu cosa è successo ! Tu lo sai !"
E per la decima, o forse la centesima, o la millesima volta, Stefano
tacque. E lascio' che a parlare fosse l'Altro.
"... e alla fine del millennio..."
"Siete tornati..." concluse Giovanni.
Stefano lo corresse: "Ci siamo sempre stati, invece. Siamo sempre stati
tra voi... uomini tra gli uomini."
Stefano guardo' fuori, dove gli ultimi bagliori del tramonto si spegnevano.
Strinse una mano a pugno mentre i suoi occhi si velavano di lacrime: "Uomini,
eppure non uomini. Con il desiderio di essere considerati tali, e con la
maledizione di essere degli dei. Vivi per sempre in questo meraviglioso
mondo di emozioni. Perché non capite ? Perché?" chiese rivolto
al pubblico immaginario dei suoi ricordi, decine e centinaia di volti incapaci
di capire fino in fondo la vita priva del Limite.
Senti' la mano di Giovanni picchiargli delicatamente sulla schiena con
affetto.
Sempre piangendo, Stefano si voltò: "Sei libero di non credermi,
naturalmente."
"E perché non dovrei crederti ?"
Stefano sorrise: "E' una storia che io trovavo difficile da credere,
un tempo."
E penso' a Spock lo scettico, Spock il dissacratore, l'ironico critico
degli Eterni di un tempo. Quanto era passato ? Due anni. E quanto di lui
si era perso, divorato dall'essere immortale che si rivelava in lui ? Quanto
era lontana la presa di coscienza di Capodanno ? Quanto irreconciliabili
erano divenute la sua parte umana e la sua parte immortale ?
Vide Flavious (no, dico, Flavious, il suo amico Flavious) chiedergli
seriamente: "Perché, saresti in grado di uccidermi ?"
E sentì la sua inadeguatezza a rispondere di no.
E sentì il filo dell'amicizia sfuggirgli di mano. Com'era possibile
che lottare per il dominio delle emozioni significasse rinunciarvi eternamente
? Era così lontano quel vagone di metrò, così lontana
la fede cieca nei signori delle emozioni.
Guardò il giovane ischitano, con un misto di affetto, orrore e terrore. Pensò a ciò che aveva visto nel suo cuore, e pensò alla fiamma bianca della Presenza che inabitava quel corpo, che lo usava per chissà quale scopo, minacciando di consumarne ogni briciola. E vide il mondo di Buendia, abitato da Vampiri. Quanto male abbiamo fatto ? Urlò silenziosamente, rivolto agli Eterni, alla Presenza, all'Assenza, ai suoi fratelli, a chiunque avesse una risposta.
Afferro' d'impulso Giovanni per le spalle: "Non crederci. Ti prego,
cerca di non credere a questa storia. Cerca di continuare a vivere la tua
vita. Continua a sognare Milano, e continua a guidare il tuo taxi per le
strade di quest'isola stupenda."
Giovanni lo guardava confuso.
"La verità ... la verità e' dolorosa, troppo. Io non
voglio vederti soffrire. Non voglio che più nessuno soffra per questa
storia. Basta, basta !"
"E allora cosa dovrei fare ?" gli chiese Giovanni, stupefatto dal repentino
dietrofront dell'amico.
"Dimentica quello che ti ho detto. Dimentica quello che hai sentito,
e quello che hai visto. Dimenticati di avermi persino conosciuto."
"Questo no." rispose risoluto Giovanni "Questo no."
"Rinuncia alla conoscenza per salvare la tua vita !" urlò Stefano.
E tacque.
Uno schiaffo risuonò nell'aria dell'ambasciata fiorentina
presso la città Santa. L'ambasciatore di Firenze si porto' stupefatto
una mano alla guancia ferita. Di fronte a lui, curva, ma indomita, si stagliava
la figura di colui che avrebbe dovuto essere stanco, ferito, provato, spaventato
dalla terribile accusa che gli era mossa.
"Ambasciatore !" la voce, colma di saggezza immortale, crepitò
nelle ampie sale rivestite d'ori, con una forza che nessuno avrebbe potuto
descrivere, se non dicendo che era sufficiente a cambiare il corso della
storia "l'irreale non esiste. E per quanti sforzi si facciano per nascondere
la realtà essa sgorgherà. Io ho fessurato la roccia, altri
dopo di me con tanta più energia scaveranno un pozzo dalle acque
limpide."
Stefano cadde sulla poltrona, stordito dalla violenza del ricordo. La
vergogna e una disperata lotta con se stesso si sommarono alle lacrime
di poco prima. Giovanni gli punto' un dito contro: "Se davvero temi che
la mia vita sia in pericolo, dovevi pensarci prima ! Non posso dimenticare
cio' che ho visto e cio' che ho sentito."
"Come per il raggio verde" pensò Spock, febbrilmente "una conoscenza
che porta dolore, che distrugge ogni bellezza. E che tuttavia è
impossibile dimenticare. Maledetti Eterni ! Maledetto sia Copernico !"
"E soprattutto non posso dimenticare cio' che provo nei tuoi confronti."
Stefano alzo' la testa: "COSA provi nei miei confronti ?"
Giovanni lo fisso' per un attimo, poi gli si avvicino'. E con la forza
di un amico, di un fratello, lo abbraccio'.
Stefano ricambio' l'abbraccio, poi quando entrambi si furono calmati
gli disse: "Capisco."
Giovanni si ritrasse e lo osservo' con curiosità, inclinando
una testa sulla spalla, con grazia: "Cosa ?"
"Ora capisco molte cose."
Giovanni gli disse semplicemente: "Vuoi spiegarmele ?"
Stefano gli rispose cantando sottovoce un brano di una canzone: "Was
it all worth it"
Giovanni annuì, ad indicare che la conosceva.
Stefano gli sorrise: "E' questa la domanda ? Questo il dilemma ? Il
problema e' decidere se ne valeva la pena o meno ? O forse il dilemma e'
un altro ?"
Giovanni lo osservo' senza capire. E Stefano decise di ripartire dal
principio.
"Stamattina Milano era lontanissima, vero ?"
"Lo e' ancora" fece Giovanni.
"Lo e' senz'altro" concesse Stefano "specialmente per te, che conosci
a menadito le bellezze di questa meravigliosa terra. E sono davvero molte,
e stupefacenti, come il raggio verde. Ma oltre il braccio di mare che la
separa dal continente, si stendono molte altre terre meravigliose e bellissime.
Scopri magari che esistono cose più belle della tua definizione
di bello. Scopri che cose che ritenevi belle, viste da fuori, sono insignificanti.
E alle volte temi che questo guasti e rovini irreparabilmente la tua percezione
della realtà. Non è così. Una volta che le hai viste
non le puoi dimenticare, certo, nondimeno ti rimarrà la nostalgia
di casa. Io stesso in questo momento ho nostalgia della mia brutta Milano.
Della madonnina illuminata dal sole. Della Galleria invasa da gente di
ogni nazionalità. E questo non mi impedisce di apprezzare comunque
il sole e il vento profumato della tua isola. E anzi, questo mi consente
di apprezzare di più anche la mia casa, la mia normalità."
Giovanni ascoltava attento, e Stefano non poté trattenersi dallo
smorzare la tensione del momento arruffandogli i capelli.
"Vedi, amico mio, conoscere un universo che va al di la' del tuo mondo
è un po' come scoprire che la realtà non ha i confini sicuri
e dolci che abbiamo sempre immaginato. E quando lo fai, a volte scopri
che la vita, quella vera, e' altrove ed altroquando. E scopri che tu hai
vissuto una dolcissima, appassionante PARODIA della vita. Capisci ?"
Giovanni annui'. Stefano proseguì: "E' come nascere, abbandonare
un mondo sicuro e protetto, ma nel farlo, nell'inspirare il primo sorso
di aria, nell'emettere il primo urlo, allora inizia la vita, ed inizia
perché hai abbandonato tutto quello che avevi prima. E' triste,
e' una sofferenza. Ma e' emozionante, oltre ogni dire. "
"L'emozione come sofferenza della rinascita" disse Giovanni, e Stefano
sbarro' gli occhi. "Non so, ho come l'impressione di averla già
sentita questa frase."
"Anche io" disse Spock, riassumendo un composto ed enigmatico contegno.
Il silenzio rimase per un attimo, e un'impressione peregrina investì Stefano. "Ma guardaci" pensò, in maniera del tutto sconnessa "Non facciamo 40 anni in due, ed eccoci qui a parlare di cose che sono più grandi del mondo, al di la' del tempo e dello spazio." E in un attimo ricordò l'immagine di un romanzo, in cui si paragonava l'adolescenza a un periodo in cui, in mancanza di un carattere vero, si assumono delle maschere e dei ruoli, che stonano come vestiti troppo larghi.
"Tutto questo significa che per capire come si vive devo venire a Milano
?" chiese Giovanni facendo l'occhiolino.
Stefano gli tiro' un pugno scherzoso alla spalla "Significa ANCHE questo,
furbastro. Ed ora andiamo, si e' fatto tardi."
E le maschere erano cadute.
Uscirono nell'aria fresca della sera. E si incamminarono verso la cittadina.
Non fecero molta strada tuttavia, prima che alcune ombre si ponessero
a sbarrare loro la strada. Un uomo vestito elegantemente, ed un altro che
indossava un colletto bianco sacerdotale e reggeva tra le mani un libro.
Il Libro, probabilmente.
"Allora hai scelto ?" chiese l'ex-vigile a Spock.
"Non ho nulla da scegliere." rispose.
"Speravo che in te vi fosse un dubbio. Un minimo di coscienza."
"Se c'è quella che tu chiami coscienza, non lo so. So che non
sono mai stato così' deciso a compiere il mio Destino. Che è
mettere l'uomo in condizione di scegliere il suo."
Stefano guardò Giovanni, poi disse: "<<Liscite pargulos
venire ad me>>, non era così ? Finché esisterà qualcuno
a cui mostrare una verità che voi vorreste nascondere, fino ad allora,
non riuscirete a farmi muovere un passo in direzione dell'oblio. Mettetevelo
bene in testa ! A tenere insieme il mio corpo non è la vita, ma
la forza stessa della verità che PRETENDE di essere svelata."
"A qualsiasi costo ?" chiese, gelidamente, l'uomo Benvestito.
Stefano vide per un istante una pila di cadaveri. Una fascia con una
grossa svastica nera. Udì un urlo acuto che sgorgava dal profondo
del suo cuore.
L'uomo non esibì' nessuna emozione. Disse semplicemente: "Non
ho nessuna intenzione di combatterti... singolarmente. Però voglio
che tu te ne vada. Subito. La tua presenza qui disturba la mia missione."
Due uomini nero vestiti fecero la loro comparsa dietro a Stefano. Occhi
di ghiaccio coperti da occhiali neri. Cuori di pietra avvolti in un portamento
impassibile.
Stefano sogghignò: "Ma che bella festicciola. Ci siete proprio
tutti. Bravi. Cosa vi porta ad avvelenare l'aria di quest'isola meravigliosa
?"
"Non sono affari tuoi. Diciamo che abbiamo avuto... un segno." disse
l'uomo elegantemente vestito, aprendo le mani. Stefano notò distrattamente
una cicatrice sui suoi polsi.
Giovanni fece per muoversi, ma fu intercettato da un altro uomo in
nero.
"E diciamo che abbiamo trovato ciò che cercavamo" disse con
voce mielosa il sacerdote.
Stefano ebbe un lampo di comprensione. Vide il Sacerdote guardare Giovanni
con interesse.
Non erano lì per LUI, maledizione !
Sapevano che il Messaggero sarebbe venuto.
E adesso volevano Giovanni.
Stefano si guardò intorno con ira a stento repressa. Sentiva
le emozioni che sfuggivano al suo controllo. Sentiva l'amicizia e l'affetto,
il Limite non scritto richiedere il loro tributo. Sentiva il canto del
Pathos intorno a sé, e sapeva che nessun Velo lo avrebbe fermato.
"Come ti chiami ?" fece il sacerdote al giovane.
"Giovanni", rispose.
Il sacerdote sobbalzò, e l'uomo Benvestito altrettanto. Stefano
vide le labbra di quell'uomo formare una preghiera biascicata. Il Sacerdote
sottovoce recitò:
"E venne un uomo, mandato da Dio. E il suo nome era Giovanni... Egli
non era la luce, ma era il testimone della luce: la luce vera, che splende
per ogni uomo..."
La sua voce si strozzò, impedendogli di recitare l'ultimo versetto
della profezia. E si fece il segno della croce.
Quando si fu ripreso dalla sorpresa, chiese al giovane, quasi con irritazione:
"E tu, proprio tu, sei stato ad ascoltare le menzogne di quest'uomo ?"
"Ho sentito solo domande da lui. Le risposte le ho trovate in me. E
sono sicuro che esse siano Vere."
Stefano sentì quasi un dolore fisico quando gli sentì
dire "vere". Percepì chiaramente la forza degli assoluti agitarsi
in quel giovane corpo.
Era tornato.
La sua forza era prodigiosa.
E lottare per lui inutile.
Il sacerdote evidentemente aveva percepito qualcosa, ed indietreggiò di un passo. L'uomo Benvestito non parve invece accorgersi di nulla, e continuò a fissare Stefano con aria accigliata. Stefano percepì di nuovo la stessa sensazione di quiete di quella mattina, la stessa che si poteva provare camminando in un chiostro, o ammirando una cattedrale gotica. Era come se dal corpo di Giovanni (ma era Giovanni ?) si stesse espandendo un'aura che illuminava debolmente tutt'intorno. E con l'occhio della mente, Stefano poteva seguirne i contorni, poteva vedere una figura alata abbracciare il corpo del suo amico, poteva vederne la dolcezza e l'ingenua sensualità.
L'Uomo Oscuro che stava trattenendo il ragazzo aveva gli occhi sbarrati,
pieni di un timore reverenziale. Spock si spostò, inconsciamente,
all'indietro. Giovanni si voltò e disse con una voce dolce, che
non aveva quasi nessuna inflessione ischitana: "Non avere paura"
Stefano scosse la testa: "Non è paura. E' che... tu sei l'antitesi
di ciò che io rappresento. E come tale dovrei odiarti. Invece non
ci riesco."
E Giovanni - anzi, il Messaggero, ormai - lo guardò con dolcezza
e disse: "Neppure io ci riesco. Perché non c'è ragione per
cui io debba odiarti. O per cui tu debba odiare Lui."
Il Sacerdote balbettava sconnessamente una preghiera, ed anche l'uomo
Benvestito, che ormai si era reso conto dell'improvviso ribaltamento di
fronte, disse "Eppure, se ricordi... egli... la verità... noi..."
L'Angelo lo inchiodò con lo sguardo: "Io ricordo. Forse sei
tu che non ti ricordi bene. Ma io so che trecento anni fa commetteste lo
stesso errore. Avevate un nome diverso, volti diversi... voi sparite nelle
onde della storia, ma noi, noi torniamo. E io ricordo... il dolore... il
rimpianto... allora non feci in tempo a fermare la vostra mano."
Stefano tremava. Ricordava ogni singolo momento, quel terribile senso di colpa, la sensazione tremenda che in fondo avessero ragione loro... no, eppur si muove, l'ho visto, l'ho calcolato, è questa la verità... ma se in fondo avessero ragione loro, forse è vero che non è tanto importante come le cose siano, ma come ci è stato detto che devono essere ? E udì di nuovo lo schianto, mentre la Fede di una vita si lacerava e lo abbandonava, prostrato ed umile, di fronte al tribunale divino che gli annunciava la parola di un Dio a cui aveva sempre creduto. Un Dio che condannava la verità non poteva essere il Dio degli uomini.
"No".
Stefano guardò Giovanni.
"No" continuò l'Essere "Non è così. Non è
la Verità il problema"
Di nuovo quella fitta. Come poteva la stessa parola avere due valori
così diversi ? Forse era proprio quello il problema, invece.
"Egli non ha paura della Verità, perché E' la Verità.
Io sono la Verità. Io sono Sophia."
E lo disse con una forza che non ammetteva repliche. I due inquisitori
caddero in ginocchio. Gli Uomini Oscuri erano scomparsi nel nulla.
Stefano replicò: "Non ho mai parlato della... Verità.
Io ho sempre e solo mostrato che è necessario cercarla, una verità.
Non ho mai aspirato a conoscerla. Io, in fondo, sono solo un uomo."
"No, non lo sei. Ma furono solo degli uomini ad avere paura della verità.
Furono gli uomini a cercare di fermarla. E ottennero lo stesso risultato
che cercando di fermare un fiume con le sole mani."
Poi si volse verso i due genuflessi: "Adesso lo capite ? E' colpa di
quelli come voi se la verità degli uomini è diventata inconciliabile
con la Verità. E' colpa loro se Sophia e Scientia sono divenute
nemiche. Per colpa loro, trecento anni della nostra storia sono stati persi
per il mio Signore."
Poi l'essere (che non era Giovanni, nemmeno quanto lui era l'altro, e l'altro era lui) gli si rivolse di nuovo, e continuò: "Egli voleva che tu lo sapessi. Non è la Verità a renderti Suo nemico. Nulla ti rende mio nemico."
Trecento anni di rancore. Di indifferenza glaciale. Di diniego aperto.
Dovevano cadere così, in un amen ? Troppo facile scaricare la colpa
sugli uomini.
Stefano scosse la testa: "Una cosa sola mi rende suo nemico ancora.
Libertas in veritate, veritas in libertate, ecco la mia promessa. Ed è
una promessa nuova ed antica, che mi vincola al suo compimento. Per questo
ogni Assoluto resta un avversario. Non c'è verità senza libertà."
L'uomo Benvestito era addirittura scandalizzato dall'intera piega degli
eventi: "Eresia ! Di nuovo ! Sempre ! Tu devi scomparire da questo pianeta,
insieme a tutti i tuoi confratelli !"
Stefano lo guardò negli occhi con un'ira repressa per trecento
anni. L'uomo distolse lo sguardo dopo pochi secondi.
L'essere che parlava dentro Giovanni sembrava profondamente addolorato dalla cosa, ma era come rassegnato: "Non riuscite a perdonare. E' normale. L'uomo non può perdonare, non ne è in grado. E nemmeno noi, i messaggeri, i guardiani, e le note vibranti degli eterni, lo possiamo. La cancellazione del peccato, la remissione del male, non la sua semplice distruzione, ma la sua metamorfosi in Essere, è un atto mistico e incomprensibile all'uomo, eppure semplice e spontaneo per Colui che servo. Tu" disse rivolto a Spock "non hai perdonato quegli uomini. E questo rancore lo sfoghi nella tua ira verso la Presenza. Tu invece" e si rivolse all'inquisitore "brandisci la spada della purificazione del male, e non ti rendi conto che non puoi sconfiggerlo, ma solo incrementare il dolore e la distruzione oltre ogni misura. Ho pietà di voi due." e si rivolgeva ormai al Prete e all'uomo Benvestito: "Vivere in un mondo dove nessuno è perdonato e nessuno lo sarà mai, vivere in un mondo dove a nessuno è concessa la redenzione, e dove ognuno maledice DIO per ciò che è infinitamente colpa di ognuno, cosa è tutto questo se non vivere all'inferno ? Vivete all'inferno, e non lo sapete, maledetti dagli uomini, rimpianti da Dio come figli prodighi..."
Il sacerdote urlò: "NO !". Si tappò le orecchie con le mani, e persa ogni compostezza, si slanciò per la strada dell'isola, scomparendo nella notte. L'uomo Benvestito aveva gli occhi sbarrati e sembrava totalmente sconvolto. Poi dopo qualche istante scappò anche lui, incapace di reggere la visione sempre più nitida dell'Angelo.
Giovanni si avvicinò a Stefano, l'espressione combattuta. Stefano
gli disse, con dolcezza: "Cosa ti avevo detto, giovane amico mio ?"
Giovanni si fermò, e l'Angelo chiese: "Cosa ?"
"Non sei forse tu, Messaggero, che gli impedisci di essere se stesso,
come il Pathos impedisce a me di essere quel me stesso che ero un anno
fa ? E non sei forse a tua volta incatenato, non libero di essere quello
che vuoi ? Che scoperta orribile quella di essere pedine su una scacchiera
più grande. Was it all worth it ? Essere immortali, essere potentissimi,
e al contempo essere vincolati a un ruolo che dobbiamo interpretare, in
una grande partita di gioco di ruolo dove la coppa è il Seme e il
premio il Trasportatore. Un ruolo a cui siamo vincolati, che non abbiamo
scelto, che non avremmo mai scelto. Un ruolo che è una catena, un
fardello interminabile, perché ci si può togliere la vita,
ma non ci si può togliere l'immortalità"
E Stefano urlava nella notte ischitana, e il mare ascoltava, e il raggio verde sembrava lontanissimo nel tempo e nello spazio, la sua bellezza spenta dal mare della verità: "Un ruolo che ci può portare solo a scontrarci, come è successo, come succederà di nuovo. Avrei il coraggio di ammazzarti con le mie mani, senza alcun rispetto per il corpo che ti ospita ? E' la domanda che mi pongo, guardando te, guardando Flavio, Paolo, Alexandre, Emanuele, tutti coloro che sono amici, e fratelli, e che tuttavia sono su altri fronti di una guerra le cui trincee per me non hanno più senso, e che pure non ammette diserzioni ! Ed è una domanda a cui non riesco a rispondere ! Chiedi al tuo Dio, al tuo infinito Bene, se può rispondere !"
Il Messaggero lo guardava con un dolore infinito, da dietro gli occhi di Giovanni. E Stefano strinse a pugno le mani e disse: "E di nuovo, come sempre, questa maledetta lotta mi toglie ciò per cui vale la pena di vivere. Mi toglierete tutti i miei amici, Eterni maledetti, Assoluti stramaledetti, perché le vostre lotte abbiano carne da macello ?"
"Io... io per la prima volta non ho una risposta, io, Sophia,
che rappresento la Verità e il Sapere dell'Assoluto. Non so come
risponderti. Però..."
E Sophia si fermò, come se avesse avuto una intuizione.
"Però ho capito una cosa. Che se qualcuno o qualcosa vuol farti
fare del male a un amico, è qualcosa di malvagio."
Aveva proprio detto questo. Aveva detto "malvagio", con la minuscola. Non stava parlando del Bene e del Male. Ma diceva che il Bene può essere malvagio. Come il Bene che perdona, e chiede di perdonare, chi uccide i propri amici. Il Bene Assoluto è inumano. Esistono peccati che non si possono cancellare, ed emozioni che non si possono sopprimere.
Stefano ebbe una reazione strana. Da un lato, era quello che aveva sempre
percepito.
Dall'altro, che un Messaggero lo dicesse era qualcosa di così
nuovo nella storia millenaria di Pathos da essere quasi stordente. Che
fosse questo, quel risvolto improvviso della narrazione che aveva dato
origine a tutto ?
Spock non aveva parole per ribattere, o per commentare. Si limitò
a ricambiare lo sguardo di Giovanni/Sophia e a dirgli: "Non potrei mai
combattere contro di te, e che mi chiamino traditore se vogliono."
E il Messaggero (che forse, in fondo, era ANCHE Giovanni) annuì
con soddisfazione, un sottile velo di pianto negli occhi: "Ecco la risposta
alla tua domanda, mi pare". E gli gettò le braccia al collo. E i
due si strinsero l'uno all'altro sulla strada ischitana.
E poco dietro le spalle di Giovanni, Spock lo vide. L'Angelo che si
allontanava. E sentì la sua voce dolce, ormai del tutto inumana,
che diceva, con... (nostalgia ?) un sentimento indefinibile: "Ormai il
mio tempo è compiuto. Io... non posso esistere come te, uomo tra
gli uomini. Affido a te il ragazzo. Mi dispiace di aver dovuto approfittare
di lui. Ma era il solo modo per spiegare... e per capire..."
Quella sincera confessione inspirò a Stefano una mesta compassione:
"Comprendo. Non ti serbo rancore. Non sei più libero di me, in fondo,
nel recitare la parte che devi. Addio, Sophia."
"Arrivederci... amico mio" rispose Sophia, con la voce possente e strana
che lo distingueva.
E scomparve.
Giovanni sbatté le palpebre un paio di volte, come se si fosse
svegliato da un sogno ad occhi aperti. Si guardò attorno, spaesato:
"Dove sono quegli uomini ?"
"Andati." disse semplicemente Spock.
Giovanni sembrò sforzarsi di ricordare qualcosa, poi fece spallucce.
"Torneranno ?"
"Temo di sì" rispose Stefano "perché suppongo che dal
loro punto di vista tu sia ... importante".
Gli occhi di Giovanni si illuminarono: "Nella battaglia che mi dicevi
?"
Stefano vide se stesso un anno prima, felice di partecipare alla battaglia
di fine millennio. Stupido.
Sorrise a Giovanni: "Sì, proprio in quella."
"Assieme a te ?"
Stefano si sentì gelare.
"Temo di no. Ascolta, Giovanni. Per il tuo bene, è meglio che
tu non stia mai più vicino a me. Che tu finga persino di non conoscermi.
Io..." Stefano abbassò lo sguardo a terra "io non vorrei mai doverti
fare del male, o che te ne facessero per colpa di quello che è successo."
Giovanni lo guardò un momento. Poi gli afferrò le mani, e disse: "Non ho capito bene che vuoi dire. Però... " e un lampo di spavalderia gli illuminò il volto, restituendogli l'aria da guaglione che aveva fino a poche ore prima "però so una cosa. Che se qualcuno o qualcosa vuol farti fare del male a un tuo amico, è qualcosa di malvagio."
Stefano alzò lo sguardo, udendo la voce di Giovanni ribadire esattamente le parole dell'Angelo. Ma era solo il giovane tassista ischitano che parlava, ormai. E pensò: "E noi, immortali, abbiamo impiegato quindicimila anni per imparare una lezione che questo cucciolo d'uomo conosce senza bisogno di insegnanti ?"
Non c'era bisogno di pensare, o di riflettere. E Stefano gli rispose,
ma stava rispondendo anche a Paolo, a Flavious, a se stesso: "Non potrei
mai farti del male, nemmeno se questo significasse tradire tutte le leggi
del Pathos, e tradire la mia missione, e distruggere la mia stessa vita."
E con leggerezza gli arruffò di nuovo il ciuffo come poche ore
prima. E Giovanni annuì con un ampio sorriso.
Poi si voltò verso il mare e disse: "E' finita l'epoca delle
schitarrate con gli amici, vero ?"
Stefano gli rispose: "No. Non credo."
"Potrà essere di nuovo tutto come prima ?" chiese Giovanni,
ora quasi speranzoso.
"No. Te l'avevo detto." rispose Stefano, con un'espressione severa
sul volto.
Giovanni si voltò: "Andiamo a casa, allora. Ci sono molte altre
cose che devi spiegarmi."
Stefano scosse la testa: "No."
"Te ne vai ?"
"Sì. Forse, non so. Però so che non potrei mai spiegarti
null'altro. Vorrebbe dire mettere ulteriormente a repentaglio la tua vita.
Non me lo perdonerei mai."
Giovanni abbassò lo sguardo: "Allora... per lo meno, fammi compagnia.
Non ho voglia di tornare a casa e chiudermi nella mia stanza da solo a
pensare. Non te ne andare. Rimani."
Stefano sorrise.
Si sedettero su uno scoglio, fianco a fianco, nel silenzio. E vegliarono
l'alba che annunciava una vita diversa per entrambi..