Aspetti affettivi delle tradizioni
Si può fare della violenza non necessaria quindi anche per abitudine o, soprattutto, per amore: per amore verso il nostro passato, i nostri ricordi, i nostri parenti vivi o morti che ci hanno dato le loro istruzioni per vivere. Spesso continuiamo da adulti ad accettare queste istruzioni con la stessa ingenuità e cecità con le quali le abbiamo accettate quando eravamo piccoli.
E' difficile operare un lavoro di analisi critica, di scelta consapevole su questi insegnamenti, perchè il rispettarli in alcuni casi crea l'illusione più o meno cosciente di perpetuare quel tempo, quei rapporti, quelle persone.
Quanto più forti sono stati questi legami affettivi e/o di dipendenza, tanto più il non rispettare questi insegnamenti, anche quando i motivi per non rispettarli sono sacrosanti, può provocare sensazioni di perdita, di estraneità, di solitudine, di angoscia, di diversità .
Tuttavia nonostante queste obiettive difficoltà, è necessario operare un'analisi critica della tradizioni. Esistono tradizioni giuste e tradizioni sbagliate .
Molte volte, quindi, esercitiamo della violenza sugli altri senza rendercene conto. Questo succede con gli animali e con le persone.
Camilla Pagani, Istituto di Psicologia CNR, Roma
Un gesto per ritrovare il "Paradiso Perduto"
Se oggi ci preoccupiamo - fra i tanti problemi dell'umanità - di chinarci su di una sofferenza, che, per essere di altri viventi, di esseri apparentemente da noi lontani nella diversità, non è meno dolente, questa cura diviene una grande speranza.
Vorrei sottolineare che questo interesse per gli animali non umani non è cosa accessoria, di poco conto.
Nel momento probabilmente più oscuro del nostro tempo, nella desolazione di un campo di concentramento, un uomo come Edgar Kupfer Koberwitz, vittima della barbarie nazista, ha scritto ad un amico "Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre".
C'è in questo, io credo, l'intuizione che l'unica speranza per l'uomo, per le sue guerre, per i suoi razzismi, per la sua sepolta ma perenne capacità di crudeltà ricomincia ogni volta da un gesto apparentemente piccolo, da una cura per ciò che, dimenticato e "insignificante", porta il segno della sofferenza.
Ha scritto Peter Singer che "se un essere soffre non c'è giustificazione per ignorare la sua sofferenza". Un gesto "piccolo" quello di chi si occupa anche della sofferenza dei più dimenticati, di coloro cui si nega persino la dignità di una frettolosa attenzione, ma carico di potenti conseguenze.
Peter Zeller, direttore di Ricerca presso la Cattedra di Pedagogia, Università di Bari