"QUELL' ANTICA FESTA ....."
- Tradizioni , leggi , cultura -


Per noi "animalisti" la privazione di libertà, l'addomesticazione violenta degli animali, per il loro uso nel lavoro, nell'alimentazione, nello sport e in qualsiasi altro campo è già di per sè un maltrattamento.
Domare in modo violento i cavalli, catturati in libertà, imporre ad essi il morso e le redini, farli lavorare più del necessario, stancarli con fatiche superiori alle loro possibilità, non curare le loro ferite e piaghe, nutrirli poco o male, usarli in qualsiasi modo è già più che maltrattamento, è crudeltà.
Così soggiogare i buoi, imprigionare mucche, vitelli, scrofe e maialini negli allevamenti intensivi e non, per trarne latte, carne e pelli, sottoporli a viaggi per mostre e commerci e poi ucciderli è già più che maltrattamento, è crudeltà.
Ma costringerli anche in competizioni, feste, manifestazioni come OGGETTI a trainare carri o a correre palii in onore di Santi Patroni, Madonne o per motivi economici, interessi vari o per premi, questo è sadismo, è tortura.




Tradizioni antiche e leggi nuove

Il Parlamento Europeo, a cui molte petizioni contro la corrida e le feste cruente sono arrivate da Spagna, Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia, è sempre molto prudente nei confronti di usanze e tradizioni popolari dei singoli paesi.
Ma che cosa sono le tradizioni?
Sono espressioni spontanee di popoli liberi oppure sono abitudini costruite e indotte dal potere di pochi per scaricare pericolose aggressività, ribellioni e malcontenti pubblici e privati?
Che significato hanno, oggi, le antiche memorie dei sacrifici - al dio della vita e della fertilità - di tenere fanciulle e innocenti bambini, di giovenche, tori e maialini? Sono un ponte tra magia e religione, tra mito e verità, tra irrazionale e razionale, tra innocenza e coscienza?
E che significato hanno oggi le rievocazioni delle memorie storiche di guerre, lotte, conquiste, vittorie, di condizioni socio-politiche dei territori, dei popoli, delle città?
C'è da rifletterci. Ma è certo che oggi - anche in un contesto di violenza e pazzia tra gli umani - la civiltà, che è non violenza, rifiuta la tortura e l'uccisione come degli uomini, così degli animali.
In Italia la legge ha recepito tali convinzioni etiche con la modifica dell'art. 727 C.P. in cui è evidente la tutela dell'animale in quanto soggetto, nel rispetto della sua natura, secondo le sue caratteristiche anche etologiche.
Laura Girardello


Reinventare la tradizione

La tradizione, infatti, può esseree una fonte straordinaria di esperienza solo se è interpellata criticamente, se è reinvestita di nuovi significati. Rivivere ciò che ci è stato tramandato significa allora reinventarlo nelle forme dell'oggi, farlo davvero nostro, non come un racconto da ripetere secondo una liturgia prestabilita, come una recita da rappresentare perennemente secondo il copione fissato dall' "eterno ieri", che è la pigrizia della tradizione, non la sua vita.
Tale presa di coscienza consentirebbe, tra l'altro, di accettare gli animali nella loro specificità, di considerarli non più attraverso le lenti deformanti delle nostre angosce e paure, guardandoli come realmente sono, sulla sorta delle conoscenze fornite dall'etologia, dalla zoologia, dalla psicologia: creature senzienti e consapevoli, capaci di una vita ricca e complessa.
"Quello che mi pare importante - ha scritto Marguerite Yourcenar - è il fatto di possedere il senso di una vita racchiusa in una forma diversa. E' già un grande arricchimento accorgersi che la vita non è soltanto nella forma in cui noi siamo abituati a vivere, che si possono avere delle ali al posto delle braccia, degli occhi otticamente milgiori dei nostri, delle branchie al posto dei polmoni".
Luisella Battaglia, docente di Filosofia della Storia, Università di Genova


Aspetti affettivi delle tradizioni

Si può fare della violenza non necessaria quindi anche per abitudine o, soprattutto, per amore: per amore verso il nostro passato, i nostri ricordi, i nostri parenti vivi o morti che ci hanno dato le loro istruzioni per vivere. Spesso continuiamo da adulti ad accettare queste istruzioni con la stessa ingenuità e cecità con le quali le abbiamo accettate quando eravamo piccoli.
E' difficile operare un lavoro di analisi critica, di scelta consapevole su questi insegnamenti, perchè il rispettarli in alcuni casi crea l'illusione più o meno cosciente di perpetuare quel tempo, quei rapporti, quelle persone.
Quanto più forti sono stati questi legami affettivi e/o di dipendenza, tanto più il non rispettare questi insegnamenti, anche quando i motivi per non rispettarli sono sacrosanti, può provocare sensazioni di perdita, di estraneità, di solitudine, di angoscia, di diversità .
Tuttavia nonostante queste obiettive difficoltà, è necessario operare un'analisi critica della tradizioni. Esistono tradizioni giuste e tradizioni sbagliate .
Molte volte, quindi, esercitiamo della violenza sugli altri senza rendercene conto. Questo succede con gli animali e con le persone.
Camilla Pagani, Istituto di Psicologia CNR, Roma


Un gesto per ritrovare il "Paradiso Perduto"

Se oggi ci preoccupiamo - fra i tanti problemi dell'umanità - di chinarci su di una sofferenza, che, per essere di altri viventi, di esseri apparentemente da noi lontani nella diversità, non è meno dolente, questa cura diviene una grande speranza.
Vorrei sottolineare che questo interesse per gli animali non umani non è cosa accessoria, di poco conto.
Nel momento probabilmente più oscuro del nostro tempo, nella desolazione di un campo di concentramento, un uomo come Edgar Kupfer Koberwitz, vittima della barbarie nazista, ha scritto ad un amico "Io penso che gli uomini saranno uccisi e torturati fino a quando gli animali saranno uccisi e torturati e che fino ad allora ci saranno guerre".
C'è in questo, io credo, l'intuizione che l'unica speranza per l'uomo, per le sue guerre, per i suoi razzismi, per la sua sepolta ma perenne capacità di crudeltà ricomincia ogni volta da un gesto apparentemente piccolo, da una cura per ciò che, dimenticato e "insignificante", porta il segno della sofferenza.
Ha scritto Peter Singer che "se un essere soffre non c'è giustificazione per ignorare la sua sofferenza".
Un gesto "piccolo" quello di chi si occupa anche della sofferenza dei più dimenticati, di coloro cui si nega persino la dignità di una frettolosa attenzione, ma carico di potenti conseguenze.
Peter Zeller, direttore di Ricerca presso la Cattedra di Pedagogia, Università di Bari