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Sì o no ai matrimoni gay? E come corollario, giusta o meno l'adozione da parte di una coppia omosessuale? Su questi interrogativi è in atto un vivace dibattito in Italia, animato dalle recenti innovazioni legislative varate (o ipotizzate) in questa materia in Belgio, Svezia, Olanda, Svizzera (primo stato al mondo, la Svizzera ha sottoposto a referendum una legge che permette di registrare allo stato civile le unioni omosessuali, che è stata accettata con il 58% dei pareri favorevoli il 5 giugno scorso) ma soprattutto in Spagna, dove hanno creato una forte tensione sociale, con un duro scontro fra Chiesa e Stato e tensioni all'interno della stessa Chiesa cattolica.
   E allora diciamo subito che le due decisioni non sono consequenziali e che si può benissimo consentire il matrimonio gay e non l'adozione (e infatti alcuni Paesi permettono il primo e non la seconda).
   Personalmente non ho nulla in contrario ai matrimoni fra persone omosessuali. Ma chiarisco che sto parlando a titolo personale e che le mie opinioni, in questo caso, non coinvolgono il nostro Istituto. So bene, infatti, che tra i nostri soci le posizioni sono molto differenziate e sarebbe davvero difficile esprimere un atteggiamento univoco dell'ISP.
   Qualcuno vorrebbe che non si parlasse di "matrimonio" e che si trovasse un altro termine, poiché nella comune accezione questo è l'unione fra un uomo e una donna e nella accezione cristiana, poi, il matrimonio ha per suo fine specifico la procreazione. Qualcun altro vorrebbe che ci si limitasse alla soluzione del cosiddetto Pacs, Patto civile di solidarietà, che tutela le unioni di fatto (è, per esempio, la scelta fatta dalla Francia). Francamente, mi pare che la

questione lessicale possa non essere così importante, anche se capisco le ragioni profonde dei cristiani (e anche quelle degli omosessuali, per i quali denominare diversamente, solo per loro, un istituto con gli identici contenuti del matrimonio suonerebbe come una discriminazione).
   Comunque sia, non mi scandalizzo se coppie gay o lesbiche vogliono sancire di fronte alla legge e alla società la loro unione. Trattandosi di adulti consenzienti, lo ritengo giusto per vari motivi, tutti legittimati da un principio che qui appare rispettato: il diritto di porre in essere qualsiasi comportamento a patto che questo non danneggi un'altra persona (a meno di non voler sostenere che il danno fatto agli altri deriva dallo "scandalo", ma mi parrebbe davvero una posizione oscurantista).
   Diversa la questione della adozione. Qui sono in gioco non solo i diritti della coppia, ma quelli del bambino, che la legge considera sempre preminenti. Pur comprendendo il desiderio di paternità e maternità che naturalmente può albergare anche in una persona omosessuale, credo che in questa caso possa venire a mancare un modello corretto di identificazione.
   Ognuno di noi nasce con una componente maschile ed una femminile. E l'equilibrio progressivo di questi due elementi si forma anche - direi principalmente - grazie al modello dei genitori. È grazie ad essi che l'individuo elabora la sua identità, non solo sessuale - come è stato scritto, per identità con il genitore dello stesso sesso e per contrapposizione con il genitore di sesso opposto - ma più estesamente come "persona". Volutamente non voglio parlare di "leggi di natura" come alcuni fanno, anche perché non tutto ciò che è "naturale" è buono e giusto. Ma è certo che un bambino cresce in una società che è fatta, per la stragrande maggioranza, di esseri maschili e femminili. In un mondo nel quale - pur con crescenti ambiguità -

l'identità maschile e femminile ha ancora un senso e quanto più equilibrata nelle sue componenti maschile e femminile tanto più potrà fare di quell'uomo e di quella donna una persona completa.
   Non mi sembra peregrino pensare che un bambino adottato da una coppia omosessuale possa avere qualche difficoltà di identificazione e dunque di strutturazione di un corretto "sé". Per limitarmi all'aspetto paterno, nella relazione con il padre, c'è la identificazione con la figura del "marito e padre", attraverso la quale, come scrive Claudio Risé, "ogni maschio costruisce, nell'infanzia e adolescenza, una parte molto consistente della propria identità complessiva".
   Lo so, su questo tema i pareri sono molto diversi. Massimo Gramellini, per esempio, su Specchio del 7 maggio scorso, non accetta che i gay possano sposarsi, ma trova giusto che possano convivere parificati alle coppie di fatto. E che possano adottare, perché "lì l'unica legge rimane quella dell'amore".
   Senza sfumature la posizione del filosofo Umberto Galimberti su L'Espresso (18 novembre 2004): "Io chiamo matrimonio l'unione tra eterosessuali. Non possiamo perdere l'orizzonte della natura e della costituzione psichica. Noi siamo maschi e femmina, funzionari della specie: per riproduzione e difesa. La natura è eterosessuale. E il bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Punto". Eppure Galimberti non è uso a un linguaggio così netto e quando si è occupato di omosessualità lo ha fatto con grande apertura ("l'accettazione o la condanna dell'omosessualità - ha scritto in un'altra, recente occasione, sono fenomeni culturali").
   Evidentemente, come credo giusto, un conto è discutere di diritti di uomini e donne, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale, altro è interrogarsi se l'adozione di un bambino rientri fra questi diritti


* Presidente dell'ISP



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