VENT'ANNI DOPO
A vent'anni dalla scomparsa di Nino Lanboglia, cosa ne e' stato ed e' dell'archeologia subacquea in Italia? A fare il punto della sistuazione si e' avuta a Giardini Naxos un'analisi di Piero A. Gianfrotta (professore dell'Università della Tuscia, Viterbo), lucida, disillusa, "chirurgicamente" chiarificatrice. Ne pubblichiamo una sintesi sperando che, nei prossimi vent'anni...
articolo pubblicato sul numero 10 (gen.-apr.
1998) della rivista 
Dopo la tragica morte nelle acque del porto di Genova (il 10/1/1977), la figura carismaticamente innovatrice, in parte anticonformista, a volte scomoda di N. Lamboglia e' rimasta sorprendentemente in ombra (nel ventennale della scomparsa, ancora una riprovevole distrazione del Ministero per i Beni Culturali!), ma il suo insegnamento e' ormai patrimonio di chiunque operi con metodi e finalità scientifiche nel campo dell'archeologia subacquea, non soltanto in Italia. In ottica nazionale, è ancor più necessario che esso non vada perduto, anche in considerazione del ruolo d'avanguardia che grazie a lui l'Italia ebbe all'inizio degli anni '50. Non è questione di nazionalismo, né di essere primi, ma neanche ultimi: è giusto ed opportuno che si sia insieme, agli altri. La attuale situazione italiana, con progressiva mortificazione delle effettive potenzialità, risulta invece ampiamente inadeguata.
VENT'ANNI DOPO
Ripercorriamo brevemente gli avvenimenti più significativi. Un fondamentale evento si registra all'inizio degli anni '80, quando, con le esposizioni di Firenze, di Roma (Qurinale) e di Reggio Calabria, scoppiò la "febbre" dei Bronzi di Riace. Quasi in coincidenza con la raffica di recuperi delle statue di Punta dell'Epitaffio a Baia, i Bronzi scatenarono un fenomeno di massa senza precedenti. Portando qualche beneficio, ma anche insidiosi dissesti, scatenando anche molti "addetti ai lavori" in una rincorsa indiscriminata alla facile notorietà attraverso gli organi di stampa. Questi ultimi hanno certamente svolto un ruolo utile a diffondere la nozione di archeologia subacquea, ma assecondando spesso atteggiamenti non adeguati al conseguimento di finalità culturali. A volte, si è giunti al punto di convocare conferenze-stampa prima ancora di iniziare l'intervento, preannunciando strabilianti scoperte in modo da creare maggiori aspettative: è stata sotto gli occhi di tutti la baldoria suscitata per il recupero dei "bronzi" di Brindisi, con i conseguenti disturbi per il lavoro e per l'incolumità del sito, pari solo alla vacuità dei dati relativi al contesto di rinvenimento.
Nel 1982, per mettere il Ministero per i Beni Culturali in grado di affrontare i problemi emersi con le scoperte di Riace e di Baia, venne insediata dal ministro Scotti una Commissione per l'archeologia subacquea: si riunì tre o quattro volte e vi parteciparono anche personaggi esterni agli "addetti ai lavori", alcuni di provenienza e ruoli mai ben chiariti. I lavori presero, evidentemente, indirizzi non previsti e la Commissione venne disattivata. Altrettanto si è riprodotto di recente. Nel 1995, è infatti nata - sotto il Ministro Paolucci, ma operativa sotto Veltroni - una nuova Commissione. Dopo alcune riunioni è probabilmente diventata un disturbo ed è stata congelata. Anch'essa era "mista" e si fatica a comprendere quale sia la reale ispirazione di compagini formate anche con elementi che rappresentano interessi a volte antitetici con quelli della pubblica amministrazione. Nel 1986, nacque poi il Servizio Tecnico per l'Archeologia Subacquea (STAS), voluto dal direttore generale Francesco Sisinni; esiste tuttora, anche se nello scorso anno si è assistito ad una quasi totale diaspora dei suoi componenti (incomprensioni interne?). In questi anni, lo STAS si è preoccupato di essere presente, oltre che in Mar Nero e a Capri a fianco dell'Archeoclub, in molte località italiane ed ha spesso operato con effimeri, entusiastici e ben pubblicizzati interventi, spesso discutibili, a volte dannosi, solo in un caso con esito tragico.
Quanto a discontinuità, va precisato che non c'è stato in Italia un solo relitto il cui scavo sia giunto a totale compimento; dopo due campagne ci s'interrompe e si salta in altre località più promettenti. Forse si è volubili e ci si stanca presto, soprattutto se l'interesse dei media - che si nutre di continue novità - viene meno. Non è vero, poi, che manchino i soldi, semmai sono distribuiti in modo a dir poco bizzarro. Due dei famigerati "giacimenti culturali", istituiti con legge nota come "Scotti-De Michelis", furono premurosamente dedicati all'archeologia subacquea, con dote di varie decine di miliardi. Altrettanto cospicui finanziamenti sono stati elargiti successivamente: sarebbe bello se un giorno se ne conoscessero i risultati. Anche nelle ordinarie assegnazioni annuali la capricciosità regna sovrana: si finanzia la ricerca del nulla a Vivara, si negano fondi ad aree particolarmente ricche ed attive (laguna veneta). Un teorico passo avanti si compie nel 1992. Nelle Università, si è preso finalmente atto dell'esistenza di un nuovo campo di ricerca e alcune Facoltà di Conservazione dei beni culturali hanno attivato l'insegnamento di archeologia subacquea (dapprima Viterbo, poi Venezia, Ravenna, Agrigento e Napoli, in istituto privato): in alcune sedi la scelta dei docenti è stata scientificamente inadeguata, ma ogni ateneo, come si sa, è padrone di deteriorare la propria credibilità come meglio crede.
Nel 1993, nasce l'Associazione Italiana degli Archeologi Subacquei (A.I.A.Sub.); importante perché autonoma da tutto e da tutti. Funzionari delle Soprintendenze, docenti e ricercatori delle Università e "battitori liberi", hanno sentito la necessità di collegarsi tra loro, anche per ovviare all'assenza istituzionale di interlocutori validi.
Più o meno allo stesso scopo, l'anno seguente, nasce anche 1'Istituto Italiano di Archeologia e Etnologia Navale (ISTIAEN), per la promozione dei molteplici aspetti connessi allo studio e alla conservazione delle imbarcazioni antiche e delle tradizioni navali.
Nel 1997, infine, si registra in Sicilia la nascita di un coordinamento per l'archeologia subacquea: ottima occasione (da non .sprecare) per conseguire risultati migliori che in Italia. Un ventennio, quindi, decisamente negativo dal punto vista dell'organizzazione e dell'operatività; incoraggianti sono invece le potenzialità intellettuali di tanti giovani che si interessano seriamente all'argomento. Attraverso di essi, con la diretta partecipazione degli archeologi al lavoro subacqueo, si realizza infatti l'insegnamento del Lamboglia, in quanto corretta applicazione dei metodi e delle finalità scientifiche. Anche di fatto, fortunatamente, è oggi universalmente rifiutata la sorprendente posizione di chi, in una compiaciuta esibizione di memorie (C. Mocchegiani Carpano, Note di viaggio nell'Italia .sommersa, Roma 1986, p. 9), spiegava che l'archeologia subacquea non è classificazione e studio, ma "passione", "avventura", "gusto umano della scoperta" ed "emozione totalizzante". Di passione, naturalmente, chi vuole ce ne metta, ma per bene operare ci vuole tutt'altro.
CORSI
Oltre a quelli Universitari, si sono svolti corsi per formare operatori tecnici per l'archeologia subacquea. Vi si sono dedicate federazioni e gruppi sportivi, soprattutto attenti ad inculcare alle giovani leve una consapevolezza archeologica, ma anche enti pubblici con l'intento di creare nuovi sbocchi professionali .
Corsi per i propri dipendenti ne ha svolti anche il Ministero BB. CC.: uno all'inizio degli anni '80; addirittura due contemporaneamente nel 1995-'96, costati circa un paio di miliardi di lire. Ha così conseguito l'idoneità ad andare sott'acqua una settantina di dipendenti, provenienti però dai ruoli più diversi: accanto a pochi archeologi, a disegnatori, a fotografi e a restauratori, un cospicuo gruppo di autisti, di archivisti, di amministrativi ed altro. Per molti di questi, al direttore generale era stato fatto firmare un decreto di abilitazione al coordinamento di ricerche archeologiche subacquee, ma un immediato coro di proteste ha costretto a reiterarlo, corretto. Non si capisce perché un autista, per il solo fatto di essere idoneo ad immergersi, debba divenire per decreto idoneo a dirigere uno scavo archeologico. La funzione è propria degli archeologi e non cambia se la si esercita sott'acqua. Della vicenda si è occupata un'interrogazione parlamentare.
Va infine chiarito che nelle Università, per ora, dell'archeologia subacquea non si può fare altro che apprendere la teoria; le lezioni non si svolgono sott'acqua. Tra la teoria e la pratica deve esserci collegamento e sono quindi necessari, come per altre discipline, dei cantieri-scuola: ma non sono facili da realizzare. Per anni la collaborazione con gli enti pubblici di ricerca è stata assai scarsa e scientemente contrastata, in ossequiosa applicazione degli illuminati indirizzi del precedente direttore generale, benemerito patrono dello STAS.
PASSI AVANTI
Nonostante tutto, c'è stato un ampliamento di orizzonti. Grazie anche alle ricerche già avviate da Lamboglia, i risultati scientifici sono stati numerosi e importanti, spesso in proficuo collegamento con il lavoro svolto negli altri paesi. E' il caso, ad esempio, di molti aspetti nuovi riguardanti: il commercio marittimo del vino in età romana, dell'olio e di altre derrate alimentari, l'archeologia navale, le navigazioni e il variegato mondo in esse implicato (mercanti, armatori, marinai, passeggeri, ecc.), i porti e i siti sommersi (molti nei laghi dell'Italia settentrionale e centrale, ma anche in mare, come a Baia e nei Campi Flegrei).
Molti sono stati i progressi nello studio delle anfore; il fenomeno delle navi con i dolia ha assunto inaspettate proporzioni; con sempre maggiore evidenza è emerso quello della pirateria; le iscrizioni sulle anfore, sui tappi e sui ceppi d'ancora hanno fatto conoscere molti personaggi coinvolti nei commerci marittimi. Dei relitti arcaici non v'era quasi traccia, mentre oggi si è molto progredito: basti ricordare le importanti conseguenze dell'intervento di Mensun Bound sul relitto dell'Isola del Giglio (Campese): dapprima fu ritenuto etrusco, poi, proprio in una delle Rassegne di Naxos, Mauro Cristofani, con magistrale esempio di lettura storica delle testimonianze subacquee, ne ha brillantemente dimostrata l'origine corinzia. Cronologicamente all'opposto, prendendo le mosse dagli scavi di San Vito Lo Capo e di Marsala (TP), l'ampia rassegna di Fabio Faccenna ha iniziato a colmare l'altra grande lacuna della conoscenza dei relitti delle navigazioni medievali. Ancora più oltre ci si spinge nella laguna veneta e nel mare di Sciacca, dove si scoprono relitti rinascimentali.
DIVULGAZIONE
La ricerca scientifica non può essere disgiunta dalla pubblicazione dei risultati. Molte le carenze e i problemi anche in questo campo: scarse le sedi appropriate e troppo lunghi i tempi per la stampa. Tra le rare iniziative, va ricordata la collana "Archeologia Subacquea. Studi, ricerche e documenti" dell'Università della Tuscia di Viterbo, edita dal Poligrafico - Libreria dello Stato: appare ora il II volume con interessanti contributi di giovani studiosi italiani che hanno finalmente trovato una sede per presentare i propri làvori. Un ruolo importante di divulgazione è svolto anche da strumenti di ben più ampia diffusione, in grado di raggiungere il vasto pubblico dei subacquei, degli sportivi, dei volontari. Ormai da tre anni c'è "L'Archeologo Subacqueo", ma anche "Archeologia Viva" rivolge da tempo particolare attenzione alle scoperte e ai problemi riguardanti l'archeologia subacquea; ci prova anche "Archeo", ma in modo sempre più discontinuo, banalizzante e poco attuale.
Per la comunicazione, una funzione rilevante è assolta anche da convegni, incontri e seminari. Negli ultimi tempi sono aumentati, ma c'è nostalgia dei grandi convegni internazionali tante volte organizzati da Lamboglia (l'ultima volta a Lipari nel 1976). Un'occasione d'incontro internazionale, ormai nota in tutto il mondo, è la Rassegna di Giardini Naxos, la cui preminente funzione di scambio di esperienze e di formazione per le giovani leve (favorita da apposite borse di studio), va ben al di là di quanto ritengano gli stessi organizzatori. Nel 1996 si è tenuto ad Anzio (RM) un convegno nazionale promosso dall'A.I.A.Sub., i cui rilevanti risultati sono ora pubblicati dall'Edipuglia.
Da ultimo - per carità di patria si vorrebbe, ma non si può tacere - va ricordato che anche il Ministero per i BB.CC. si è, a suo modo, prodigato editorialmente. Ha infatti creato un Bollettino di Archeologia Subacquea di cui è uscito nel 1993 il n. "0" e, pochi mesi fa, un secondo volume: entrambi però, anche richiedendoli, non sono in vendita. Stampati con soldi pubblici, questi libri circolano assai poco, contraddicendo la loro stessa ragione d'essere. Varie recensioni hanno dato giudizi pessimi del primo volume (il n. "0"), zeppo di ogni tipo di errori, troppi! Dei tre articoli che lo compongono, due erano già stati pubblicati altrove, uno è appendice di studi condotti in altra sede. Le citazioni di pubblicazione e di parole straniere sono sistematicamente scorrette. Sul frontespizio, il nome del patrio ministero garantisce il prodotto. Il successivo volume, pubblicato nel 1997, contiene i risultati di ricerche non successive al 1989. Dopo il disastro precedente, la cura redazionale risulta un poco migliorata, ma il livello del contenuto è sceso a profondità abissali (probabilmente, un record). Per darne un'idea, basta un solo esempio (che può fare ricordare la sciagurata vicenda delle false teste di Modigliani). Riguarda i risultati di una presunta ricerca effettuata a Pompei; vi si descrive un tratto di mosaico, decorato con tappetino di piccole clessidre nere su fondo bianco, e lo si colloca sul fondo marino nella zona di Torre del Greco "in località Villa Inglese, 8 km a sudest degli scavi di Ercolano, a 283 m a nord-ovest del suggestivo rudere di torre costiera denominata Torre Scassata, a 23 m di distanza dall'attuale linea di costa e a m 4,20 di profondità" (citaz. tratta da p. 251 dell'articolo di M. Pagano, Considerazioni .sulle variazioni del livello del mare sul litorale vesuviano, in Bollettino di Archeologia Subacquea II-III, l-2, 1995-'96, pp. 243-253). La presenza sott'acqua del mosaico proverebbe per la prima volta che insieme all'eruzione del 79 d. C. si sarebbe prodotto uno sprofondamento della costa di oltre 4 metri: notizia strabiliante, senza precedenti in quella zona, per i geologi quasi una rivoluzione. Ma la notizia è falsa!
Oltre ad essere stato più volte presentato in occasioni pubbliche (anche a Giardini Naxos), questo mosaico è già stato da me pubblicato inserito nel suo vero contesto, dov'è tuttora, una domus della zona del Portus Iulius, il grande complesso portuale sommerso in prossimità di Pozzuoli. Inoltre, la foto riprodotta (sottosopra) nel Bollettino di Archeologia Subacquea a testimonianza della scoperta era già stata pubblicata ben diciassette anni prima, in un volumetto turistico di Mario Sirpettino (Il mare di marmo, Napoli 1980). Per completezza di rettifica, va aggiunto che il mosaico non si data "alla prima metà del I sec. d. C.", ma circa un secolo e mezzo prima. Fanfaronescamente presentata al suo primo apparire in un'indimenticabile conferenza stampa, l'intera operazione editoriale, affidata in mani inadeguate (con apposite segreterie e coordinatori), è riuscita a sprecare denaro pubblico e a squalificare l'immagine nazionale, non solo nel campo dell'archeologia subacquea. Alcuni volumi dati in omaggio all'estero risulta siano stati oggetto di facili ironie: malgrado tutto, una bandiera che non meritiamo!
VOLONTARIATO
Potenzialità enorme che negli ultimi anni si è ancor più avvicinata all'archeologia, ma che va correttamente indirizzata senza dannose confusioni di ruoli. Sembrano fortunatamente lontane posizioni del tipo "gli archeologi non sanno andare sott'acqua, quindi devono essere i subacquei a fare gli archeologi", anche se ancora di recente c'è chi, in dilettantistica consonanza con amicizie ministeriali, è giunto ad arrogarsi il compito di "formare" gli archeologi subacquei. Oggi è più semplice collaborare: innumerevoli, piccole e grandi realizzazioni si devono al contributo di personaggi del mondo del volontariato, a partire da Stefano Mariottini - la cui immagine di occasionale scopritore dei Bronzi di Riace gli è limitativamente inadeguata - che da decenni collabora proficuamente con la Soprintendenza della Calabria, per passare a molti altri gruppi o associazioni e alle Federazioni sportive (FIPSAS, FIAS, ANIS) e alle Leghe (LEGAMBIENTE, LEGASUB).
Tra le numerose, utili iniziative, mi limito a ricordarne una di grande significato, alla quale assai intelligentemente riuscì a dare vita verso la metà degli anni `80, il direttore di Archeologia Viva, Piero Pruneti, insieme ad un efficiente gruppo di Firenze, per l'impegnativo scavo di un relitto d'età imperiale presso il porto dell'Isola del Giglio: oltre al contributo del volontariato, fu lanciata una sottoscrizione pubblica alla quale risposero migliaia di persone, anche se soltanto con cifre minime, magari tratte da salvadanai.
Al volontariato si deve anche gran parte della conoscenza di Baia sommersa: più che le numerose scoperte del passato (Centro Studi Subacquei). sono di fondamentale importanza la planimetria e la documentazione fotografica realizzata, sistematicamente per oltre un decennio da un minuscolo gruppo (Gennaro Di Fraia, Eduardo Scognamiglio, Nicolai Lombardo).
CONSERVAZIONE
Problema infinito, insoluto e non disgiungibile dalla ricerca. In Italia non si hanno esempi di scafi di navi antiche recuperati in mare e ben conservati in museo. Quello di Marsala è l'unico, perché, data l'inadeguatezza delle circostanze, tutti si guardano bene dal recuperarne altri. Al buon esito della storia incresciosa di Marsala, proprio L'Archeologo Subacqueo ha forse contribuito interessandosene: ora il programma di conservazione e di restauro sta ripartendo con il coordinamento di Ole Crumlin-Pedersen, direttore del Centro di conservazione navale della Danimarca, e la consulenza di Honor Frost.
Nei confronti delle antichità navali, chi ha operato per l'Istituto centrale per il restauro si è spesso dimenato senza costrutto; dai vari interventi (Comacchio, Ercolano, Giglio-Campese, Ladispoli, Marsala punica e normanna, S. Pietro in Bevagna, Torre Sgarrata, ecc.), pochi i risultati concreti. La recentissima costituzione di un nucleo espressamente rivolto a questi problemi apre ora nuove speranze: anche quella di interrompere perniciose confusioni di ruoli in nome di malintese interdisciplinarità.
VALORIZZAZIONE
Beni culturali non da sfruttare, ma da mettere a frutto. Da tempo caldeggiate anche dal Consiglio d'Europa, sono la conservazione e la valorizzazione in sito. Per molti anni, invece, lo STAS si dedicato al rapido recupero: uscire dall'acqua con qualche oggetto agganciato al pallone e pubblicizzare l'evento. Quanto si è fatto per la documentazione scientifica e l'integrità dei contesti ? La conservazione in sito è invece assai utile, sotto molti punti di vista; in certi casi può favorire la nascita di parchi archeologici sottomarini. Non soltanto del tipo di Ustica (un suggestivo percorso archeologicamente attrezzato), ma anche per veri e propri parchi come quello che si sta per progettare a Baia, esteso per molti ettari. Parchi ben attrezzati, in modo tale da consentire la visione anche a chi sott'acqua non sappia o non voglia andare, sono facilmente realizzabili anche altrove. Alcuni relitti con carichi di marmi si prestano egregiamente allo scopo: ce ne sono molti a pochi metri di profondità, basta smetterla con i recuperi inutili e organizzarne la visita. Tolto dal suo contesto, l'enorme rocchio di colonna in marmo lunense recentemente fatto recuperare dallo STAS nel porto di Lerici, in Liguria, è ormai pressoché privo di interesse.
Una nuova possibilità per la valorizzazione può essere quella della ricostruzione. Non è follia pensare ad un'archeologia navale sperimentale. In altri paesi lo si è fatto con grande richiamo turistico: nel mondo scandinavo è una tradizione, in Grecia si è ricostruita la nave di Kyrenia, in Olanda si ricostruisce il "Batavia", nave delle Compagnie delle Indie. Probabilmente utopica, dati gli elevatissimi costi, la giusta aspirazione a ricostruire una delle due navi di Nemi, patrimonio dell'umanità distrutto dalla barbarie bellica.
TUTELA
Da intendere non solo come passiva guardiania, ma anche in positivo. In mare, naturalmente, è difficilissima. Sarebbe opportuno, a mio avviso, potenziare i controlli di banchina e tenere d'occhio i pescherecci che operano con reti a strascico, anche sottocosta, portando quotidianamente a terra molto materiale. Anche sui fondali, i danni maggiori li fanno loro. Gli interessi in campo sono enormi e i controlli non possono farli gli archeologi. Le Capitanerie di Porto, la Guardia di Finanza, i Carabinieri, la Pubblica Sicurezza possono fare molto: ancora di più operando in regime di collaborazione e non di concorrenza. Per la tutela, il contributo di questi corpi è stato assai rilevante. Capillarmente distribuiti, i Carabinieri subacquei si sono distinti per numero d'interventi: c'è quasi una convenzione con lo STAS, per fornire supporto logistico-organizzativo e assistenza in acqua. In loro assenza, nel Velino, ebbe luogo un incidente mortale. Collaborazione assai stretta, quindi, anche qui evitando confusione di ruoli, altrimenti il beneficio si trasforma in danno: operazioni con finalità archeologiche non devono essere condotte senza e/o in sostituzione degli archeologi subacquei. II problema dei clandestini non è certo risolto, né lo si poteva fare con reclamizzate sortite ferragostane, ma nell'opinione pubblica si è progressivamente diffusa una coscienza archeologica: sono sempre di più i subacquei che collaborano con le Soprintendenze. A volte però, il comportamento di quest'ultime lascia a desiderare, poiché la tutela si esercita anche promuovendo tempestivi interventi. Sono da evitare dilettantismi di Stato. Nel 1983, per disperazione, un meritorio pretore decise provocatoriamente di scuotere burocratiche inerzie mettendo i sigilli al mare di S. Caterina di Nardò, dove si saccheggiava un relitto di nave romana del II secolo a. C. Dopo una prima campagna di scavo ed una simbolica copertura, giunse l'assegnazione di un grande finanziamento (più di un miliardo), in parte speso per togliere dalle anfore già recuperate incrostazioni marine (antiestetiche?): poi più nulla, il finanziamento si perse e sarebbe interessante sapere cosa resta oggi di quel relitto.
Ancora troppo lenta l'assegnazione di premi di rinvenimento, previsti per legge, che un controproducente senso di servizio allo Stato continua a rendere furbescamente inadeguati, contribuendo al discredito dell'intera istituzione pubblica. Malgrado tutto, prosegue lo stillicidio di furti e di esportazioni clandestine e quando vengono rintracciati, solo raramente i pezzi trafugati rientrano in Italia. E' da anni noto che un bellissimo elmo di bronzo trafugato dal relitto del Giglio-Campese, sopra ricordato, si trovi in Germania: con maggiore solerzia lo si sarebbe già potuto fare rientrare. Altri elmi, romani del I secolo a. C., pescati in mare tra Palermo e Ustica sono comparsi nel catalogo di un mercante svizzero. Forse è meglio non parlare della statua di atleta recuperata nel mare di Fano e finita in California, nel Paul Getty Museum di Malibù.
TECNOLOGIA PROFONDA
La tecnologia ha percorso passi da gigante anche sott'acqua. Giunse con ritardo in Italia una effimera stagione dei sonar, già impiegati dagli americani guidati da George Bass in acque turche e poi dismessi. C'era chi li reclamizzava come soluzione per ogni problema (meno che per l'ignorante provincialismo) e c'è chi, con spensierata fiducia, provvedeva ad impiegarli anche in acque troppo basse, dove non sarebbe il caso: nel 1981, nell'alveo del Tevere e alcuni anni più tardi nelle acque del Portus Iulius, a Pozzuoli. Rilevanti le spese, inutili i risultati.
Anche Lamboglia aveva iniziato ad avvalersi di alcuni utili strumenti, come la campana batiscopica per seguire le operazioni subacquee, ma l'ingresso di mezzi assai più imponenti (grandi imbarcazioni-appoggio, camera di decompressione subacquea, minisommergibile) si è registrato subito dopo la sua scomparsa, a Lipari, sul relitto della Secca di Capistello, scavato dall'Institut of Nautical Archaeology del Texas. In quell'occasione, un notevole aiuto venne dalla società per ricerche petrolifere "Sub Sea Oil Service", la cui esperienza è confluita poi nella "Mediterranean Survey and Service", più volte accostatasi all'archeologia subacquea, partecipando in acque calabro-sicule anche ad uno dei due giacimenti culturali prima ricordati. Notizie di stampa la legano anche ad altri ambienti, persino alle ricerche effettuate per rintracciare i resti dell'aereo di Ustica, indicandone come proprietario il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Nuove frontiere dell'archeologia subacquea?
In questi ultimi tempi l'alta profondità s'impone o, meglio, ci viene imposta. Va di moda. A promuoverla in chiave archeologica sono Francesi e Americani, soprattutto. I primi lo fanno ufficialmente, con stile accattivante, rispettosi dei vicini e del patrimonio culturale dell'umanità, impiegando mezzi fantascientifici e metodi non distruttivi; gli altri schierano un grande avventuriero degli oceani, Robert Ballard, con sommergibile nucleare, che non si preoccupa della distruttività dei metodi che impiega, né della nazionalità o dell'internazionalità delle acque che frequenta. C'è materiale per fare discutere a lungo, periodicamente, e, forse, c'è chi vuole proprio questo. La questione va letta, a mio avviso, in termini di diritto internazionale e riguarda principalmente la possibilità di sfruttare liberamente le acque ed i fondali internazionali del Mediterraneo. Tra sottili intese sulla tutela del patrimonio culturale sommerso e ben reclamizzati recuperi sottomarini, su fronti diversi si sta combattendo forse una battaglia, più diplomatica che archeologica: ... a meno che, qualche interessata gola profonda non abbia scatenato una spregiudicata caccia al tesoro, magari alla ricerca di qualche sospirata statua equestre di bronzo nel Canale di Sicilia.
Piero Alfredo Gianfrotta
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