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UN GRANDE PORTO SCOMPARSO: TIRO

Campagna di Tiro. Rapporto del palombaro. Immersioni del 7, 8, 9 e 10 ottobre 1935: "Ho effettuato delle immersioni nella rada sud di Tiro ... su fondali da 9 a 18 metri; ho constatato quanto segue: ... ho notato una scarpa che si innalzava sulla sabbia, per un'altezza come la mia e talvolta oltre ... ho constatato che la parete era verticale ed era fatta di blocchi delle stesse dimensioni, allineati in modo regolare, e di giunti altemati. Ho prelevato unframmento di un blocco in questa zona ed ho avuto l'impressione che fosse di cemento ... ".

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articolo pubblicato sul numero 13 (gen.-apr. 1999) della rivista L'ARCHEOLOGO SUBACQUEO

 

Resoconti come questo doveva interpretare A. Poidebard nel corso delle indagini che portarono tra il 1934 e il 1936 a definire l'estensione delle opere portuali antiche nella baia sud di Tiro. Non era questa certamente la prima indagine su un porto antico: ma era la prima volta che la ricerca assommava insieme le metodologie che sarebbero divenute, molto più avanti, lo standard della ricerca archeologica subacquea: oltre all'esame della linea di costa e alle ricerche a terra, a Tiro vennero impiegate la foto aerea, l'esplorazione subacquea, la documentazione fotografica sui resti sommersi. Mancava solo l'intervento diretto in acqua dell'archeologo.

Le ricerche erano dunque condotte per mezzo di palombari e sommozzatori di supporto. Così Poidebard: "nell'équipe si trovava un capo immersione di Tiro, marinaio locale esperto dei fondali ... Era moltó robusto e poteva scendere a 12 metri e svolgervi un lavoro pesante per un nùnuto e mezzo". La perlustrazione del subacqueo era seguita dalla superficie per mezzo del visore da calafato (l'oculare dal fondo di vetro); veniva fatto un controllo delle sue osservazioni e delle misure che prendeva con una stadia metrica graduata, calata sul fondo e visibile dall'alto. Il subacqueo collaborava in questo modo col palombaro, indicandogli la direzione quando la smarriva e portandolo a A. Poideb volte per mano. L'esperienza dei subacquei di Tiro veniva dalla pesca alle spugne, ma le origini erano antiche: una tradizione che risaliva probabilmente alla pesca al murice della porpora. Arriano (Anabasi II, XXI, 3) narra che durante l'assedio di Alessandro i Tirii avevano sbarrato l'ingresso del porto con dei massi. Le navi macedoni avevano dovuto ormeggiarsi a ridosso per liberare-un varco, ma "i sommozzatori di Tiro, nuotando sott'acqua di nascosto, tagliavano le cime delle ancore".

Poidebard aveva già condotto l'esplorazione dei resti dell'organizzazione romana nel deserto della Siria con l'aereo: a Tiro sperimentò la possibilità di impiegarlo anche per individuare i resti sommersi, sorvolando le zone da indagare più volte e scattando fotografie. In questo modo si individuavano i tratti di fondale più interessanti, dove veniva poi fatto immergere il palombaro. I punti erano contrassegnati con boe numerate zavorrate, la cui posizione veniva poi rilevata e riportata sulla carta nautica.

Il fondale veniva osservato dalla barca per mezzo del visore, che Poidebard descrive così "lo strumento dei pescatori di ricci e di spugne. Un semplice bidone, munito di vetro sul fondo, che elinìina il riflesso e permette di vedere fino a 12-14 metri, eccezionalmente fino a venti". Con questo strumento elementare vennero scattate anche le prime fotografie perpendicolari al fondo: lo stabilimento Richard mise a punto un visore con vetro di qualità che poteva alloggiare una fotocamera tipo Leica 35 mm. Per la fotografia subacquea si realizzò nel 1935, su progetto dell'ingegner Larrivé della base navale di Beirut, uno scafandro che accoglieva una macchina con film da 5 mm; in seguito, nel 1936, il Centro studi di Tolone realizzò un secondo scafandro che alloggiava una fotocamera da 35 mm. Si tentò anche di montare più fotogrammi contigui per avere un'inquadratura più ampia, ma le aberrazioni vanificarono questo sforzo.

La città fenicia, situata sulla costa libanese, aveva due porti. Quello settentrionale, detto "sidonio", pur con l'avanzamento della costa, corrisponde all'attuale; quello meridionale detto "egiziano" venne individuato proprio da Poidebard. Si apriva in fondo ad una rada delimitata da frangiflutti, aveva un ingresso centrale ed era diviso in bacini. Era racchiuso tra due moli, il più esterno dei quali, secondo Poidebard, ebbe due fasi costruttive, di cui una forse romana e l'altra precedente. La tecnica di costruzione risultò generalmente basata sull'opera quadratadipietra,blocchidispostiinassisesuibanchi di roccia o direttamente sul fondale in modo da circoscrivere dei "cassoni", il cui interno era ripartito in settori mediante assise trasversali di blocchi; nei vani si constatò un riempimento di cementizio.

A. Poidebard, Un grandport disparu: Tyr. Recherches aériennes et sous-marines, 1934-1936, Bibliotheqúe d'Archéologie et d'Histoire 29, Paris 1939.

Enrico Felici

 

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