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LE NAVI ROMANE DI SAN ROSSORE

articolo pubblicato sul numero 74 (mar./apr. 1999) della rivista ARCHEOLOGIA VIVA

Una serie di imbarcazioni di età romana sta tornando in luce nella piana costiera di S. Rossore, presso Pisa, in un'area corrispondente a quello che un tempo era il margine meridionale del cosiddetto Porto delle Conche. Si tratta del rinvenimento più importante finora avvenuto in Italia per quanto riguarda l'antichità di rehtti navali scoperti in terra. La sensazionale scoperta è avvenuta nell'ambito delle indagini preventive, condotte dalla Soprintendenza archeologico della Toscana sotto la direzione di Stefano Bruni, nella zona dove le Ferrovie dello Stato hanno impiantato un cantiere per la creazione del Centro informatico di gestione della linea tirrenica. In età romana imperiale, cioè a partire da Augusto e nei primi secoli dopo Cristo, a Pisa esistevano almeno due porti: uno, il più antico, era attivo fin da età arcaica (Vll sec. a.C.) nella zona di S. Piero a Grado; l'altro, il famoso Portus Pisanus, si era sviluppato dalla tarda età ellenistica (III sec. a.C.) a S. Stefano ai Lupi, presso Livorno. Da fonti rinascimentali sappiamo poi dell'esistenza di un terzo bacino portuale, o comunque di carenaggio, praticamente in città, detto Porto delle Conche, dove nei primi anni del Cinquecento un nobile pisano, il Roncioni, e uno fiorentino, Palla Rucellai, fecero degli scavi recuperando materiale romano. Questo Porto delle Conche, ormai completamente interrato, si Collocava tra Barbaricina e S. Rossore, ma finora non si era mai riusciti a individuarlo con precisione.

Il terreno in cui sono state rinvenute le imbarcazioni è costituito da sabbia di mare (vi sono state ritrovate anche palle di poseidonia, tipiche della linea di costa, oggi distante quasi circa un miglio), derívante dalla presenza di un'antica laguna interna formata dall'Auser (il fiume Serchio). Quest'ultimo, nel suo antico tratto finale, oltre al ramo principale che attraversava Pisa, ne aveva uno secondario che dopo l'area di piazza del Duomo curvava verso destra e risaliva verso la zona dell'attuale stazione S. Rossore, dove formava una specie di lago per poi sfociare in mare. Le navi ritrovate sarebbero state alla fonda in questo antico bacino lagunare che era, appunto, il Porto delle Conche.

Finora sono stati rinvenuti quattro relitti (l'ultimo proprio mentre l'archeologo Stefano Bruni dettava queste note). In questo stadio ancora preliininare delle indagini sappiamo che uno dei relitti risale agli anni tra il i sec. a. C. e il i sec. d.C. e presenta la parte dello scafo con il carico completamente spostata rispetto all'altra fiancata, probabilmente a causa della forza della tempesta che la colpì: visto com'era ridotto il fasciame, la nave fu data per persa e si ritenne che non valesse la pena recuperare il carico, costituito da filari di anfore con derrate varie. Un'altra imbarcazione, rinvenuta in un secondo livello alluvionale, dovrebbe risalire alla fine del I sec. d.C. Questa si è conservata praticamente nella sua interezza, con lo scafo dall'imposta degli scalmi per i remi fino alla chiglia e perfino l'albero: le dimensioni della parte già messa in luce consentono di stimare che si tratta di una oneraria (nave mercantile) di circa trenta metri di lunghezza. Non è presente il carico che probabilmente, in questo caso, fu recuperato. Al momento della tempesta (o tromba d'aria, a cui la zona è ancora oggi frequentemente soggetta), le navi dovevano trovarsi dentro al Porto delle Conche, dove comunque affondarono per la violenza del fortunate.

Mentre proseguono le ricerche, la Soprintendenza sta organizzando a Pisa un cantiere-museo negli antichi Arsenali delle galee, dove verrà allestito il laboratorio (aperto al pubblico) per il restauro del fasciame. L'obiettivo è quello di dotare la città di un suo Museo delle navi, primo nucleo dell'auspicabile museo archeologico e in sinergia con i musei di Comacchio e di Fiumicino, ugualmente realizzati con imbarcazioni rinvenute in terra.

C'è però la necessità di far presto, per i ben noti problemi della conservazione dei reperti fignei, e anche perché li cantiere archeologico ha già ricevuto spiacevoli visite: qualcuno ha cercato di estrarre parte del carico danneggiandolo, mentre una seconda volta è stata sfondata la porta della baracca a colpi di piccone e sono stati asportati computer, macchine fotografiche con la documentazione di scavo, e perfino gli stivali, i trapani e le scarpe da tennis degli operai...

Massimo Becattini

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